di Joshua Cunningham - 03 settembre 2019

La magia della Montagna nera

Cyclist punta dritto al cuore della penisola balcanica per scoprire una delle mete ciclistiche più belle d’Europa

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Immagini George Marshall

"In bicicletta? No, escluso! Impossibile!”, esclama la receptionist dell’albergo. Le ho appena esposto il programma di oggi, un giro del Parco nazionale del Durmitor nel Montenegro settentrionale, e lei la considera un’impresa estremamente pericolosa.

Ben lungi dal lasciarmi dissuadere, prendo la sua reazione come un buon segno. Indica non solo che il Durmitor probabilmente offre scenari mozzafiato, ma anche che è poco frequentato dai ciclisti.

Il sole è spuntato da poco in questa calda mattina di giugno quando usciamo dal parcheggio dell’albergo e attraversiamo Žabljak. E subito, al di sopra dei tetti aguzzi del paesino, ci appaiono le pareti del massiccio del Durmitor, possenti e piene di presagi. La reazione incredula della receptionist ha preparato l’atmosfera di quella che sarà certamente una giornata memorabile, e con Rob che pedala al mio fianco mi preparo a dimostrare due cose: uno, che il Durmitor è una delle più belle zone inesplorate di tutta Europa; due, che il mezzo migliore per apprezzarlo è la bicicletta.

Nella sua lingua natale, Montenegro – Crna Gora – significa “montagna nera”, nome che evoca all’istante l’abbondanza di rilievi e di fitte conifere che ricoprono buona parte del Paese. Si tratterebbe infatti del territorio più montuoso di tutta Europa, potendo vantare il maggior numero di cime che superano quota 2.000 metri. Nel massiccio del Durmitor ci sono ben 48 montagne che rientrano in questa descrizione. La più alta, il Bobotov Kuk, raggiunge i 2.522 metri. Mentre puntiamo verso nord, il Bobotov domina l’orizzonte a ovest e le sue falde più alte amoreggiano con la nuvolosità residua del mattino, nascondendo per ora i propri segreti. La salita sul passo rientra nel nostro itinerario, ma ci vorranno ancora circa 120 km prima di affrontarla.

Ben presto la strada si restringe in un percorso così stretto e apparentemente abbandonato che dobbiamo consultare il Gps per assicurarci di non aver sbagliato qualcosa. Superiamo le piccole aziende agricole disseminate lungo la strada, dalle quali non esce un solo suono. I cortili addormentati, i macchinari in disuso e le rustiche strutture di legno riecheggiano la tranquillità del paesaggio circostante. Gradualmente i pascoli vengono inghiottiti da fitte foreste.

Tra gli alberi è stato ricavato uno spazio appena sufficiente a permettere alla strada di infilarsi sinuosa in mezzo alle ombre. Noi seguiamo diligentemente il tracciato, guadagnando quota a ogni colpo di pedale. Quando abbiamo lasciato Žabljak ci trovavamo già a 1.456 m sul livello del mare, e mentre continuiamo a salire il bosco si fa via via più rado. Superiamo presto la linea degli alberi, su una strada che dà l’impressione di sovrastare tutta la penisola balcanica. Verso l’orizzonte orientale si estende un paesaggio in parte brullo, in parte boscoso e in parte montuoso che riassume la geografia della regione. Le sue cime non saranno alte come quelle alpine o pirenaiche, le sue foreste non saranno fitte come quelle scandinave e le sue brughiere sono meno desolate di quelle delle Highlands scozzesi, ma è l’insieme di questi paesaggi naturali estremi in una sola regione a dare ai Balcani il loro feeling selvaggio.

Il paesaggio molto vario riflette la geografia umana di questi luoghi. Per lunghi periodi storici la regione oggi nota come Montenegro è stata controllata da tribù guerriere chiamate pleme. Queste tribù litigavano per lo più tra loro per poi unire le forze contro i nemici comuni: questa fu una delle poche regioni balcaniche a respingere l’invasione ottomana.

La strada su cui ci ritroviamo segue essenzialmente i confini della regione del Sandžak (in italiano Sangiaccato), di etnia musulmana, che storicamente rappresentava il limite del controllo ottomano, ma in seguito – dopo essere stata divisa tra Serbia e Montenegro – assorbita dalla Jugoslavia insieme al resto dei territori circostanti. Il fatto che ci troviamo anche nella regione della vecchia Erzegovina indica quanto siamo vicini al confine bosniaco, oltre il quale si moltiplicano le divisioni etniche esacerbate dalla guerra.

Percorrendo una regione così complessa dal punto di vista etnico e sociale è difficile non riconoscere un parallelismo tra il passato storico tumultuoso e indomito, e la natura selvaggia del paesaggio che si estende davanti a noi. Com’è spesso il caso, scopriamo che il modo migliore per conoscere e capire un luogo è la bicicletta.

Dietro una curva ci si para davanti la gola del fiume Tara, un canyon lungo 86 km la cui profondità raggiunge i 1.300 metri, è la gola più profonda d’Europa. Quello che inizialmente era apparso come un sinistro vuoto nel paesaggio, a est, si presenta ora come una strabiliante serie di speroni sovrapposti ammantati da una sottile nebbiolina e ricoperti da una densa vegetazione. Continua...

Il resoconto completo del viaggio è stato pubblicato su Cyclist - Luglio 2018

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