Ami la salita? Il Mortirolo ti aspetta

Con un nome che fa trasalire persino i ciclisti professionisti, il Mortirolo va affrontato in modo consapevole. Fondamentale equipaggiarsi a dovere e amare le salite se si vuole essere ispirati da queste pendenze.

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Salite classiche: il Mortirolo. Foto di Alex Duffil

Occorre essere un ciclista per cogliere il fascino del Mortirolo: è troppo stretto e scarsamente asfaltato per essere divertente in auto o in moto, inoltre la strada principale offre un percorso alternativo più facile e veloce tra Mazzo e Monno.

A differenza dei vicini Stelvio e Gavia, non vi sono veri scorci panoramici apprezzabili dal turista che ama ammirare l'orizzonte e restare a bocca aperta. Sulla cima non vi sono nemmeno ristoranti stellati Michelin o siti di particolare interesse scientifico. È quindi indispensabile desiderare di indossare la Lycra e amare pedalare se si vuole essere ispirati da queste pendenze. Portare chiunque altro sopra il Mortirolo significa volerlo poi gettare nell'oblio non appena finita la discesa.

Il mondo del ciclismo però non era a conoscenza del Passo del Mortirolo (detto anche Passo della Foppa) fino a 30 anni fa, il che ci ha privato di uno dei palcoscenici più famosi del Giro. Nel 1988 il Gavia era ancora pieno di neve e persino per quei tempi, in cui ancora non esisteva l'Extreme Weather Protocol dell’UCI (il protocollo meteo estremo), le autorità ebbero il dubbio se sarebbe potuto essere un po' troppo freddo per i ciclisti. Fu quindi proposto come alternativa il vicino Mortirolo, che culmina quasi 1.000 metri più in basso del Gavia. In ogni caso i commissari decisero poi che un po' di congelamento non avrebbe danneggiato troppo il gruppo e così abbiamo le pazzesche immagini di Andy Hampsten che lotta valorosamente con la neve.

Tuttavia, sebbene non sia stato percorso nel 1988 (né nel 1989), la presenza del Mortirolo fu notata e nel 1990 fece il suo debutto al Giro. Quel primo anno i ciclisti salirono da Monno, ma la discesa ripida fu giudicata troppo pericolosa, quindi nel 1991 il percorso fu invertito e il resto è storia.

Salite classiche: il Mortirolo. Foto di Alex Duffil

Poco panorama

Sulla via verso il Mortirolo ci immergiamo nelle strade assonnate di Mazzo di Valtellina, e ammiriamo l'architettura alpina e le pareti color crema che si trovano nella valle fra i pendii boscosi. Tuttavia, è quasi impossibile evitare di incappare in alcuni ciottoli pedalando nel centro della città, e questo può non essere il riscaldamento più adatto.

Seguendo le piccole indicazioni marroni verso sud in direzione del Mortirolo, dopo alcuni tornanti appare il grosso e scosceso frammento di roccia chiara che segna l'inizio ufficiale della salita su Via Valle (curiosamente, su Google Maps, la strada del Mortirolo si inerpica fuori dalla città un po’ più a nord, in realtà il percorso ufficiale si raggiunge solo dopo circa 2,5 km).

La salita è stretta sin dall'inizio e i primi tornanti serpeggiano tra i frutteti. Il prossimo punto di interesse è l'imponente, se pure vagamente diroccato, castello di Pedenale, che si trova su una prominente collinetta a fianco della strada. Fu costruito dalla potente famiglia Venosta nel XII° secolo e faceva parte di una rete difensiva attorno al Passo del Mortirolo. Cito queste piccole delizie culturali perché con un unico bar, una chiesa e un solo monumento degno di nota a cui arriveremo in un attimo, esauriamo davvero tutto per quanto riguarda il panorama.

