Passo dello Stelvio, la salita più bella del mondo

Possiede la bellezza, l'eredità agonistica e tanti, ma davvero tanti... tornanti. Questo rende lo Stelvio l’ascesa più straordinaria di tutte.

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La salita del Passo dello Stelvio.

Esattamente duecento anni fa, circa sessanta anni prima che fosse inventata la bicicletta così come la conosciamo oggi, iniziarono i lavori per il passo di montagna probabilmente più famoso della terra. L'Imperatore del Sacro Romano Impero, Francesco II (che all’epoca era l’Imperatore d'Austria Francesco I, per tale ragione soprannominato Doppelkaiser, “doppio” imperatore) voleva collegare il Tirolo, terra della corona austriaca, con il suo nuovo territorio in Lombardia, acquisito al Congresso di Vienna. Così incaricò l'ingegnere Carlo Donegani di costruire lo Stilfser Joch, quello che in italiano chiamiamo il Passo dello Stelvio.

Il nome deriva dalla cittadina situata all'inizio del versante nord-orientale del passo, Prad am Tilfserjoch o Prato allo Stelvio (in quest’ordine sui cartelli bilingue in quanto la stragrande maggioranza della popolazione parla tedesco). Partendo da qui, la salita di 24,1 chilometri inizia in modo relativamente lieve. In effetti, dopo un po’, potreste iniziare a chiedervi se siete sulla strada giusta dato che, in realtà, qualsiasi foto mai pubblicata dello Stelvio mostra una marea di tornanti.

Come agnelli al macello

Lungo la valle, le acque del Trafoier Bach ci mormorano accanto. La strada e il fiume si specchiano così vicini che è come se l'altra metà di una strada a doppia carreggiata fosse un percorso d’acqua, prima a destra e poi, dopo circa 3 km, a sinistra. Si allontanano per un breve tratto quando si raggiunge Gomagoi... poi si ricongiungono. Ma ancora nessun tornante.

È solo dopo essere usciti da un tunnel per valanghe, a circa 7 km dall'inizio della nostra pedalata, che la SS38 torna indietro, per la prima volta, su se stessa. È anche un primo sforzo spaventoso, con la strada che si adagia orgogliosa su un grande muro di pietra, creando un effetto balcone. Poi procede con uno “zag” per contrastare il primo “zig”, ma restano altri 2 km prima di incontrare il prossimo paio di tornanti, a Trafoi. È un inizio curioso. Dopo aver percorso 10 dei 24,1 km totali con una pendenza media intorno al 6%, sono stati affrontati solo quattro dei 48 tornanti. Poi appaiono gli alberi. Per circa 6 km si pedala tra gli aghi di pino verde scuro, e mentre ora arrivano i veri tornanti, i panorami diventano piuttosto fuggevoli. Quindi, per distrarci dalla pendenza, che ora si avvicina al 9%, potrebbe essere il momento adatto per pensare a tutte le volte che un gruppo di professionisti ha pedalato su questa strada.

La salita di Coppi

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La salita del Passo dello Stelvio.

La cima si trova a una ventosa altitudine di 2.757 m, il che significa che è stato il passo più alto delle Alpi per oltre un secolo fino all’apertura del Col de l'Iseran che lo ha superato di soli sette metri. Detto ciò, potrebbe sembrare curioso che l'Iseran abbia fatto il suo debutto in un Grande Giro molto prima, appena un anno dopo la sua apertura, nel Tour de France del 1938.

