di Jeremy Whittle - 25 settembre 2019

Taylor Phinney, un artista in sella

Musicista, pittore, viaggiatore... Taylor Phinney, vincitore di una tappa al Giro d’Italia e campione iridato nell’inseguimento individuale, si rifiuta di rientrare nello stereotipo del ciclista professionista. Con noi parla del ritorno dopo un grave infortunio, della fedeltà ai propri ideali e della gioia ritrovata di andare in bici

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Immagini Chris Blott

Nel secondo documentario della serie Thereabouts c’è una scena che offre un rinfrancante antidoto al mondo tutto intrighi e politica del ciclismo professionistico. Il documentario, che si svolge nel 2015, segue un gruppo di amici che percorre in bicicletta – privilegiando le sterrate e le soluzioni anticonvenzionali – il tragitto da Boulder a Moab, negli Stati Uniti.

Mentre calano le prime ombre della sera sui deserti del Sud-Ovest degli Stati Uniti, Taylor Phinney è chinato sulla sua bici, le lunghe gambe intente a pedalare senza sforzo su una strada apparentemente infinita che punta verso l’orizzonte. Taylor indossa pantaloncini del team BMC, una felpa con il cappuccio e una giacca di jeans. “Il bello sta nell’inutilità del tutto”, dice la voce off. “Non ci stiamo allenando, non stiamo gareggiando, non stiamo guadagnando un milione di dollari. Stiamo solo andando in bici”.

C’è stato un tempo in cui sembrava che Taylor Phinney non si sarebbe mai adattato del tutto al ciclismo professionistico, pur essendo figlio d’arte: suo padre è Davis Phinney, vincitore di una tappa al Tour del France, e sua madre è la medaglia d’oro olimpica Connie Carpenter. Oltre a un talento prodigioso, Taylor aveva anche qualcos’altro, un temperamento creativo e curioso che sembrava fare a botte con i valori corporativi su cui si fonda il ciclismo professionistico.

Seguire ciecamente gli ordini non era certo da lui ed è forse per questo che la sua carriera non è stata quel che si dice lineare. Dieci anni fa Phinney era considerato la nuova promessa del ciclismo americano, e gli eterni rivali ed ex compagni di squadra Lance Armstrong e Jonathan Vaughters se lo disputavano. All’inizio Taylor si lasciò lusingare dalla notorietà di Armstrong e nel 2008 firmò per il team Trek-Livestrong. Aveva 18 anni, era impressionabile, e all’epoca parlò di “incontro predestinato”. Adesso non ha molta voglia di commentare pubblicamente i suoi rapporti con Armstrong. Basti dire che non rifarebbe la stessa scelta. Anzi, oggi è tornato addirittura al punto di partenza, ed è attualmente un pilastro del team di Vaughters, l’Education First.

Tale è il suo talento naturale che all’inizio il successo arriva in tempi relativamente brevi. C’è una vittoria di tappa e un effervescente periodo in maglia rosa al Giro d’Italia 2012, una vittoria al Dubai Tour, una tappa vinta al Tour of California e il trionfo nella prova a cronometro ai Campionati statunitensi di ciclismo su strada del 2014.

Poi, però, sulla discesa da Lookout Mountain - durante la prova in linea dei Campionati nazionali - è protagonista di una catastrofica caduta che gli cambia la vita.

Le brutte lesioni riportate da Phinney nell’impatto ad alta velocità con un guard-rail mentre sterza per schivare una motocicletta rischiano di mettere fine alla sua carriera. Una frattura alla tibia richiede un inchiodamento, il tendine della rotula è reciso. Con lui a vivere il trauma dell’incidente c’è Lucas Euser del team United Healthcare. I tifosi di ciclismo sono ormai abituati a vedere corridori che approfittano delle disavventure degli avversari. Non è il caso di Euser, che rimane con Phinney fino all’arrivo dei medici di gara. “È rimasto al mio fianco quando stavo male”, dirà poi Phinney. “Ha rinunciato alla sua gara per esserci, e probabilmente ha avuto un trauma ancora peggiore, perché lui ha visto in che condizioni era la mia gamba, mentre io non volevo vedere”.

Tragica ironia, il trauma di quell’esperienza accelera il ritiro di Euser dalle competizioni, mentre la carriera di Phinney va avanti. “Il senso di colpa del sopravvissuto”, l’ha chiamato Euser. “Con l’incidente di Taylor è cambiato qualcosa”.

Euser viene premiato dal Comitato olimpico statunitense per la sua condotta. Oggi è un rappresentante di spicco dell’ANAPRC, l’associazione di corridori nord-americani che si impegna per migliorare la sicurezza e le condizioni di lavoro dei professionisti.

Dopo l’incidente Phinney deve pensare alla riabilitazione. Ma la pausa gli offre anche un’occasione per riflettere. La partecipazione a Thereabouts è parte della ripresa. A quel punto è appena tornato a correre in bici, con eleganza ma anche senza porsi obiettivi, per stare con gli amici e divertirsi lontano dal mondo del professionismo.

Lentamente, nei due anni in cui ancora corre con esiti alterni per la BMC, ritrova la forma. Poi, nel 2017, partecipa al suo primo Tour de France correndo nel team Cannondale-Drapac di Vaughters. Anzi, può quasi vantare una vittoria di tappa.

Come il leader del team Rigoberto Uran, Phinney è stato uno dei corridori rimasti fedeli a Vaughters mentre questi era alla difficile ricerca di sponsorizzazioni per la squadra. “Volevo dare a Jonathan e al team la possibilità di salvare la situazione”, dice nel suo stile asciutto e rilassato. “Io non avevo intenzione di andare altrove, così ho aspettato. Insomma, adesso non ho più ansie perché ho capito che c’è veramente tanto al di fuori di questo sport. Sono all’ottavo anno di professionismo e mi sento ancora giovane. La prima volta che ho partecipato alle Olimpiadi stavo finendo le superiori, e sono passati dieci anni. All’epoca non pensavo minimamente all’università, avevo i miei sogni, volevo diventare un atleta, vincere, ma invecchiando mi sono reso conto che l’istruzione va al primo posto. E quindi per me correre in questo team è l’ideale". Continua...

L'intervista completa è stata pubblicata su Cyclist Agosto-Settembre 2018

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