di Stu Bowers - 25 ottobre 2019

Ride test: sotto torchio tre modelli da classiche

Nel pieno della stagione delle Classiche, Cyclist sceglie tre degli ultimi modelli adatti al pavé e agli sterrati tipici delle Fiandre: Lapierre Pulsium 900 Disc Ultimate, Ridley Fenix SLX Disc e Bianchi Infinito CV Disc
1/13 La Bianchi Infinito CV Disc

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I francesi lo chiamano “pavé”, i belgi “kasseien”, gli inglesi “cobbles”. Le Classiche di primavera – specialmente il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix – sono conosciute grazie a questi blocchi di pietra in grado di scuotere le ossa e di far tintinnare i denti a chiunque sia così coraggioso o sciocco da pedalarci sopra con una bicicletta.
Il supplizio dei ciottoli, però, non si abbatte solo sui corridori ma anche sul loro equipaggiamento. Le biciclette in grado di affrontare questa prova devono essere estremamente robuste, e quindi i produttori sono costantemente attivi nel progettare telai in grado di fronteggiare e smorzare i colpi inferti su bici e ciclisti.

Il concorrente belga per la nostra comparativa è la Ridley Fenix SLX Disc, usata dal team professionistico Lotto Soudal. Dalla Francia invece abbiamo la Lapierre Pulsium 900 Disc Ultimate della squadra FDJ, mentre a rappresentare l’Italia sarà la Bianchi Infinito CV Disc.
Con me ci sono James, redattore di Cyclist che cavalca la Bianchi, e il collaudatore ospite Steve sulla Ridley. A me resta la Lapierre. Il nostro percorso oggi si snoderà attraverso le Ardenne fiamminghe, comprendendo il maggior numero possibile di rampe e salite ciottolate.
La nostra guida di oggi è Dries Verclyte di Cycling in Flanders, lui stesso ciclista, che ha una profonda conoscenza di questo territorio. “Non fatevi ingannare dai ciottoli presenti nelle piazze delle città e sulle strade trafficate”, ci avvisa mentre partiamo. “Questi sono disposti ordinatamente e gradevoli. Dove stiamo andando sarà molto più impegnativo”.

Siamo solo a due passi dal famigerato Koppenberg, ma terremo questa chicca da parte per dopo. Dries insiste che sarà più realistico affrontarlo quando saremo più stanchi, in modo da darci una sensazione più vicina a quella dei Pro che lo hanno scalato con già 220 km nelle gambe, al Giro delle Fiandre diel 2018.
Ci dirigiamo quindi verso l’Oude Kwaremont, che già di per sé è una sfida intrigante. Saliamo immediatamente all’11% e in alcuni punti i ciottoli sembrano essere disposti a caso, sul manto stradale.
Il gelo di questa mattina è passato, ma la superficie è ancora insidiosamente scivolosa e io e James ci tocchiamo coi gomiti, mentre le nostre ruote scivolano e noi lottiamo per avere più presa. E’ la sua prima volta sul pavé e il Kwaremont si sta rivelando una dura e brutale prima lezione.
Appena raggiungiamo la cima del primo tratto ed entriamo nella piazza del paese, mi viene subito in mente quando, alcuni anni fa, ero qui insieme a 30.000 tifosi (quasi tutti inebriati) e guardavo passare la gara. Ricordo che uno del posto mi disse con orgoglio: “In Belgio, guardano questa corsa anche le persone che, in una bici, non distinguono l’anteriore dal posteriore. Oggi, se anche assassinassero il Primo Ministro belga, le prime pagine dei giornali sarebbero dedicate solo alla corsa”.