Lo Stelvio è apparso al Giro d'Italia solo nel 1953, e il suo esordio è stato teatro di un dramma proporzionato ai suoi tornanti. Hugo Koblet nella ventesima tappa indossava la maglia rosa, visto che era riuscito a tenere a bada il quattro volte vincitore del Giro Fausto Coppi, nella tappa di montagna del giorno precedente. Lo svizzero sembrava pertanto destinato alla vittoria a Milano. Secondo alcuni, fra i due era stata concordata una tregua prima della penultima tappa. Koblet mostrò però segni di debolezza quando raggiunsero lo Stelvio. Ne approfittò uno dei gregari di Coppi, Andrea Carrea, che iniziò a imprimere un ritmo forsennato. Ma fu proprio Koblet a rompere per primo la tregua. Subito dopo che Carrea uscì dalla testa del gruppo, il gioco era fatto: un giovane corridore di nome Nino Defilippis attaccò (per volere proprio di Coppi); Koblet lo inseguì, per poi scavalcarlo. Tuttavia, Coppi contrattaccò e li sorpassò entrambi "come una moto", disse Defilippis.

Il Campionissimo, forse ulteriormente ispirato dal vedere la sua Dama Bianca (come veniva soprannominata la sua amante Giulia Occhini, la bici Bianchi che porta quel nome non era ancora stata ideata) raggiunse la cima e si buttò a capofitto fino al traguardo di Bormio. Non solo vinse la tappa, ma anche il Giro visto che Koblet cadde due volte in discesa perdendo nei suoi confronti tre minuti e mezzo. I due non furono mai più amici.

Ragionevole fu l’introduzione, nel 1965, del premio Cima Coppi, assegnato al primo corridore a raggiungere lo Stelvio: il punto più alto del Giro. Meno opportuna, invece, è stata una delle occasioni in cui la neve era ancora copiosa sui pendii della salita. I corridori non hanno dovuto rinunciarvi del tutto, come accaduto nel 1988 e 2013, ma il traguardo fu portato fino a poco meno di 2.000 m.

Più recentemente, i tornanti dello Stelvio hanno fatto venire il mal di pancia ad alcuni campioni. Ivan Basso ha perso oltre 40 minuti per complicazioni allo stomaco nel 2005, mentre Tom Dumoulin è stato costretto a una significativa pausa di sollievo a metà della 16esima tappa del 2017, che ha visto una doppia salita al Dreisprachenspitze o Cima delle Tre Lingue.

L’assalto alla fortezza

Con 17,5 km e 28 svolte alle nostre spalle, lo scoraggiante epilogo della salita appare ai nostri occhi. Una pila di tornanti scala il muro alla fine della valle, un susseguirsi di curve che sembra orrendo e paradisiaco allo stesso tempo. Potrebbe sfuggire mentre si contemplano i 500 m di ascesa verticale che mancano, ma c'è un aspetto dello Stelvio che merita davvero un elogio dal punto di vista estetico. Il vuoto a lato della strada significa che è necessaria una barriera di qualche tipo per fermare i ciclisti stanchi e gli automobilisti distratti che potrebbero scivolare oltre il bordo. Ma invece di una brutta barriera di metallo, ci sono bassi muri di pietra che sembrano parti di un castello ben integrati nel paesaggio. Tutto ciò rafforza l'impressione di essere sul punto di espugnare una sorta di fortezza di montagna. La ripidezza e la mancanza di alberi in cima permettono di volgere lo sguardo facilmente oltre i bastioni fino alla strada che si snoda sotto di noi.

Guardare in basso non è incoraggiante, così come è intimidatorio guardare in alto, ma è comunque uno stimolo mentre si spuntano i chilometri percorsi. A seconda che la borraccia sia mezza vuota o mezza piena, i tornati sono fastidiosi perché spezzano il ritmo oppure possono essere un bel modo per suddividere la salita dandosi piccoli obiettivi da raggiungere. Se non siete nati in Colombia, mentre salite noterete che l'aria è più rarefatta anche in questo tratto conclusivo.

Poi si raggiunge la vetta di questa ascesa selvaggia e si scopre che negli ultimi 200 anni è stato costruito un gran numero di edifici: alcuni sono hotel, ma la maggior parte sono negozietti di cianfrusaglie commemorative. Vi suggerisco di voltare le spalle e di guardare verso il basso, per ammirare la bellezza della strada scalata.

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