Pedalare in Colombia, dove tutto sale

Tutto è alto in Colombia e le montagne a est di Medellin, la seconda città più grande dello stato sudamericano, non fanno eccezione. Possono sembrare tranquille, ma nascondono salite implacabili che mettono alla prova ogni singolo respiro.

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Pedalare in Colombia (foto Mike Massaro).

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Tra le forcelle di una bici d’acciaio arrugginita appesa a due metri di altezza sopra ad un albero, la coppia di ruote Spinergy in carbonio a quattro razze non potrebbe sembrare più strana. Eppure, considerando dove ci troviamo, è in un certo senso appropriata.

L’albero è appena fuori dalla casa di Mauricio Ardila, costruita in cima a quella che sembra una collina. Perché tutto, in Colombia, è alto. Siamo a poco più di un’ora da Medellín, dopo essere saliti e usciti dalla spaccatura naturale in cui si annida la città, ma il contrasto è netto. Il clacson e l’incessante reggaeton che suona dai bar e dai finestrini delle auto non ci sono più; al loro posto c’è solo l’occasionale ululato di un cane. Se prima eravamo circondati da grattacieli scintillanti, ora a casa di Mauricio, in cima a un precipizio di 2.400 metri dispersa nel buio pesto, l’unica luce che si intravede è qualche lampo di un temporale così lontano che nemmeno si può sentire.

Come tutti i ciclisti di un Paese che ama il ciclismo quasi quanto il calcio, quest’uomo esile, con un sorriso largo quasi quanto la sua altezza, è una leggenda. Al suo apice Mauricio ha vinto il Tour of Britain, ha corso per la Rabobank e si è quasi unito alla US Postal (fu rifiutato perché i suoi livelli di ematocrito erano considerati troppo bassi), e durante questo periodo ha avuto la lungimiranza di costruire questa casa e pensione, la Casa del Ciclista, che è la nostra base. All’inizio Mauricio veniva qui – vicino a Santa Elena - con il connazionale Rigoberto Urán per allenarsi nella pausa tra le gare europee. Più tardi Egan Bernal ed Esteban Chaves avrebbero fatto lo stesso.

Oltre a me e a Ben, che gestisce i tour di PiCO Bike Travel e che domani pedalerà con me, Mauricio ha altri due ospiti per questa notte: i giovani professionisti Dylan e Thomas, che sono rimasti dopo il Giro di Colombia che si è concluso proprio la scorsa settimana. Ciò significa che sarà una notte di bevute, e Mauricio ha già aperto ‘un rum di 30 anni molto speciale’ che potrebbe togliere lo smalto da un radiatore, e che chiaramente aiuta l’ex professionista a raccontare diverse storie in spagnolo, che Ben traduce per me.

“Dice che ricorda come fosse adesso di quella pazzesca penultima tappa al Giro d’Italia del 2005, la Savigliano-Sestriere, in cui si trovò a duettare con Paolo Savoldelli che poi vinse quell’edizione della corsa rosa”.

Provo a cercarlo di nascosto su Google, ma non faccio in tempo, perché Mauricio fa partire un video di YouTube sul suo telefono. Di sicuro, è la penultima tappa sul ghiaioso Colle delle Finestre e ci sono tutti i 58 kg di Mauricio ad assistere un Paolo Savoldelli dall’aspetto malandato attraverso le nuvole di gesso sollevate dalle moto. Savoldelli è inconfondibile in rosa con i loghi di Discovery Channel; Mauricio è nel rosso della sua squadra Davitamon-Lotto. Quella tappa e quel Giro sono entrati nella storia del ciclismo per l’incertezza del risultato finale che avrebbe potuto far perdere a Savoldelli la maglia rosa del vincitore e lasciarla a Gilberto Simoni.

Quella bici con le ruote della Spinergy ora mi sembra più appropriata, simbolo dell’incontro tra gli europei benestanti e la realtà di un Paese dove le bici significano soprattutto trasporto, non contratti professionali.

La mattina seguente la mia testa è ancora molto dolorante, ma mi rifiuto di darle seguito, e lo stesso fa Nena, che gestisce un ristorante qui vicino ed è venuta appositamente a prepararci la colazione, che consiste in platano fritto, macedonia di frutta e quello che presto imparo essere un accompagnamento tipico di ogni pasto in Colombia, l’avocado.

Il caffè - o tinto - è forte e acre ma non sgradevole, anche se molto lontano dal ‘Colombiano single origin’ a cui sono abituato. Ben mi spiega che nonostante i colombiani amino il caffè anche più di quanto già amino il calcio e le biciclette, questo è il meglio che possono ottenere, risultato della scelta di inviare il prodotto migliore oltreoceano. Così i tinto sono diventati una questione di praticità e non di specialità.

