di Mark Bailey - 14 ottobre 2019

Adam Hansen, pro dai mille talenti

L’australiano Adam Hansen, che ha partecipato a ben 20 Grandi Giri consecutivi, parla a Cyclist del suo risultato da record e dell’importanza di scienza, potenza e tecnologia

1/7

1 di 4

Immagini Chris Blott

Adam Hansen è diverso dagli altri ciclisti. E questa è una semplice constatazione: al Giro d’Italia 2018 l’australiano ha completato il suo ventesimo Grande Giro consecutivo nell’arco di otto anni. Ma l’atipicità di Hansen vale anche per la sua vita lontano dalla bici. È un programmatore di grande talento che ha tenuto una lezione alla James Cook University del Queensland e ha messo a punto il software logistico usato dalla sua squadra, la Lotto Soudal.

Designer fantasioso, ha anche ideato le sue leggerissime scarpe in carbonio (che fanno parte della gamma d’abbigliamento Hanseeno) nello scantinato di casa, nella Repubblica Ceca, dove ha creato anche una stanza a bassa pressione per allenarsi ad alta quota.

Durante l’inverno infrange i protocolli d’allenamento standard accantonando la bici da strada per dedicarsi allo sci di fondo, alla mountain bike e al trekking sulle cime innevate vicino a casa. Mentre la maggior parte dei suoi colleghi si riposava, ha pure raggiunto un campo base dell’Everest e ha affrontato una corsa ultra-trail di 115 km. Nel tempo libero si dedica agli investimenti nel settore immobiliare, nella Repubblica Ceca, e discute di rendimenti e tassi di cambio. Unire interessi così eclettici alla partecipazione alle corse ciclistiche più dure del mondo può sembrare difficile, ma il segreto della sua longevità ciclistica è proprio l’apparente conflitto tra queste diverse attività.

“Non sarei diventato un ciclista professionista se mi fossi concentrato solo sullo sport perché avrei finito per dare di matto”, dice Hansen, 36 anni. Sta sorseggiando un caffè nella sua elegante casa a Frýdlant nad Ostravicí, un paesino della Repubblica Ceca circondato da piste da sci, montagne avvolte nella nebbia e acciaierie in disuso. “Gli altri interessi mi aiutano a mantenere l’equilibrio”. La versatilità di Hansen gli ha dato un senso della prospettiva che gli permette di dare il massimo in bicicletta quando è necessario. E questo spiega anche come riesca meglio di altri a reggere la fatica psicologica dei Grandi Giri. “Molti corridori si informano sui miei progetti legati alla programmazione e al design, e mi chiedono dove trovo il tempo”, ridacchia Hansen (è opera sua anche il tavolo in vetro e rame attorno al quale siamo seduti).

“Io li guardo strano e dico ‘Be, e tu come lo passi, il tempo?’. Noi ciclisti firmiamo per un team, ma in un certo senso lavoriamo in proprio. Decidiamo quando lavorare, allenarci e riposare, scegliamo di fare sessioni lunghe o impegnative, di partecipare a campi di allenamento. Il tempo si può gestire. Alcuni giocano alla Xbox e guardano la Tv, ma se hai tempo di guardare un film puoi fare anche altre cose”. La preoccupazione di Hansen è la mentalità ristretta di alcuni atleti: “Molti corridori dimenticano che esiste una vita oltre la bicicletta. Certi professionisti mi spaventano un po’. Penso che bisognerebbe inventare un programma per aiutare i ciclisti ad adattarsi al mondo reale. Non dico che siamo abituati troppo bene, ma il professionismo può viziare, perché se un atleta è abbastanza bravo finisce per essere spesato in tutto da una federazione nazionale. È tutto gratis, la gente si fa in quattro per te. Ma quanto ti ritiri è finita. Alcuni ciclisti non vedono l’ora di tornare a casa perché viaggiano troppo. La gente normale però non vede l’ora di andare in vacanza per evadere dal lavoro e dalla routine. Questa sensazione per cui tutto è gratis e si può andare ovunque… Vedo tanti ciclisti che non riescono ad abituarsi alla vita dopo il ritiro”.

Se i tanti interessi hanno contribuito a formare e a strutturare la sua mentalità, lui è convinto che l’approccio altrettanto diversificato all’allenamento abbia temprato il suo corpo: “Facendo hiking, sci di fondo e mountain bike non ho mai avuto un problema alla schiena o al ginocchio, né un infortunio che non sia stato causato da una caduta. In tutta la mia carriera non ho mai dovuto fare i conti con il dolore, eppure in bicicletta ho una postura estrema. Il cross-training aiuta moltissimo. E quando partecipo ai campi di allenamento i belgi sono stufi perché si sono allenati per tutto l’inverno, mentre io non vedo l’ora di correre in bici. Ti tiene motivato e ti allunga la carriera”.

Alto e snello con il suo metro e ottantacinque, senza traccia di grasso corporeo (il suo approccio scientifico lo vede adottare di tanto in tanto una dieta chetogenica con pochi carboidrati e tanti grassi, che può fargli perdere 4 kg in una settimana), ricorda il viaggio sull’Everest nel 2015 come il punto più alto dei suoi inconsueti fuori stagione. “Undici giorni di hiking fino a Gokyo e al passo Cho La, e poi su fino al campo base. La quota è ottima per la forma fisica, quest’anno voglio tornarci”.

L’inverno successivo ha concluso una gara ultra-trail di 115 km con 4.900 metri di dislivello. “Non era passato molto tempo dai Campionati del mondo e ricordo che sgattaiolai fuori dall’albergo dopo la gara per andare a correre il giorno dopo. La gente pensava che fossi impazzito”. Hansen è un interlocutore rilassato e intelligente. Si è trasferito nella Repubblica Ceca per via di un’ex fidanzata, ma poi ci ha messo su casa. Casa che è una fantasia tutta maschile, arredata in stile industriale con tubi a vista, mobili in pallet, sottobicchieri a forma di cubo di Rubik, uno scaffale pieno di bottiglie di whisky, action figures di Iron Man e Captain America, il laboratorio di Hanseeno (che oggi ha un negozio online) e un garage dove sono parcheggiate una Lamborghini verde e due Ferrari.

Il ciclismo gli ha permesso di avere uno stile di vita invidiabile, ma all’inizio Hansen non era neanche lontanamente tentato dal professionismo. È nato a Southport, nel Queensland, e il suo primo ricordo risale a quando era piccolo e sua madre lo portava in giro in bici, seduto dietro. “Ero scalzo e mi si incastrò l’alluce nella cassetta, troncandosi di netto. Dovemmo correre all’ospedale e me lo riattaccarono. Ma ricordo anche di quando correvo in bici nel vialetto di casa. Mi sentivo libero, consapevole della velocità”.

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - ottobre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA