Fino al limite delle Alpi Carniche

Le Alpi Carniche forse non sono famose come le Dolomiti, ma ciò non significa che il ciclismo qui sia meno mozzafiato.

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Alpi Carniche (foto Mike Massaro).

Il fascino del ciclismo deriva molto dalle persone che si incontrano praticandolo, così come dal gesto atletico. Ci sono quei momenti in cui sei alla festa di un amico e vieni presentato con entusiasmo a un contabile di nome Marco con le parole: "Ehi, Giacomo va in bici, e Marco sta pensando di prendere l’abitudine di pedalare per andare al lavoro", ma è un piccolo prezzo da pagare per avere davvero qualcosa in comune con un perfetto sconosciuto, ovvero che entrambi avete la passione per la bicicletta.

E così è stato al mio arrivo ad Arta Terme - la cittadina che si trova nelle Alpi Carniche, a circa 14 km a sud del confine austriaco e a 35 km a ovest della Slovenia - dove sono stato accolto calorosamente da una coppia di estranei: Marco Cantagallo e Maurizio, quest'ultimo senza un cognome da citare, ma la cui presenza autorevole si è dimostrata fondamentale una volta saliti in sella.

All'inizio pensavo che fossero padre e figlio. Marco aveva parlato con entusiasmo via e-mail di suo padre, un'ex guardia vaticana impegnata ora a fare il tour operator per ciclisti, ma la forma di Maurizio non sembrava proprio quella di uno che divora pendii (l'orecchino e la coda di cavallo grigia mi hanno fatto pensare a un'immagine rinascimentale). Ho così dedotto che non fosse un parente, ma il tuttofare per aiutare con la logistica. Dopo una stretta di mano vigorosa, seguita da un bacio molto vicino alle labbra (anzi, sulla guancia sinistra), il duo mi ha dato una mappa per l'intrattenimento serale.

Pendenze totali

Fedele alla sua parola, Marco si presenta a colazione alle 7.30 in punto del mattino, già messo in ghingheri, la pelle che irradia un bagliore color mogano nella luce ancora fioca e la postura traboccante di energia. In una regione che vanta il temibile Monte Zoncolan, non c'è da stupirsi che un giro di 100 km possa essere considerato un'arrampicata seria, ma sono comunque colpito da 92 km di andata e ritorno che includono oltre 3.500 metri di dislivello. Sono cifre che invocano due caffè prima di partire.

Ci facciamo strada attraverso il cortile dell'albergo, che come tutto qui intorno ha terreno in abbondanza. Recuperiamo le biciclette e scendiamo in strada per incontrare Maurizio. Oggi si unisce al nostro tour, alla guida di una Fiat Multipla che sembra uscita da una fattoria - con 245.000 chilometri di strada percorsa a riprova del suo aspetto. Il fotografo di Cyclist, Mike, lascia trasparire un po’ di apprensione mentre scivola sul sedile accanto al posto di guida.

Oggi dovrebbe esserci il sole, ma è ancora presto guardando le montagne: la nebbia non è ancora salita dal mare di conifere verso il cielo. Con il paesaggio in dolce ribollire, ci dirigiamo verso le strade quasi deserte di questo angolo d'Italia.Il trasferimento è piacevole ma senza punti di particolare interesse, la strada costeggia un fiume che la torrida ondata di caldo estivo ha ridotto in pozzanghere sparpagliate fra le rocce bianche. Attraversiamo un paesino dopo l'altro, prima Tolmezzo, un labirinto di nuove costruzioni che si alternano a palazzi del XV secolo, poi Amaro, senza alcun rapporto diretto con la popolare bevanda alcolica (anche se qui di buon liquore se ne trova parecchio), con la sua bella piazza ancora addormentata. Il dovere chiama, percorriamo la Statale – che in alcuni tratti assomiglia a una tranquilla strada secondaria e in altri a una vera e propria autostrada – fino all'imbocco di una stradina alberata che conduce a Moggio di Sotto.

Nel tempo, in questo angolo montuoso del nord Italia è stato fatto un ottimo lavoro per la creazione di circonvallazioni e gallerie a scorrimento veloce per collegare i maggiori agglomerati urbani. Lasciamo Moggio di Sotto e percorriamo la SP112, che ci porta all'inizio della nostra prima salita: Sella di Cereschiatis.

La strada è meravigliosamente priva di traffico: c'è solo Maurizio, che sembra essere qui da un po' di tempo ad aspettarci ed è seduto sul cofano a fumarsi una sigaretta. In qualsiasi altro momento, l'ondata di fumo che ci passa davanti sarebbe stata offensiva, ma in questo contesto ci proietta – insieme al gigante piratesco e alla sua auto malconcia – in un ciclismo che sembra appartenere a un'epoca passata.

Un fiume scorre in mezzo

Alpi Carniche (foto Mike Massaro).

Dicono che se ti perdi da qualche parte, devi seguire il fiume. L'acqua obbedisce alla gravità, quindi se il percorso che cercate è verso il basso allora prendete spunto dal suo flusso discendente. Se invece è più in alto che siete diretti, procedete controcorrente. È per questo stesso motivo che le strade sono state costruite vicino ai fiumi nelle zone montagnose, dato che la natura ha già trovato la via meno resistente e ha fatto gran parte del lavoro di trivellazione molto prima dell'arrivo dei macchinari pesanti.