Anche se oggi non ho dalla mia una folla festante, la Lapierre sta facendo del suo meglio per aiutarmi. La Pulsium è l’ammiraglia della Lapierre in fatto di endurance, e la sua unicità è rappresentata da un piccolo elastomero (praticamente un pezzo di gomma) posto all’intersezione dei foderi verticali con la parte bassa del tubo orizzontale. È molto sottile e non sembra in grado di assorbire gli urti come, per esempio, la Pinarello Dogma K8S, ma si sta dimostrando sorprendentemente efficace. Non riesco a capire il perché di questa posizione e come la disposizione dei tubi attorno ad esso gli permetta di muoversi – ma si muove davvero. Ho verificato la cosa (quando ero fermo) con James che teneva il pollice e l’indice sull’elastomero e io che saltellavo col mio peso sulla sella, e si vede chiaramente che si comprime. Continua...
L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Maggio 2018
Non appena in ufficio abbiamo aperto la scatola con la Lapierre, l’effetto cromatico della vernice ha richiamato una folla ammirata, anche se il suo aspetto era l’ultima cosa a cui pensavo, mentre sobbalzavo sul pavé. Eppure, grazie al piccolo ma funzionale elastomero della Pulsium (chiamato Shock Absorbing Technology) posto all’incrocio dei foderi verticali col tubo orizzontale, combinato con una disposizione delle fibre di carbonio che permette la flessione del telaio, l’esperienza è stata molto meno brutale di come sarebbe potuta essere.
Ho provato molte bici che millantano di smorzare gli urti e devo dire che l’elastomero della Lapierre non è un semplice espediente: comprime e aiuta la bici a raggiungere un ottimo equilibrio, dando più comfort senza che venga persa quella sensazione tipica di un modello corsaiolo.
Con un peso di 7,5 kg non ci sono svantaggi evidenti – tutti e tre i modelli differiscono tra loro per non più di 100 grammi. Il perfetto lavoro della parte posteriore enfatizza leggermente di più le vibrazioni lungo il manubrio, ma mai in maniera spiacevole. L’influenza del mondo professionistico traspare chiaramente nella progettazione, anche se la Pulsium 900 trasuda ancora la praticità tipica del mondo reale.
La Fenix SLX Disc ha una struttura sorprendentemente solida, eppure sembra delicata. In salita era rigida e spinta, coi suoi 7,53 kg, ma sulle pendenze ciottolate tutta questa rigidità necessitava di un grande aiuto da parte delle gomme, per mantenere la trazione.
In discesa, la geometria racing della SLX Disc ha permesso un’ottima gestione del mezzo, anche se ho faticato a tenere il passo di Stu e James – particolare che ho attribuito alla mancanza di qualcosa che assorbisse le vibrazioni, rispetto alle altre bici. Bisogna dire che guidare su superfici ruvide non è stato molto comodo – considerando che questa bici tende ad essere considerata da endurance – ma alla fine è risultata stabile e robusta.
Tuttavia, guidando la Fenix in pianura usando rapporti duri, potrei perdonare la mancanza di comfort grazie all’elettrizzante sensazione di velocità che mi restituiva. La Ridley si è comportata più come una bici da gara top di gamma e l’immensa solidità ha concesso poco alla comodità – credenziale necessaria per affrontare le corse belghe.
“CV” sta per Countervail, un materiale composito proprietario progettato per aiutare a smorzare le vibrazioni della strada e a ridurre l’affaticamento del ciclista. Ho paura se penso a quanto mi sarei stancato senza il CV nel telaio, ma sarebbe stato per lo più un problema mio, non della bici.
La geometria va a vantaggio di una posizione di guida più verticale, che ho trovato adatta sia al terreno sia alla grande distanza percorsa, pur se l’Infinito mantiene una componente corsaiola. La bici ha principalmente mostrato scorrevolezza, senza troppe interferenze date dal terreno. Nulla è in grado di rendere liscio un ciottolato, anche se l’Infinito lo ha ben tenuto a bada.
Tuttavia, questa bici potrebbe essere ancora migliore. Le ruote Fulcrum sono a prova di bomba, ma il profilo del cerchio è stretto e obsoleto. Stu e Steve, con le loro ruote più larghe e le gomme da 28 mm, hanno avuto costantemente più trazione sulle salite scivolose, rispetto ai miei Pro Rubino da 25 mm. Le Fulcrum sono anche più pesanti, coi loro 1700 grammi circa, il che significa un’accelerazione sull’asfalto più difficoltosa. Bianchi dice che “a questa fascia di prezzo, gli acquirenti di solito hanno già un paio di ruote da gara di alta qualità”, cosa che è anche abbastanza giusta, ma a queste cifre mi sarei aspettato delle ruote migliori direttamente di serie.
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