Fuori, nella notte, la condensa si è accumulata sulle nostre bici e i telai in metallo sono diventati gelati. Anche se Medellín è conosciuta come la ‘Città dell’eterna primavera’ per il suo tempo costantemente clemente, più in alto, sulle Ande centrali dove ci troviamo, le notti sono piuttosto fredde. Oggi le temperature saliranno a 30°C e, anche se fa ancora fresco, siamo in altitudine e l’aria è già soffocante.

Pedaliamo lungo una pista di ghiaia e sento subito il tipo di affanno che si prova quando si salgono le scale troppo velocemente.

Pedalare in Colombia (foto Mike Massaro).

All’inizio non riesco a conversare molto, ma dopo 20 minuti trovo un ritmo gestibile e finalmente posso discutere su come l’acquisto ‘nel momento giusto’ di una casa con tre camere da letto in Europa permetta a Ben di gestire tranquillamente PiCO Bike Travel. Mi sembra una bella scelta di vita. Vivere nella vivace Medellín e poi spostarsi in autobus in questo lato della foresta per pedalare tra le fincas nel fine settimana. Nei giorni feriali, però, pedalare è un po’ meno divertente: qualsiasi giro si scelga significa anche affrontare la ‘Palmas’, una salita di 12 km da Medellín a Las Palmas, con una salita media del 7% e la cima a 2.569 metri.

Palmas è un’arteria stradale secondaria dove normalmente c’è poco traffico, e proprio per questo le auto che la utilizzano sono meno attente a seguire il codice della strada, quindi la maggior parte dei ciclisti che decidono di affrontarla esce in gruppo o con un apripista in testa alla guida di un motorino. Accompagnatori che si fanno pagare circa 10 euro per i loro servizi e che si trovano grazie a Instagram o Facebook, entrambi strumenti estremamente popolari in Colombia per rintracciare qualsiasi attività. A differenza dei siti (web) che invece non sembrano aver preso piede.

Salendo la vista si perde all’orizzonte quando è libera, ma spesso è coperta da alberi e siepi. Se non fosse per il colore rossiccio del terreno e il verde decisamente più vivo, sembrerebbe quasi di pedalare in mezzo a una campagna europea, mentre mi sarei immaginato di incontrare un ambiente molto più aspro. Invece, è piacevole e tranquillo, e quando inizia la discesa fiato e gambe finalmente riescono a recuperare.

Purtroppo, non si può dire lo stesso della mia ruota anteriore, che inizia a sgonfiarsi minacciosamente per un taglio che ha forato la camera d’aria. Così quella che avrebbe dovuto essere un veloce su e giù fino alla città di Las Palmas si trasforma in una lunga serie di curve fatte a tentoni che spero ci portino il prima possibile in un negozio di bici aperto.

Pedalare in Colombia (foto Mike Massaro).

Bisogna prendere quel che passa il convento, così esco dal negozio con 150.000 pesos (circa 35 euro) in meno, che per me sono molto per una nuova camera d’aria entry-level. Ben spiega che questa è un’altra stranezza della Colombia: mentre prodotti come cibo e bevande sono estremamente economici per un turista europeo, le tasse su oggetti come i componenti della bicicletta li rendono decisamente più costosi. In ogni caso, ora mi sento molto più tranquillo e, facendo cigolare il mio nuovo pneumatico sulle piastrelle del centro commerciale, torniamo sulla strada.

Scendiamo per 10... 20... 30 minuti. Gli agglomerati di Las Palmas diminuiscono, il traffico diventa meno intenso e la strada si trasforma in un’autostrada relativamente importante. Per sicurezza pedaliamo sulla corsia d’emergenza, ma c’è davvero molto spazio pur essendo in due e, a differenza da quanto sono abituato, non c’è traccia di detriti. I motorini ci sorpassano e i camion sovraccarichi rombano sul lato opposto della carreggiata. Passa quasi un’ora prima che riusciamo a raggiungere la pianura, ma nonostante tutto il mio gps continua a segnare 2.097 metri.

Cambio gomme a parte, abbiamo mantenuto un buon ritmo, così quando incontriamo un grande cartellone pubblicitario che mostra un ciclista dall’aspetto a noi familiare, Ben suggerisce di fare una piccola deviazione. Siamo a La Ceja, e l’uomo fieramente mostrato sul cartellone non sta promuovendo un prodotto, ma al contrario è la città che lo pubblicizza: è Fernando Gaviria, velocista della UAE Team Emirates. Proprio in quel momento un gruppo di ciclisti sale a buon passo su per la collina nella direzione opposta. “Quello era Alaphilippe!” esclama Ben. Non sono sicuro, anche se il pizzetto mi sembrava familiare, ma dato che Ben ne è assolutamente convinto, scelgo di credere che fosse proprio l’uomo della QuickStep.

