Storia e magia della Maglia Rosa

Dai dittatori fascisti ai giornalisti superstiziosi, la storia della più famosa maglia ciclistica d'Italia.

La maglia Rosa di Eddy Merckx-Giro d’Italia 1968.

Venerdì 21 maggio 1971, il Corriere della Sera pubblicò una foto del team Salvarani sulla scala del loro hotel di Brindisi, dopo che i suoi corridori avevano conquistato il giorno precedente la vittoria nella tappa di apertura del Giro d'Italia. Guardando bene, si nota qualcosa di strano: invece delle solite maglie celesti, tutti e dieci gli uomini ritratti con l’aria soddisfatta sono vestiti di rosa.

Più rosa che mai

La prima tappa del 1971, partita da Lecce e terminata dopo 62 km a Brindisi, era stata speciale. Vincenzo Torriani, direttore del Giro dalla fine degli anni Quaranta (rimarrà in carica fino al 1992), aveva avuto un'idea innovativa. Invece che con un normale prologo - o la solita cronometro a squadre, il Giro iniziò con una staffetta a squadre, con i singoli corridori che partivano a intervalli di due minuti.

"Ogni corridore correva per sei chilometri con una bacchetta", disse l'ex Salvarani Pietro Guerra a Herbie Sykes, autore del libro Giro 100 uscito nel 2017. “Poi passava il testimone al compagno successivo, e così via. Era proprio come una staffetta di atletica leggera, ma in bicicletta e pensata come una cronometro".

La prova della Salvarani fu guidata da Felice Gimondi, che concluse la prima frazione con tre secondi di vantaggio su Herman van Springel, un margine che ogni suo compagno di squadra mantenne fino alla fine. Mentre i tempi registrati non contavano per la classifica generale, il risultato fece in modo che ogni corridore Salvarani fosse in rosa il giorno successivo. Fu così che la prima tappa vide al via 10 corridori in maglia rosa. "Sono contenti perché per un giorno non è appannaggio solo dei campioni che hanno conquistato la rosa in passato – come Gimondi - ma anche dei gregari che non avrebbero mai sperato di indossarla", scrisse il Corriere della Sera. "Il loro sogno si è avverato grazie alla formula originale di questa cronometro”.

"Credo sia stata una bella idea", disse Guerra più di 40 anni dopo. "Il pubblico sembrava divertirsi". Eppure il successo della Salvarani al Giro del 1971 fu di breve durata. Il giorno successivo, infatti, Marino Basso della Molteni prese la maglia rosa che nessuno della Salvarani indossò più in quella edizione, mentre lo svedese Gösta Pettersson della Ferretti vinse il Giro.

La maglia rosa fu introdotta dall'organizzazione del Giro nel 1931, sulla scia del Tour de France, dove i leader indossavano la maglia gialla dal 1919. Da subito, ci fu una complicazione per Armando Cougnet ed Emilio Colombo (rispettivamente direttore del Giro e del quotidiano organizzatore, La Gazzetta dello Sport). A differenza del Tour, per il quale il direttore Henri Desgrange e il suo giornale sponsor L'Auto erano liberi di fare le scelte che volevano per la loro gara, per un cambio di colore della maglia al Giro, Cougnet e Colombo avevano bisogno dell'approvazione dello Stato. Quindi, di Benito Mussolini e del suo Partito Nazionale Fascista.

Malgrado Mussolini, a quanto pare, non fosse entusiasta del colore "effeminato" della maglia, dato che La Gazzetta era stampata su carta rosa fin dal 1899, una maglia rosa era davvero l'unica scelta. Il Duce alla fine cedette, a patto che sulla maglia ci fosse anche il simbolo del fascismo. Fu così che la prima maglia rosa del Giro portava sulla parte frontale, al centro, il Fascio littorio: un fascio di aste legate attorno a un'ascia.

Una storica Maglia Rosa (Foto Guido Rubino).

La maledizione della rosa?

Il primo corridore a indossare la maglia rosa fu Learco Guerra, fra i favoriti grazie a un percorso sospettosamente pianeggiante, e quindi adatto alle sue caratteristiche. Vinse meritatamente lo sprint di apertura a Mantova, battendo il plurivincitore Alfredo Binda. Guerra fu quindi costretto a cambiare la maglia di campione italiano che deteneva per indossare quella del Giro, e non tutti ne furono entusiasti.

"È di colore rosa pallido, come un abito da donna!", scrisse La Stampa. "Vestito con il tricolore, Guerra è più maschio. Ed è più di una bandiera per un ciclista italiano”.

La cronaca sportiva racconta che due giorni dopo Guerra andò in crisi in salita, concluse la tappa in lacrime e la maglia passò a Binda. All'epoca Binda era considerato il miglior corridore del mondo, così forte che l'anno precedente gli organizzatori del Giro lo avevano pagato per stare lontano dalla gara per paura del suo strapotere. Per cinque tappe quelle paure sembravano fondate, ma nella sesta Binda cadde pesantemente e, sebbene avesse resistito fino al traguardo, fu costretto ad abbandonare. Guerra vinse le due tappe successive tornando in prima posizione, i suoi tifosi esultarono, ma quella gioia si sarebbe rivelata catastrofica. Nella tappa di Genova, un folto gruppo di tifosi correva entusiasta al suo fianco in maglia rosa. Un tifoso cadde trascinandolo a terra. La corsa del campione italiano finì lì. Il destino di Binda e Guerra, entrambi usciti mentre erano in rosa, portò alla credenza diffusa che quella maglia fosse maledetta.

Fu Francesco Camusso a salvare la competizione nel 1931, e ad allontanare la maglia da un alone di superstizione. Una corsa travolgente attraverso il Sestriere e verso Torino - compreso un cambio della corona dentata abilmente programmato - vide il 23enne superare in astuzia i suoi rivali e prendere il comando. A Milano, la sua vittoria fu applaudita calorosamente.

"Camusso è sempre stato fra i primi in salita, tra i più veloci ed efficaci nei tentativi di fuga e negli inseguimenti", fu il verdetto del Corriere della Sera. "Oggi, con sincera gioia, salutiamo il successo di un giovane", scrisse Vittorio Varale su La Stampa.I racconti di imprese così straordinarie alla ricerca della rosa sono davvero innumerevoli.

Fausto Coppi si imbarcò in una cavalcata su cinque passi di montagna nel 1949 trasformando un ritardo di 43 secondi in 23 minuti di vantaggio; Andy Hampsten sopravvisse al gelo del Gavia nel 1988 per prendere la maglia "il giorno in cui i grandi uomini piansero". O l'audace corsa di Chris Froome sul Colle delle Finestre per passare dal quarto al primo posto. L'elenco potrebbe continuare. Ma ciò che accomuna ogni edizione del Giro d’Italia, ogni atto di audacia, è il desiderio inesorabile di un uomo di farsi vedere in rosa.

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