Soffrire, sui pedali, per passione: la gestione della fatica

Nessuno sport è legato al dolore come il ciclismo. Ecco alcuni consigli su come gestirlo al meglio, da atletiche hanno trasformato la sofferenza in una professione.

Sofferenza e passione.

Eddy Merckx una volta disse: “La gara è vinta dal corridore che è capace di soffrire di più”. È difficile questionare con uno che vanta 525 vittorie da ciclista professionista, tra cui tutti i Grandi Giri e le Classiche, ma Merckx aveva ragione? La chiave del successo risiede nella capacità di sopportare il dolore?

“Direi che c’è un elemento di verità in tutto questo”, dice Neal Henderson, responsabile scientifico per Wahoo, società statunitense proprietaria della piattaforma di allenamento The Sufferfest. “Io, al posto di dolore, userei però il termine ‘disagio indotto dall’esercizio fisico’. Il dolore è qualcosa che sta realmente causando dei danni; il disagio indotto dallo sforzo, invece, quando ti fermi va via e tu puoi ripetere ciò che l’ha provocato. Ma in definitiva sì, la capacità di tirar fuori tutto e di spingersi oltre i propri limiti è collegata alle buone prestazioni”.

“Hai presente quei test in cui le persone mettono la mano in un secchio di ghiaccio finché non fa male e poi cronometrano quanto a lungo riescono a sopportare il dolore?”, aggiunge Mac Cassin, fisiologo di riferimento di Wahoo e The Sufferfest, in passato lui stesso allenato da Henderson. “Gli studi dimostrano che il punto in cui inizia a far male - la tua soglia del dolore - è circa lo stesso per tutti, indipendentemente dall’allenamento. Ma gli atleti d’élite, in particolare gli atleti di resistenza, possono tenere duro il doppio di tutti gli altri”.

Quindi la tolleranza al dolore e le prestazioni sono intrinsecamente collegate, ma è qualcosa che può essere imparato e migliorato? “Pensa a un vigile del fuoco”, dice Henderson. “La reazione normale di fronte a un incendio è di non entrarci. Ma con il giusto allenamento si può gestire il proprio lavoro anche in una situazione pericolosa. Quando un atleta è al massimo dello sforzo, ci sono degli ‘allarmi antincendio’ che scattano nel tuo cervello dicendogli: ‘Stop, fa male’. L’abilità è quella di sapere gestire questi messaggi in modo da riuscire a continuare, e questa abilità deve essere allenata come qualsiasi altra”.

“Non si tratta di ignorare i messaggi. Non ha senso cercare di pensare al paesaggio o a qualsiasi altra cosa mentre stai spingendo in una prova a cronometro. Devi rimanere lì e prestare attenzione alla pedalata e alla tecnica. Potresti dire a te stesso: Ok, l’allarme sta suonando, abbiamo 10 km da percorrere, andiamo avanti. Posso farcela”.

“Gli atleti d’élite non possono bloccare il dolore, hanno imparato ad accettarlo e ad affrontarlo. Quando parli con qualcuno come Rohan Dennis dopo una corsa a cronometro e gli chiedi cosa gli fa male, lui risponde: ‘Tutto’. Tutto fa male perché tutto è perfettamente bilanciato per lavorare al massimo, e questo richiede anni di allenamento e di perfezionamento delle abilità”, dice Henderson, che allenava l’ex campione del mondo a cronometro.

Provare dolore e andare avanti

Secondo Cassin, il primo passo verso la padronanza del dolore può essere quello di fare una lista dei motivi per cui lo stai provando. Se ti stai punendo facendo delle ripetute sui rulli, può esserti di aiuto ricordare il perché lo stai facendo: “Forse stai cercando di perdere peso o vuoi battere i tuoi amici su una certa salita, oppure stai cercando di vincere una medaglia ai Giochi Olimpici. Riuscire ad articolare queste ragioni può farti superare i momenti difficili”.

Henderson suggerisce anche di trovare un proprio mantra positivo da ripetersi quando gli allarmi mentali si attivano. Qualcosa di semplice come “puoi farcela”. Dopo di che si tratta di capire come “senti” il tuo corpo quando lavori al limite. Henderson dice: “Chiudi gli occhi durante uno sforzo – quando pedali su i rulli, perché è meglio non provarci mentre pedali in strada”.

“Quali sensazioni avverti? Come batte il tuo cuore? Com’è la tua postura, la tensione nelle spalle, la sensazione a livello di gambe? All’inizio faccio fare questa prova ai corridori per tre minuti, in seguito si arriva a cinque o dieci minuti. I migliori atleti hanno sviluppato internamente la capacità di riconoscere potenza, cadenza, tensione muscolare e frequenza respiratoria per un particolare sforzo”.

Imparare a leggere il proprio corpo offre anche la possibilità di adattare la tecnica in modo da riuscire a ridurre il dolore in determinate aree. “Potresti fare un check e dire: ‘In realtà le gambe non stanno troppo male, ma sto respirando così forte che sembra che i polmoni stiano per esplodere’. Riconoscere questa situazione significa poter passare a una marcia più alta in modo da diminuire la pressione sul sistema cardio e caricare maggiormente quello muscolare”, dice Cassin .

Cinque minuti di allenamento

Quanto spesso dovremmo allenarci ad affrontare il dolore? “Cinque minuti alla settimana sono meglio di niente”, dice Henderson. “Cinque minuti di visualizzazione - vedere te stesso fare ciò che vuoi fare - può essere qualcosa di incredibilmente potente”. E che dire di quelle sessioni strazianti sui rulli, in cui si scava nelle profondità del dolore mentre si mormorano mantra positivi? “Quelle letteralmente a tutta?”, chiede Henderson. “Direi di farle ogni 8-12 settimane. Sicuramente fai già sessioni di allenamento intenso una o due volte a settimana. Fare molto di più è semplicemente troppo”.

Alla domanda su quale dei professionisti con cui hanno lavorato li ha impressionati di più per la capacità di affrontare il dolore, Cassin dice: “Quando si tratta di allenamento, Chloe Dygert (ex campionessa del mondo a cronometro). È l’unica che in pista ho visto fare un allenamento sul ritmo dietro motore, crollare a terra, sdraiarsi per cinque minuti, rialzarsi e fare di nuovo lo stesso sforzo alla stessa esatta velocità. Fenomenale”. Henderson dice: “Sarah Hammer (pistard statunitense) è una delle più toste in termini di capacità di dare tutto nelle gare”. Le loro risposte sollevano la domanda: è vero che le donne possono affrontare il dolore meglio degli uomini? Cassin è inequivocabile: “Sì, possono”.

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