La piazza principale di La Ceja è un cantiere a cielo aperto, ma questo non impedisce alla gente del posto di affollarla. Una chiesa imponente si trova a un’estremità, mentre un uomo nascosto da un berretto Stetson fuma un sigaro e ci scruta con curiosità dall’altra parte. I colori oro, blu e rosso riempiono le facciate dei negozi e dei vestiti, richiamando le tinte delle bandiere nazionali appese nella piazza.

In qualsiasi altro momento, le sedie di plastica all’angolo della strada sarebbero una tentazione per una pausa per passare qualche piacevole ora a chiacchierare, ma abbiamo ancora una salita andata-e-ritorno da affrontare soprannominata ‘La Unión’, che come Palmas porta a Las Palmas, unisce La Ceja a una cittadina chiamata La Unión.

Sembra che sia una delle salite preferite da Urán quando si trova in Colombia. È lunga 7 km con una pendenza costante del 5% e normalmente il veterano colombiano la percorre tre volte in ogni allenamento: la prima a cadenza alta, la seconda a potenza sostenuta e la terza a tutta. Il miglior tempo di Ben è un rispettabile 20 minuti; quello di Urán è un incredibile 15 minuti e 21 secondi.

Quando arriviamo al piccolo chiosco gastronomico sulla cima de La Unión sono passati poco meno di 26 minuti. Le mie gambe si sono dovute impegnare immensamente e i miei polmoni stanno ancora bruciando. Mi precipito verso il succo d’arancia appena spremuto alla ricerca di un posto all’ombra. Siamo di nuovo in altura, vicini ai 2.500 metri, più in alto della maggior parte dei passi alpini, eppure la salita che abbiamo appena scalato ha l’aspetto innocuo di una stradina collinare di serie b.

Pedalare in Colombia (foto Mike Massaro).

Scendendo da La Unión assaporo la velocità e l’aria sempre più densa che sembra addirittura più carica di ossigeno. La sosta prolungata sulla vetta ci sta facendo fare tardi per il pranzo, quindi ci precipitiamo subito verso la successiva città, San Antonio de Pereira. Arriviamo al caffè Calichepan appena in tempo - stavano per chiudere, ma sembra che essere in bici ci abbia dato una mano. Sulle pareti ci sono abbastanza poster e foto di ciclisti colombiani per capire che i proprietari siano appassionati di ciclismo. Ordiniamo dos tintos, insieme a una serie di delizie fritte, ognuna più pesante e calorica dell’altra. Ben mi dà un consiglio: “Chiedi sempre un caffè espresso per evitare che ti servano Nescafé”.

Usciamo attraversando un sobborgo verdeggiante e ci ricongiungiamo a una strada principale adiacente all’aeroporto dove siamo atterrati due giorni fa. È lunga, piatta e un po’ faticosa, ma mi accontento contando il gran numero di vecchie Renault 9 che sembrano essere davvero popolari nella zona. Ben mi spiega che la Renault è la marca di auto più venduta in Colombia, e che anche Pablo Escobar ne possedeva qualcuna. A quanto pare El Patrón si divertiva parecchio con una Renault 4 da rally.

Arriviamo ai piedi di una languida salita, che porta a Santa Elena, dove la strada si divide. Evidentemente la vecchia strada era considerata troppo lenta per le auto, così successivamente è stata costruita una galleria riservata ai veicoli a motore lungo il fianco della montagna, in modo da lasciare la vecchia strada ad uso esclusivo dei ciclisti.

È tutta in salita, ma è una salita totalmente tranquilla, con gli uccelli che cinguettano tra gli alberi e il profumo di legna e di foglie fumanti che aleggia nell’aria come se ci trovassimo in una Spa naturale.

È così che, con un po’ di rammarico, raggiungiamo un incrocio che riconosco e che significa la fine della nostra pedalata. E mi rendo conto che oggi, per la prima volta, sono salito a quasi 2.600 metri e non sono rimasto completamente senza fiato. Mi piacerebbe continuare ancora. Ma Nena ha aperto il suo ristorante apposta per noi e, ciliegina sulla torta, la bici di Ben continua a rilasciare un ping seguito da un tink tink tink tink tink - ha rotto un raggio.

Pieghiamo il raggio intorno al suo vicino per evitare che colpisca il telaio, allentiamo leggermente il freno
in modo che non sfreghi e pedaliamo con cautela verso casa. Il ritmo lento si adatta all’atmosfera, dandoci tutto il tempo per assaporare le ultime gocce di questo giro unico nel suo genere.

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