di Monica Nanetti - 01 marzo 2019

Marrakech Express

È l’avventura (a pedalata assistita) nel sud del Marocco vissuta da dodici italiani: villaggi fortificati, passi oltre i duemila metri (come il Tizi n’Tichka) e distese di sabbia finissima a pochi chilometri dal confine con l’Algeria
1/10 Sette giorni tra laghi salati e paesaggi lunari, in sella a una fat e-bike nel Marocco del sud. Ecco alcuni scatti

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Non prenderla di costa, vieni giù dritta per la massima pendenza e vedrai che vai bene!”. Mica facile, se la pendenza è quasi al 40% e tu non sei un’esperta di downhill, ma una figura del tutto incongrua: una signora milanese in sella a una bicicletta nel bel mezzo del deserto. Se mi sono ritrovata qui, appollaiata con aria perplessa in cima a una duna del Sahara, è per merito (o per colpa) di un’occasione più unica che rara: il primo tour in fat bike a pedalata assistita nel sud del Marocco.

L’idea è di Luca Santini, uno che di deserti se ne intende: oltre trent’anni di esperienza nella organizzazione di viaggi in ambito outdoor, assistenza a spedizioni scientifiche (in appoggio a strutture come il National Geographic, il Musée de l’Homme, il British Museum), una Parigi-Dakar corsa in gioventù, ha viaggiato e vissuto un po’ in tutto il mondo, ma con una predilezione particolare per le zone più aride del pianeta: dall’Oman al Mali, dal Niger alla Mauritania. Una passione a cui si è aggiunta, negli ultimi anni, quella per le mountain bike, in particolare nella versione a pedalata assistita, evolutasi poi nella scoperta delle straordinarie possibilità offerte dalle ruote grasse, sempre in versione e-bike: perfette per la neve ma ideali anche per “galleggiare” sulla sabbia di spiagge e deserti.
E di esperienza logistica e organizzativa ce ne vuole senza dubbio parecchia, per un viaggio di questo tipo: a partire dalla predisposizione della flotta di dodici fat e-bike che hanno dovuto essere trasportate via terra dall’Italia su un apposito rimorchio, all’allestimento dei fuoristrada per il trasporto di bagagli e materiale, alla pianificazione dei pernottamenti in hotel e campi tendati, fino alla gestione del “pronto intervento” per le inevitabili forature (nel deserto marocchino ci sono zone costellate di graziosi fiorellini che però nascondono spine tanto grosse e appuntite da bucare anche i copertoni più rinforzati e foderati). E poi, ciliegina sulla torta, un maestro di yoga al seguito per due sessioni quotidiane di pratica, al mattino e alla sera: ideale complemento a una giornata in sella, vero toccasana per eventuali indolenzimenti e contratture, ma soprattutto affascinante momento di relax per la suggestione dell’ambiente circostante, dai grandi cieli e dagli orizzonti infiniti, che rende il tutto un’esperienza quasi spirituale.
Ed eccoci qui, un gruppetto di dodici persone dalle più diverse caratteristiche e livelli di preparazione: ciclisti esperti, persone atleticamente preparate ma poco avvezze alle due ruote, neofiti volonterosi. Perché il bello, con le bici a pedalata assistita, è proprio nella possibilità di modulare lo sforzo secondo le possibilità di ciascuno, sfruttando in modo più o meno intensivo la potenza della batteria e rendendo possibili a tutti, o quasi, “imprese” altrimenti fuori da ogni ragionevole portata; da sudare, comunque, ce n’è per tutti, inclusi i più allenati, dato che più “gamba” hai e più alte sono le dune che ti viene voglia di scalare.

In sette giorni di viaggio, con partenza e arrivo a Marrakech e con trasferimenti in fuoristrada nei tratti più lunghi e meno interessanti, abbiamo pedalato (per una media di 50/60 km al giorno) attraverso la catena montuosa dell’Atlante solcando passi altissimi (come il Tizi n’Tichka, a 2.260 metri sul livello del mare), visitando luoghi straordinari (come Ait Ben Haddou, uno “ksar” - o villaggio fortificato - tanto affascinante da essere diventato Patrimonio dell’umanità dell’Unesco) e spingendoci sempre più a sud, oltre Ouarzazate e Zagora (cittadina che, recita un fotografatissimo cartello, si trova a “52 giorni di carovana da Timbuctù”), fino alle grandi distese di sabbia finissima a pochi chilometri dal confine con l’Algeria.

Un percorso che ci ha portati a sperimentare ogni tipo di terreno: strade asfaltate e ben tenute (con tanto di corsia riservata per le biciclette, perché a quanto pare in Marocco si punta anche su ciclismo e cicloturismo), tracciati sterrati, sentieri sassosi, piste battute; ma soprattutto, grazie alla tenuta delle ruote grasse (e per i meno allenati, al contributo del motore elettrico), abbiamo potuto avventurarci fuori dalle tracce battute e ben oltre le più note e frequentate destinazioni. Continua....
Il reportage completo è stato pubblicato su Cyclist - Marzo 2018
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