di Joshua Cunningham - 19 febbraio 2019

Transcontinental Race: una sublime spinta oltre i limiti

Dopo dieci Paesi, tremila chilometri e poche ore di sonno, Cyclist può raccontare le gioie e i dolori della Transcontinental Race
1/10 Alcune immagini che rendono al meglio gioie e dolori della Transcontinental Race. Foto James Robertson

1 di 4
La strada che ho davanti è illuminata soltanto dal fascio luminoso della mia torcia frontale. Tento di guidare la mia ruota anteriore attraverso il labirinto di rocce e pezzi di legno che ingombrano la strada agricola, ma fatico a tenermi diritto. È quasi mezzanotte, e mi trovo in un punto imprecisato tra il confine slovacco e la città di Miskolc, nell’Ungheria settentrionale, dopo 18 ore in sella. Alla vista di un cartello di divieto d’accesso alle biciclette ho dovuto abbandonare il tracciato previsto, e adesso mi trovo costretto a procedere per venti chilometri in un paesaggio desolato prima di tornare in carreggiata senza penalità. E pochi minuti fa mi è toccata anche la sfortuna di una doppia foratura. Finalmente mi ricongiungo con la rete stradale e proseguo per qualche chilometro fino alla periferia di Miskolc. Esausto, trascino la bici fino a un luogo appartato tra una linea ferroviaria e una zona industriale, mi tolgo il casco (il numero 98) e mando giù un paio di panini stropicciati. Una rapida occhiata al GPS che rileva la posizione di tutti i partecipanti mi dice che sono uno dei pochi ciclisti ancora attivi, contento entro nel mio sacco da bivacco e mi stendo a riposare in questa terra di nessuno. Dopo poche ore di sonno agitato mi rimetto in viaggio, e presto mi imbatto in un altro cartello che vieta l’accesso alle biciclette. Nel buio intravedo una bici appoggiata a una piccola fermata d’autobus, sul ciglio della strada. È equipaggiata con una prolunga da triathlon, sfoggia un assetto bike-packing e da sotto un telo impermeabile spuntano due piedi attaccati a due gambe fasciate di lycra. “Finalmente ci incontriamo, numero 84”, mi dico, soddisfatto di aver raggiunto l’avversario che mi impongo di battere da ieri.
Sono da poco trascorse le 4 del mattino e sono immerso nella foschia attraverso la campagna ungherese, mentre la luce della luna piena dipinge il paesaggio nelle sfumature del blu e del grigio. La quiete notturna è disturbata solo dal ticchettio ritmico della mia catena. A est intravedo le prime luci dell’alba. E inizia così un’altra giornata della Transcontinental.
La Transcontinental, per chi non lo sapesse, è una corsa in bici attraverso l’Europa da fare in autonomia, senza aiuti esterni. Il tracciato cambia ogni anno, e l’edizione del 2017 si snodava tra il Belgio e la Grecia con checkpoint in Germania, Italia, Slovacchia e Romania. Ci sono poche regole: devi obbligatoriamente passare per tutti i checkpoint, ma per il resto il percorso dipende da te, e devi cavartela senza supporto.
La regola dieci riassume bene a filosofia della gara: “I corridori devono muoversi con spirito di autosufficienza e di pari opportunità”. Per citare il fondatore della Transcontinental, Mike Hall, questo è un evento sportivo “in cui basta prendere una bicicletta, presentarsi alla linea di partenza e correre per migliaia di chilometri mossi da pura passione sportiva”.

Questo tipo di gare di ultra-distanza senza supporto è stato reso popolare proprio dalla prima Transcontinental Race, nel 2013. Già da anni esistevano il Tour Divide, gara semiufficiale di 4.400 km in mountain bike sulla Great Divide, tra le Montagne Rocciose, e la Race Across America, un evento ad alta visibilità cui partecipano corridori con grossi sponsor e aiuti al seguito. Nel 2012 è arrivata la World Cycle Race, giro del mondo in bici senza supporto vinto da Mike Hall.
Ma è stato solo l’anno successivo, quando Hall ha organizzato la prima Transcontinental, che la disciplina ha preso veramente quota.
Tra i corridori della prima edizione c’era Juliana Buhring, che aveva da poco fatto il giro del mondo in solitaria e aveva stabilito il record come donna più veloce a circumnavigare il mondo in bici. “Dopo il giro del mondo ho conosciuto Mike”, racconta. “Siamo diventati amici, e quando lui ha lanciato la TCR (Transcontinental) mi ha invitata a partecipare. Non avevo mai gareggiato prima, ma Mike ha detto ‘Hai fatto il giro del mondo; mica sarà più difficile, no?’. Ero l’unica donna in gara, ho tagliato il traguardo in 12 giorni e lì è iniziata la mia vera passione per le gare di ultra-distanza”.

In molti le hanno dato ragione. Nei quattro anni successivi questa specialità di nicchia ha registrato una crescita esponenziale, trasformandosi in un vero e proprio movimento guidato da Hall e dalla sua gara. Era un modo di correre reale, imprevedibile, schietto, duro e soprattutto aperto a tutti. “Ha veramente sfondato”, osserva Buhring. Spuntano gare ovunque, dalla Trans Atlantic Way in Irlanda alla Indian Pacific Wheel Race in Australia, alla Trans Am negli Stati Uniti. “Agli esseri umani piacciono le sfide, e in queste gare le sfide non mancano. La formula è accessibile, aperta a chiunque voglia provarci non solo a gente con grossi sponsor”, aggiunge.
Per un crudele scherzo del destino, mentre correva la prima Indian Pacific Wheel Race, nel marzo del 2017, Mike Hall – che se la stava battendo con Kristof Allegaert – è stato travolto da un’auto ed è morto sul colpo. Il mondo del ciclismo è rimasto sconvolto, e all’indomani della scomparsa di Mike il futuro della Transcontinental era in bilico. Per assicurarne la continuazione è stato creato un comitato organizzatore. “Molti hanno visto la corsa del 2017 come un omaggio all’uomo che ha ispirato tutti noi a prendere la bici e a partire per nuove avventure”, dice Buhring, oggi direttore della gara.

“La sua morte ha sensibilizzato tutti sui rischi di queste corse, ma anche sui motivi che ci spingono a gareggiare. Questo era lo spirito che Mike aveva dato alla TCR: allontanarsi dalla quotidianità, fare qualcosa di straordinario, vivere avventure e spingerci ai limiti delle nostre capacità per affrontare paure, punti di forza e debolezze. Crescere”. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Marzo 2018
© RIPRODUZIONE RISERVATA