Sella di Cereschiatis segue il torrente Aupa, che è in discreta salute in quanto alimentato perennemente da qualche falda acquifera o residui nevosi più in alto. Il suo balbettio fa da colonna sonora alla nostra immagine di ciclismo nostalgico, mentre le sue acque rinfrescano l'aria.

Per via della pendenza, Sella di Cereschiatis è una di quelle scalate che allenta la presa quasi impercettibilmente, e la difficoltà nel respirare cresce in modo costante man mano che si va verso la sua cresta a 1.065 metri. O almeno nel mio petto, Marco mi dà l'impressione di poter pedalare allegramente fino al prossimo caffè data la facilità con cui chiacchiera e il ritmo regolare con cui avanza. Ha un aspetto magro e forte, ma comunque relativamente leggero. E ciò, insieme all’ondeggiare simile a quello di un incantatore di serpenti, mi fa pensare a un giovane Pantani. Potrebbe essere solo per la testa rasata, il pizzetto e il nome, naturalmente, ma durante un tratto di strada più tranquillo prendo fiato per dirgli chi mi ricorda. Sembra sinceramente sorpreso.

Mentre lo interrogo sul suo passato ciclistico - questo è l'altro aspetto dell'essere in compagnia: noi ciclisti adoriamo parlare di noi stessi – penso che non sia del tutto improbabile che qualcuno gli abbia già nominato il suo celebre sosia prima d'ora. Marco e suo padre Emiliano vivevano a Roma, ma quando sua nonna è morta: "Mio padre ne ha avuto abbastanza. Pesava 90 kg e fumava due pacchetti di sigarette al giorno. Un giorno si è detto: 'Quando è troppo, è troppo'. Così si è trasferito ad Arta Terme e ha avviato la nostra attività ciclistica". Due anni fa Marco si è appassionato e lo ha seguito, ora trascorre qui sei mesi all'anno come guida cicloturistica, per poi fare rientro a Roma. Qualunque cosa stia facendo, è chiaramente adatta a lui visto il fisico che si ritrova: un metro e ottanta per 61 chilogrammi (è scortese non chiedere il peso), coi quali affronta con disinvoltura ogni tornante che ci si para davanti.

Passaggi sulla ghiaia

Marco si alza di nuovo dalla sella e prende il volo allegramente su un tornante, mentre la vista all'orizzonte spazia su lastre di pietra calcarea immerse in un verde vellutato, con nuvole vaporose che fluttuano da anfratti più scuri. Pini appuntiti si espandono da entrambi i lati, tagliando la vista negli angoli e facendo in modo che, quando la cima arriva, sia quasi una sorpresa. L'unica cerimonia che la preannuncia è un piccolo cartello marrone, stranamente privo di adesivi di ciclisti. Uno squarcio nel bosco ci permette di intravedere un nuovo orizzonte, e la cima ci mostra la sua statura imponente man mano che il cielo si espande. Lungo questo lato della montagna, il manto stradale è cambiato. Siamo passati da "abbastanza mediocre" a “martoriato, sfregiato e con grandi chiazze di ghiaia”. Marco fa la cosa giusta e va avanti per mostrarmi le traiettorie migliori, assicurandomi che qui le strade le spazzano e che le cose non vanno così male come sembra. Il rumore che ricorda quello di una radio non sintonizzata che fanno i miei pneumatici per mantenere la presa sembra dire il contrario, come anche la ruota anteriore che ha tutta l’aria di poter scivolare da un momento all’altro. Per fortuna, all'ultimo l'aderenza è ripristinata, e riesco così a tornare in posizione eretta.

Un uomo con un berretto e baffetti ben tagliati, che si adattano perfettamente all'ambiente, ronza sul lato opposto della strada alla guida di un'Apecar verde tutta arrugginita. Per un attimo i suoni che emettiamo si sovrappongono, le ruote delle bici piagnucolano come canne da pesca lanciate all'infinito, il suo motore ronza come le api che danno il nome al celebre tre ruote. Il tutto dura un attimo, perché noi siamo diretti nell'altra direzione – dove ci attende una valle ampia, punteggiata di cascine e attraversata da terreni coltivati. La temperatura sale man mano che perdiamo quota, tranne che in un breve tunnel, buio e umido, che attraversiamo prima di sfilare davanti a un susseguirsi di edifici che ci annunciano l'arrivo a Pontebba e la possibilità di berci un altro caffè.

Inseguimento con calma

Il Caffè Alla Posta di Pontebba non delude: sedie e tavoli all'aperto in una piazza acciottolata, una nonna alla cassa e torte che fanno venire voglia di restare a lungo per assaggiarle tutte. Altri ciclisti sembrano gradire queste delizie, come testimoniano un paio di biciclette da turismo parcheggiate all'ingresso. Così come Maurizio, che - a giudicare dalle tazzine e dal posacenere - ha prolungato qui la sua attesa.

