Tre cime: una salita da non sottovalutare

Questa salita, che si snoda tra le spire di pietra calcarea delle Dolomiti, è tanto bella quanto feroce

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Immagini Alex Duffill

Lunghezza. Pendenza media. Pendenza massima. Punto più alto. Sono queste le cifre che inquadrano una salita. Sulla carta sono molto eloquenti, ma nella realtà dicono pochissimo. Siamo circondati dalle pallide cime delle Dolomiti di Sesto, e il compito che ci attende è espresso così in cifre: lunghezza 7,5 km, pendenza media 7,5 %, pendenza massima 18 % e punto più alto a 2.340 m. Sulla carta, dunque, la salita delle Tre Cime di Lavaredo (Drei Zinnen, in lingua tedesca) non è troppo lunga. E complessivamente neppure troppo ripida e neppure troppo alta all’arrivo.

Traducendo mentalmente quelle cifre in termini di fatica, ne viene fuori una salita di media entità. Anzi, quei numeri sono così poco appariscenti che si sarebbe perfino tentati di escludere questa strada senza uscita dalle escursioni nella regione. Ma sarebbe un errore sottovalutare la salita delle Tre Cime.

Il prologo di un dramma shakespeariano

I momenti migliori per attaccare la salita sono la mattina presto o il tardo pomeriggio, per evitare la folla.

E non mi riferisco agli altri ciclisti, ma alle auto e ai pullman turistici. In alta stagione, alle 10 del mattino i due grandi parcheggi ai piedi della salita sono già stracolmi. E un numero ancora maggiore di turisti sarà disposto a pagare i 30 euro di pedaggio per raggiungere la strada che si estende oltre una sbarra rossa e bianca. Se avete tempo potete aspettare in un bar di Misurina, che propone pizze eccellenti.

Quando finalmente monterete in sella troverete una partenza tosta. La strada è ben asfaltata ma si snoda per un chilometro in una serie di tornanti raggiungendo una pendenza media dell’11 %, ben oltre il pubblicizzato 7,5 %. Come il prologo di un dramma shakespeariano, è un assaggio degli atti che seguiranno.

Poi c’è l’avvisaglia di pendenze più miti, incarnata da un lago. È un bacino naturale e non molto grande, sulle cui placide acque si specchiano gli alberi circostanti. La situazione si fa ancora più facile quando la strada scende lungo un tornante verso la barriera che segna l’inizio del tratto a pedaggio.

Prendete velocità sulla discesa e conservatela su una sezione pianeggiante che imbocca un ponticello. Tutto molto piacevole, ma se guardate in su vedrete il Rifugio Auronzo, cioè la vostra meta. Anche se si avvicina, il dislivello non sembra diminuire, il che è un problema.

Pendenza media? Più vicina al 12%

A questo punto restano solo 4 km, ma ci sono ancora circa 500 m di dislivello, una situazione non molto diversa da quella della partenza. La famosa pendenza media del 7,5% appare adesso un drammatico inganno. Facciamo che sta al 12%, va’.

Con il successivo tornante a destra iniziate nuovamente a salire e stavolta non avrete tregua fino al rifugio. Gli abeti che fiancheggiano la strada vi tengono compagnia per un altro paio di chilometri, distanziandosi di tanto in tanto per lasciar intravedere un’altra curva.

Poi, dopo un tornante contrassegnato da graffiti rossi che vi ricordano dove siete, piombate di colpo in modalità IMAX. Se non avete già il fiato corto è possibile che ve lo ritroviate completamente mozzato dalla maestosità del paesaggio.

Da qui la strada si avvolge su se stessa serpeggiando sinuosa per circa un chilometro. Si avrebbe anche voglia di ammirare il paesaggio, ma il problema è che questo è forse il segmento più impegnativo della salita: si impenna, si ammorbidisce, poi si impenna nuovamente. Sarà anche una scalata breve, ma è sicuramente capace di dinamizzare una gara, dove gli scarti al traguardo possono essere notevoli. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Dicembre 2018/Gennaio 2019

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