a cura della Redazione - 14 gennaio 2020

Viaggio nelle Fiandre

Vi portiamo nelle Fiandre Occidentali, territorio trascurato dal nuovo percorso della Ronde. Eppure a Roeselare sono cresciuti quattro campioni del mondo, le cui imprese rivivono in uno storico velodromo e in un museo da poco riaperto, il Koers.

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Con lo spostamento del via del Giro delle Fiandre da Bruges ad Anversa a partire dallo scorso anno la Ronde ha ormai localizzato la sua presenza nella sola provincia delle Fiandre Orientali. Dalle tv di tutto il mondo rimbalzano immagini dei capisaldi di quest’area ricca di muri celebri e settori di pavé, perlopiù inconfondibili all’occhio di un vero esperto.
 Ma ci sono altre Fiandre, non certo trascurabili, destinate ad alimentare la curiosità del visitatore su due ruote.
Sono quelle Occidentali, naturalmente, laddove chi si immerge per pedalare nelle verdi campagne deve fare i conti con il vento che spira dal Mare
del Nord e dove le dolci colline si appiattiscono piano piano fino ad azzerarsi, sia che si guardi
 a nord verso il confine olandese sia a sud, in direzione Francia. Occorre forse citare qualche corsa prestigiosa che dia lustro a questo territorio per rendere più credibile la nostra convinzione? Eccovi accontentati: Gand-Wevelgem, Dwars door Vlaanderen, Bruges-De Panne, partenza e arrivo della Kuurne-Bruxelles-Kuurne. Ma c’è di più. Noi di Cyclist abbiamo investigato nei dintorni
di Roeselare, cittadina con una straordinaria vocazione ciclistica e con il culto dei suoi eroi. Scoprendo che...
A Roeselare si colgono le origini di una passione sconfinata. Qui sono cresciuti addirittura quattro campioni del mondo: Jean-Pierre Monseré, Benoni Beheyt, Patrick Sercu e Freddy Maertens.
 Una concentrazione notevole di stelle per una città che non è tra le più grandi e rinomate di tutto il Belgio. Eppure il suo nome suona familiare a chi ha confidenza con il grande ciclismo. E se la gradevole Oudenaarde è oggi indiscutibilmente il centro nevralgico della Ronde, Roeselare e i suoi luoghi legati ad uno sport che è patrimonio della gente assumono una connotazione più emozionale, quasi mistica.

Koers is religie” è stato per anni lo slogan di una chiesa sconsacrata (Paterskerk) divenuta museo, oggi sede dell’ufficio turistico locale; mura tra le quali veniva raccolto e collezionato ogni tipo di materiale legato alle corse. Se Johan Museeuw ne è stato l’ambasciatore, a Eddy Merckx spetta
 il ruolo di entità suprema (non vorremmo essere blasfemi ma un’immagine sull’altare lo paragona chiaramente a Dio).
In quel contesto l’esibizione risultava essere metaforica: la via crucis comparata all’agonia dei ciclisti, con la vita degli stessi fatta di sacrifici e rinunce come quelle dei monaci. Koers (o Koerse) è anche una parola dalla traduzione per noi italiani affatto scontata e che gli stessi fiamminghi non amano convertire.

Preferiamo che il termine rimanga tale, quale sinonimo di agonismo esattamente come lo è Ronde per coloro che la corrono e la seguono, parola ormai entrata nel gergo comune”, spiega nel dettaglio Thomas Ameye, curatore del museo. “Per questo traduciamo la sola baseline di Koers, ovvero ‘museum van de wielersport’ con museo del ciclismo”.

Dopo una prolungata chiusura il museo Koers ha riaperto le porte ai suoi appassionati, lo scorso 9 settembre, a due passi da Paterskerk ma nei più ampi locali di una vecchia caserma dei vigili del fuoco: dentro si trova di tutto un po’, memorabilia di ogni provenienza e fattezze.
Cartelli di gare storiche, fogli firma d’antan, un’infinità di maglie e biciclette appartenute a di erenti campioni, dagli albori al presente. Spicca un clamoroso reliquiario sulla carriera di Merckx, con 24 ampolle contenenti minuscoli reperti relativi a corse in cui il Cannibale ha lasciato il segno, come fosse davvero una santità: un pezzetto della candela che bruciava sul Kapelmuur durante il Fiandre 1969, un’unghia d’asfalto della salita di Novazzano del Mondiale 1971 vinto a Mendrisio, un frammento di pietra del Mont Ventoux e di pavé del Carrefour de l’Arbre, l’acqua della fontana di via Roma a Sanremo e della cappella della Madonna del Ghisallo. C’è molto altro in realtà, tutto rigorosamente catalogato.
Ad acuire l’emozione il ricordo di un martire, il figlio a cui Roeselare nonostante tutto non vuol rinunciare. Jean-Pierre Monseré poteva essere Merckx, si diceva ne avesse tutte le carte
 in regola. A differenza di altri nomi paragonati troppo frettolosamente al più grande senza esserne contemporanei, il giovane stava crescendo sotto la sua ala e con lui il “gemello” De Vlaeminck.
Monseré fu protagonista di una vertiginosa ascesa e di una tragica fine, in nemmeno due anni di professionismo. Congedatosi tra i dilettanti con l’argento iridato di Praga ’69 alle spalle del danese Mortensen, a fine stagione si aggiudicò il Giro
 di Lombardia alla sua seconda corsa, grazie alla squalifica per doping del vincitore Karstens.
 Il capolavoro fu il successo al Mondiale di Leicester, nel 1970, quando avuta via libera da Merckx anticipò Mortensen e Felice Gimondi sul traguardo posto nel circuito automobilistico di Mallory Park.
Non aveva neppure 22 anni. Con indosso i colori dell’arcobaleno trovò la morte in corsa sette mesi più tardi, schiantandosi frontalmente contro un’auto entrata sul percorso, a Retie, durante
nun criterium di paese nei pressi di Anversa.
 Il figlio Giovanni, cresciuto da mamma Annie con l’aiuto di Freddy Maertens e della moglie (sorella di Annie), sarebbe scomparso a soli 7 anni, anch’egli travolto da una vettura mentre pedalava a Rumbeke, periferia di Roeselare, nel giorno 
in cui a Versailles lo stesso Maertens vinceva
 per la settima volta in quel Tour del 1976 di cui
 era incontrastato re delle volate. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - novembre 2018
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