Randonnée: come, quando e perché

Come diventare ciclisti sulle lunghe distanze, a volte anche estreme e con dislivelli da paura. Un movimento ciclistico che richiede una rando-bici e tanto spirito di adattamento.

Il randonneur sino a qualche anno fa era considerato un ciclista di serie b, e questo soprattutto da quei cicloamatori convinti che una gara in circuito da 70 chilometri fosse più probante di 600 km filati con 10.000 metri di dislivello.

Perché questo pregiudizio? Probabilmente per due ragioni, una lessicale e l’altra culturale.


Quanto alla prima, valendo il termine francese tradotto letteralmente a significare escursionista, forse dava l’impressione di un che di “parrocchiale” e alla portata di tutti.

Per la seconda è sufficiente dire che l’assenza di classifiche e, quindi, la mancanza di una competizione in senso stretto spingeva la diffidenza di chi ignorava che le randonnée (soprattutto quelle più lunghe o estreme) hanno tempi di percorrenza abbastanza limati, con dislivelli da paura e chilometraggi senza sosta pari a un paio di granfondo di fila e, spesso, per più giorni consecutivi e con un paio di ore di sonno per notte.
Per non parlare delle manifestazioni di più recente istituzione – che derivano dal mondo delle randonnée, il meccanismo del tempo limite e del lungo chilometraggio ma che, in più, aggiungono la variabile del percorso autoprodotto e/o la totale autosufficienza (fermi alcuni limitati checkpoint).
Basti pensare alla Transcontinental, alle italianissime 20K e Transdolomitics, dove non solo devi pedalare, ma anche trovarti da mangiare e da dormire, sempre che sia possibile farlo.

Oggi, a dire il vero, il movimento dei “randagi” è in continua espansione tanto da poter essere considerato un settore specifico che pretende preparazione e attenzioni particolari, soprattutto una volta che si esca dalle prove di minor impegno (200-300 km) e ci si avvicini a quelle in cui la permanenza in sella diventa un’esperienza da ciclofachiri (600, 1200 e oltre km).
E, dal momento in cui il gergo ciclistico si è arricchito del concetto di ultracycling, la buona vecchia rando è diventata, improvvisamente, ricca di glamour. Ma quello è pedalare a lungo, anche di notte ed entro limiti di tempo contingentati.

La bici giusta

Durante la 1001 miglia del 2016 (1.600 km, a proposito, c’è di nuovo quest’anno...) ho incontrato un tipo che ha pedalato con una bici dell’esercito svizzero del peso di 23 kg e un altro che era in sella a una Brompton (la pieghevole per antonomasia). Ma ho anche visto un americano farsi la London Edinbourgh London (1.400 km) con un modello a scatto fisso e i sandali.

Come dice il mio amico Stefano Bianchini, meccanico di pregio ed ex professionista, “senza le gambe non si va”. Ma posto che uno abbia (un po’) le gambe, ma non voglia attraversare l’Europa con la Graziella, di che bici ha bisogno per le lunghe percorrenze?
Innanzitutto, salvi alcuni particolari che ciascuno può variare a proprio gusto, il concetto di base è che servono bici in grado di coniugare leggerezza e comodità, duttili a sufficienza da poter partecipare a una granfondo ma meno rigide e aggressive rispetto ai modelli più “tirati”.
A scendere e a seconda delle velleità, meglio comode che leggerissime. Tre i punti essenziali: telaio, posizione in sella, ruote. A seguire, in termini di equipaggiamento: luci, sella e bagaglio. Infine: ammenicoli e manie.

Mettiamoci in posizione

Anche sotto tortura, a domanda risponderei che un ottimo materiale per un telaio da lunghe percorrenze è l’acciaio di alta gamma (meglio se inox) a pari merito con il titanio. Ma anche carbonio e alluminio vanno benissimo, ci mancherebbe.
Ciò che, invece, va tenuta in grande considerazione è la geometria, perché una struttura troppo reattiva, per esempio con carro posteriore corto e un’angolazione del tubo sterzo stretta, renderebbe molto faticoso lo stare in sella per molte ore anche per più giorni consecutivamente.
Se, quindi, accarezzate l’idea di partecipare a manifestazioni oltre i 200 km o anche solo di organizzarvi un’escursione di più giorni, curate che il telaio che andate ad acquistare non abbia caratteristiche estreme in termini di rigidezza perché questo ricadrebbe pesantemente sul comfort. A questo proposito, anche le impostazioni di una gravel (impronta a terra ampia e spazio per copertoni di varie misure) possono essere prese in considerazione.

