Zoncolan, una salita mostruosa

Così ripido da costringere i professionisti ad avanzare lentamente, lo Zoncolan è una salita mostruosa.

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Zoncolan (foto Alex Duffill).

Una guerra d’attrito

Non capita spesso di associare degli odori alle salite, ma un aroma particolare mi si è conficcato in testa sotto la lettera Z. Accanto ai panorami e alle sensazioni dolorose che ci potremmo ragionevolmente aspettare inestricabilmente associati allo Zoncolan, c’è un dolce e cagionevole, ma stranamente non sgradevole, tanfo. L'odore è più diffuso ai piedi della salita e giunge a ondate, indugiando con fatica, pedalata dopo pedalata, mentre attraversiamo il miasma. Il suo arrivo è prevedibile, poiché è preceduto da un veicolo a motore che si muove cauto, avanzando tra le curve. Il conducente combatte la gravità della discesa appoggiando costantemente il piede al pedale del freno. E così l’odore di pastiglie e dischi surriscaldati si diffonde mentre percorre la discesa terribilmente ripida che tentiamo di pedalare.

Lo Zoncolan è stato introdotto nel mondo del ciclismo come risposta nella lotta fra il Giro e la Vuelta, i due Grandi Giri in lizza per conquistare il titolo di corsa a tappe più degna di fare parlare di sé alle spalle di quella francese. Dopo che l'Italia - forse inconsapevolmente - nel 1990 colpì con il Mortirolo, la Vuelta contrattaccò con l'Angliru nel 2000, prima che il Giro lanciasse lo Zoncolan. Peccato che non sia stata l’intera strada da Super Record che sale verso lo Zoncolan, ma solo il tracciato leggermente più facile (nonostante gli ultimi 3 chilometri micidiali) sul lato est arrivando da Sutrio, che nel 2003 vide Gilberto Simoni vincere una tappa. Fu solo quattro anni dopo che venne scalato il lato ovest da Ovaro, quando Simoni vinse nuovamente, conquistando la vetta di 1.730 metri.

Misurando Il percorso che dall’incrocio tra la SR355 e la SP123 porta alla cima, i dati della salita sono scoraggianti: 10,1 km con una pendenza media dell'11,9%. Tuttavia, come spesso accade, anche questi numeri non rivelano la totale agonia poiché c'è un lungo tratto di 6 km, proprio nella parte centrale della salita, con una terrificante media del 15% che culmina al 22%. È un po’ come i 500 metri più duri del temibile Mur de Huy (la salita finale della Freccia Vallone), ma ripetuto 12 volte di seguito.

Meglio non pensare troppo a ciò che ci aspetta mentre ci allontaniamo dal piccolo centro di Ovaro, situato all'estremo nord-est d’Italia. In effetti il tratto iniziale è abbastanza piacevole, poiché veniamo accolti da un grande arcobaleno di legno con su scritto "Zoncolan", come se stessimo entrando in un parco divertimenti. Passata la chiesa parrocchiale (dedicata alla Santissima Trinità) col campanile che si erge dall'altra parte della strada, ci viene offerta l’opportunità di rivolgere un'ultima preghiera affinché le gambe tengano.

Dopodiché possiamo sgranchire le gambe fino a Liariis, un piccolo paesino dove si svolta a destra nella piazza principale. È un grazioso quadretto con alcune case tipiche e molte altre in stile austriaco-svizzero. Con molta probabilità fuori dalle case ci sono anziani seduti sulle panchine apparentemente appisolati, ma che senza alcun dubbio stanno criticando il nostro stile e valutando le nostre abilità di scalatori.

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La strada spiana per un breve tratto man mano che si stringe tra le case, poi gli edifici diminuiscono e appaiono gli alberi. Ora ci troviamo in quei sei chilometri crudeli. Ma ci sono tornanti la cui pendenza sembra salire in modo spietato invece di spianare dolcemente quando si svolta. Alcuni anni fa gli alberi a bordo strada sono stati tagliati per consentire agli elicotteri di riprendere le gare dall'alto, ma il fitto bosco che circonda il nostro percorso sembra ancora soffocante e l’aria pesante di una giornata calda può stordire. Le pareti che costeggiano i tornanti ci imprigionano nell’asfalto, facendoci sentire sempre più in trappola.