Subito dopo il castello, ci si tuffa negli alberi prevalentemente a foglie caduche densamente distribuiti sulla montagna, e la maggior parte della scalata si svolge sotto la protezione dei rami. Se c'è il sole sarete contenti dell'ombra, tuttavia maledirete l'aria ferma e leggermente soffocante del tunnel arboricolo. Ma percepirete sicuramente la qualità dell'aria, perché la starete prendendo a grandi boccate.

Salite classiche: il Mortirolo. Foto di Alex Duffil

Salita implacabile

Fra i tre e i sei chilometri, proprio nel cuore di questa salita di 12 km, la pendenza è in media fra l'11% e il 14%. Mortirolo È implacabile. Non c'è altra parola per descriverla.

Non vi sono i picchi severi dell'Angliru o dello Zoncolan (anche se ho appena verificato la presenza di brevi tratti al 20% sul mio computer), ma questa salita ti schiaccia con la sua prolungata pendenza. È come un pugile che non sferra il pugno decisivo, ma continua a pestarti su tutto il corpo con forza finché non ti manda al tappeto sfiancato.

Al tornante 14 si riemerge dagli alberi per un breve tratto e si arriva a un prato. È stato qui che Alberto Contador ha distanziato un sofferente Fabio Aru nel Giro del 2015. Il giorno in cui lo percorro io ci sono alcuni graffiti in spagnolo tracciati con il gesso sulla strada, ma questo tratto è come un colpo di frusta per via del vento contrario che esaspera la pendenza.

Dopo il prossimo paio di tornanti stretti apparirà uno dei promemoria più incisivi per ogni ciclista: una scultura di Marco Pantani. Posta in prossimità di un muro, la scultura mostra il Pirata nella sua classica posizione d'attacco con le mani sul manubrio. Sta guardando indietro, oltre la spalla sinistra, senza dubbio per valutare gli effetti del suo attacco sugli avversari attardati. Nel 1994 Pantani era alla sua seconda stagione professionistica completa e iniziò il Giro in supporto a Claudio Chiappucci.

Tuttavia, vinse la quattordicesima tappa e il giorno seguente, dopo aver superato lo Stelvio, attaccò in fondo al Mortirolo vincendo la sua seconda tappa di montagna consecutiva. Ciò lo ha portato alla ribalta e al secondo posto in classifica generale, dietro al vincitore Evgeni Berzin e davanti a Miguel Indurain, dominatore della Corsa rosa nel 1992 e 1993.

Salite classiche: il Mortirolo. Foto di Alex Duffil

Superiamo Pantani

Nel momento in cui si passa il monumento Pantani, ci si rende conto che c'è ancora un terzo della salita da affrontare. Ogni tornante ha un numero e il conto alla rovescia parte da 33. Sono posizionati con ragionevole regolarità, contribuendo a suddividere la scalata in pezzi più piccoli. Questo finché non si raggiunge il numero otto. Da qui al numero sette è un tortuoso chilometro e mezzo che sembra durare un'eternità.

Per fortuna, poco dopo si abbandona il bosco e si raggiunge qualcosa di simile a una brughiera. Una volta qui, il peggio è passato, e dopo il tornante finale la pendenza si allenta abbastanza da permettere uno sprint finale e di fare finta di essere Pantani - anche se solo per poche pedalate. Vale la pena ricordare mentre si raggiunge la vetta che qui è stato anche l'inizio di qualcosa di importante. L'intrigo generato da questa salita terribilmente difficile fu tale che la Vuelta sentì di dover rispondere trovando qualcosa di ancora più ostico. Quindi, per avere i titoli dei giornale, il gruppo fu torturato sull'Angliru.

E per non essere da meno, gli organizzatori del Giro d’Italia a loro volta si vendicarono mandando i ciclisti a zig zagare sullo Zoncolan. Per molti, il Mortirolo e le sue pendenze selvagge rimarranno la scalata originale e la più dura di tutte (secondo una dichiarazione fatta da Lance Armstrong dopo essersi allenato lì).

Il mondo potrebbe non coglierne il fascino, ma per un ciclista il Mortirolo è un must.

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