Un secondo punto molto rilevante è dato dalla posizione che andrete ad assumere una volta in sella: un distacco troppo ampio fra altezza sellino e manubrio (quindi in una posizione molto distesa) può risultare faticosissimo, in ragione del fatto che vi troverete ad affrontare strade di ogni tipo, magari anche bianche o comunque in condizioni non sempre perfette, con continue sollecitazioni.
Curate, quindi, che l’attacco manubrio non sia troppo basso. E nel caso vogliate assumere anche posizioni molto aerodinamiche vi potranno aiutare delle prolunghe che, fra l’altro, offrono l’enorme vantaggio di consentire un’ulteriore posizione in sella, con le braccia appoggiate sui supporti e, quindi, a riposo. Una soluzione ottimale per scaricare l’appoggio e fare riposare le mani (si evitano, in questo modo, i tipici formicolii persistenti da lunghe permanenze in sella con le mani in pressione sulla curva).
Le ruote, infine. Evitate come la peste quelle a profilo alto, scegliete cerchi semplici e non disdegnate quelli a 32 o 36 raggi. Non solo per ragioni di efficienza, ma anche per praticità: trovare un ricambio in Bulgaria, nel sud della Grecia o in un punto remoto dell’Appennino può diventare un incubo. E anche se siete abili a gestire la meccanica, sostituire un vecchio raggio inox e mettere la ruota in asse è molto meno macchinoso che cambiarne uno moderno.

Luci, sella, bagaglio

Sulle luci si potrebbe scrivere un libro. Le luci sono essenziali e una buona fanaleria può farvi guadagnare molto più tempo di una bicicletta di altissima gamma.
Perché nelle rando medie (4-600 km) o lunghe (sopra i 1.000) si pedala anche in orario notturno, spesso quasi l’intera notte: scendere dal colle dell’Agnello al buio è bellissimo, ma se avete un’illuminazione insufficiente perderete in tempo e in sicurezza, la seconda variabile è più importante della prima.

Su questo tema, quindi, suggerisco grande attenzione. Ci sono due scuole di pensiero: mozzo dinamo o luci portatili.
Per le rando sopra i 1.000 km il mozzo dinamo offre vantaggi consistenti (niente pile, possibilità di ricaricare il cellulare e, fatto impagabile, il navigatore, luminosità elevatissima) che ammortizzano i costi, neppure eccessivi, e la dispersione di energia per attrito che, nei più efficienti è - a seconda della situazione - fra i 2-3 e i 4-6 watt (cioè fra l’1 e il 3% della potenza media espressa pedalando: su 1.000 km significano 20/25 km da recuperare).
Viceversa ha senso dotarsi di normali lampade di eccellente efficienza, sapendo che, a prescindere dal tema sicurezza, in alcuni Paesi europei se l’illuminazione è inefficiente vi bloccano la bici. Obbligatori giubbetto o bretelle rifrangenti.
Una buona idea fai da te, che aiuta moltissimo (per esempio per vedere meglio in caso di foratura, per aumentare la propria visibilità), è montare sul casco una lampada frontale, spesso facile da trovare ed economica (tipo quelle da montagna).

Superfluo e indispensabile

La sella è un fattore soggettivo: io la preferisco stretta, secca e piatta con un foro ampio. Molti la vogliono più imbottita e anatomica. Solo un consiglio: non partite mai con una sella che non avete collaudato per almeno un migliaio di chilometri.

Borse e bagaglio: anche qui è tutto molto soggettivo. A mio modo di vedere è preferibile organizzarsi in modo modulare così da essere attrezzati per ogni evenienza, dal breve all’estremo. Un’ottima soluzione è distribuire il peso ed evitare possibilmente di portarsi lo smoking. Ci sono borse da 13/14 litri da agganciare al reggisella che contengono quanto è sufficiente per chilometraggi impegnativi (over 1.000), soprattutto se abbinate a qualcosa di più piccolo (3-4 litri) al manubrio o al telaio.
Abbastanza indispensabili i contenitori da fissare al tubo orizzontale, ove riporre le piccole cose di frequente utilizzo o che dobbiamo tenere sotto controllo (qualcosa da mangiare, portafoglio, cellulare, eccetera). Un consiglio che mi sento di dare: meglio una maglietta in meno e un attrezzo in più.
Lo so che si parte sempre dicendosi “che cavolo l’ho portato a fare lo smagliacatena?”. Se vi capita di romperla in mezzo a una foresta benedirete di averlo fatto.

Gli ammenicoli e le piccole manie

Ciascuno ha i suoi portafortuna. Da evitare i pupazzi di peluche ad altezza naturale, per il resto va bene tutto.
Durante una Parigi-Brest-Parigi, a un certo punto, ho sentito la musica dei Led Zeppelin. Era notte, ero in salita in un bosco ed ero in sella da sedici ore. Ho pensato di essere andato fuori valvola.
Invece, uno di Seattle che assomigliava a Frank Zappa aveva fissato due piccole casse ai lati e sparava uno splendido rock nel buio.

La morale è che la bici è senso di libertà e ognuno deve viverla come preferisce.
Alcuni amano mettere piccoli parafanghi, che i puristi snobbano con un po’ di supponenza estetica, salvo rimpiangerne l’assenza quando diluvia. Altri portano un fischietto (per gli animali), o un materassino leggero di gommapiuma o le coperture termiche d’emergenza. Di tutto un po’.

Una sola cosa non può essere dimenticata: la pomata per il soprasella perché se è vero che il ciclismo è uno sport di testa, è ancora più vero che anche il fondoschiena svolge un ruolo delicatissimo.

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