C'è un tratto fin troppo breve appena prima di metà strada in cui la pendenza si attenua all'8%, ma è più una pausa mentale che fisica. È lunga abbastanza da farci pensare: “che bello”, ma è troppo breve per far defluire l’acido lattico dai nostri muscoli. E non saranno solo i quadricipiti e i tendini a gridare “basta!” perché lo Zoncolan è talmente ripido che ci sembra di combattere la sua pendenza con tutto il nostro corpo. I tricipiti presto cominciano a bruciare e le spalle iniziano a scottare come se la parte superiore del corpo dovesse correre in soccorso per trascinare la bici lungo il faticoso pendio. Anche le orecchie rischiano di scoppiare man mano che l’aria si dirada.

A volte è stato detto che lo Zoncolan è, in realtà, troppo ripido per le vere corse, il punto è che non ci può essere alcuna tattica su qualcosa di così inesorabilmente ripido, non si può bleffare, non ci si può nascondere. La vittoria di Chris Froome in cima allo Zoncolan nella quattordicesima tappa del Giro 2018 spesso passa in secondo piano rispetto all’impresa sul Colle delle Finestre sei giorni dopo, ma la sua battaglia con Simon Yates è stata un chiaro esempio di quanto sia dura questa salita. L’attacco del corridore del Team Sky aveva la solita alta cadenza ma sembrava pedalasse al rallentatore, con la figura inarcata che avanzava lentamente invece di scattare. All’inseguimento di Yates, entrambi sembravano lottare nel fango, con Yates incapace di colmare quello che sembrava un piccolo divario dovuto alla pendenza. Quando una salita sembra rallentare anche i Pro, sappiamo che è veramente dura.

Quando si supera l’incrocio per l'Agriturismo Malga Pozof si raggiunge la fine dei forse peggiori 6 chilometri nel ciclismo professionistico. E probabilmente vi verrà di pensare involontariamente a Hugh Grant in Notting Hill (terrificante, lo so, è questo l’effetto della salita) con le parole: "Che diavolo c'è in questo mondo da meritare una simile impresa?". Bene, vale la pena affrontare quei 6 km per godersi gli ultimi 2 km verso la cima.

Gli ultimi 2.000 metri iniziano con una piacevole diminuzione della pendenza fino a una percentuale a una cifra. Quindi il sipario degli alberi si apre e alla nostra destra fa il suo ingresso un panorama grandioso che ci rende l’idea di quanto in alto ci troviamo. Al secondo posto nella lista delle ricompense si piazzano un paio di gallerie che sono come un tuffo in una piscina dopo essere stati troppo tempo sotto al sole. Ciascuna galleria regala infatti alcuni metri di ombra rinfrescante.

Dopo queste meraviglie, gli ultimi quattro tornanti, per quanto ripidi possano essere, sembrano sconfortare molto meno. Immaginiamo di uscire indenni da 12 round con Tyson Fury e poi, di essere invitati a salire sul ring per un round contro Manny Pacquiao. Certo, il tratto finale è ancora arduo, ma il traguardo si avvicina ed è un anfiteatro perfetto per il gran finale.

Emergere dal silenzio della seconda galleria e addentrarsi nel calderone del rumore creato dai tifosi durante una tappa del Giro deve essere come sentirsi dei gladiatori all’ingresso del Colosseo. Poi tutto finisce. E una volta ripreso fiato, possiamo goderci uno dei migliori panorami mai visti dalla cima di una salita, con una vista quasi a 360 gradi sulle Alpi Carniche. Nonostante la sua brutale natura per la maggior parte della scalata (ho già detto quanto sia dura?), lo Zoncolan è talmente straordinario in cima che non solo si conficca nella memoria, ma penetra anche nelle narici.

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