Mentre con un cucchiaino raccolgo l'ultima goccia sciropposa dal mio caffè, un furgone rimbomba nella piazza, seguito da un familiare ticchettio di bici da corsa. Un gruppo ciclistico locale si sta allenando, e motivati dall'irrefrenabile grinta di Marco, ora carico di caffeina, ci buttiamo all'inseguimento. Il che vuol dire salire, perché da Pontebba si va comunque in su, sia che si scelga di andare a nord oppure che si decida di dirigersi verso il confine austriaco, posto a soli 13 chilometri di distanza, ma anche se si opta per pedalare verso ovest, dove siamo diretti. La nostra destinazione è infatti il Passo Cason di Lanza.

Se non siete della zona, è molto probabile che non abbiate mai sentito parlare di questa salita, ma dopo solo qualche chilometro dei suoi quindici totali, si ha la consapevolezza che non la si dimenticherà in fretta. Il manto stradale ha crepe che corrono per tutta la sua lunghezza, e si incontrano buche insidiose come botole per via del fogliame caduto che le nasconde. Una fitta coltre di alberi ci fa piombare nell'oscurità, pedaliamo immersi in un'acustica ovattata. Suggestivo è una parola, opprimente è un'altra. Però è un’oppressione benigna, che avvolge senza schiacciare, e proietta in una dimensione onirica in cui gli sfondi si susseguono lentamente - come le scenografie di un palcoscenico e come se fossimo noi a restare fermi. Si sente l'odore intenso dei pini, e all'improvviso la zaffata di qualcosa di familiare. Maurizio spunta fuori dal nulla con una birra in una mano e una sigaretta nell'altra, e ci corre accanto ridendo e gridando “Forza, forza”. Sembra un esercito di tifosi e un allenatore combinati insieme. Eppure, anche con tutto l'incoraggiamento del mondo, è sempre più improbabile che riusciremo a raggiungere i ciclisti che ci precedono su questa salita (anche se sospetto che Marco potrebbe farlo senza me al seguito). Alla fine ci rilassiamo, e proseguiamo col ritmo più confortevole possibile, per quanto la pendenza a due cifre ce lo permetta.

Saper resistere

Alpi Carniche (foto Mike Massaro).

Ogni tanto gli alberi si interrompono, lasciando intravedere un tratto di strada lontanissimo e allettante che abbraccia il bordo della roccia. Ad abbracciare la strada qui, invece, è un guardrail rovinato con la ruggine che spunta dalla vernice screpolata. Mi spiega Marco che è il risultato dei nubifragi che hanno devastato questa zona nell'ottobre 2018, decimando foreste e strade. Ciò spiega anche la presenza di tanta ghiaia, che ormai è diventata familiare, infilandosi sotto agli pneumatici e minacciando di privarmi dell'aderenza ogni volta che mi metto in piedi sui pedali per affrontare le brusche pendenze che seguono ogni tornante. Vorrei avere a disposizione una migliore gamba anziché più marce, e ancora una volta sono affascinato dall'instancabile Marco che va spedito malgrado il pacco pignoni limitato. A parte Maurizio e il gracchiare degli uccelli, abbiamo incontrato poche creature viventi lungo la strada. Quindi è abbastanza sconvolgente vedere un cervo che si tuffa tra gli alberi. Marco mi informa con gioia che qui ci sono pure gli orsi, anche se molto meno rispetto agli anni passati perché i boscaioli si sono trasferiti e questi pendii ora non sono più selvaggi malgrado l’aspetto.

Un orso in particolare è una sorta di beniamino locale: lo hanno chiamato Francesco ed è noto per il suo aspetto albino, e per il fatto che ogni anno fa una lunga nuotata in diversi laghi e sconfina in Slovenia alla ricerca di un partner, o forse solo per un po' di divertimento in vacanza. E potrebbe non essere solo.

La Slovenia è una meta molto gettonata per il gioco d'azzardo, basta scendere verso il confine per trovare una serie di negozi e casinò a basso costo. In ogni caso, sono contento per l’orso Francesco - il suo stile di vita sembra ben bilanciato (suppongo che dorma anche molto), e perlomeno questa storia mi distrae dal compito che mi è stato affidato. Anche in questo caso, è sorprendente come Marco riesca a parlare tanto mentre io riesco a malapena a grugnire.

L'ultimo sussulto

Finalmente arriviamo al fatiscente e solitario rifugio (pure bar ristorante) che si trova nel punto più alto di Cason di Lanza, a 1.552 metri di altezza, con vista panoramica e il brivido da vertigine che ne deriva. Con le giacche stropicciate e la zip alzata, affrontiamo la discesa e per una volta la mia massa corporea gioca a mio favore.
Il mio ritmo aumenta rapidamente e Marco mi segue in scia. Questo lato non è ghiaioso come l'altro, ma l'accortezza è l'alleata migliore per stare in piedi e quindi procediamo con un po' di cautela lungo la strada tortuosa e alberata che ci porta a Paularo. La montagna che ci circonda appare e scompare alla vista come in uno zootropio. La maggior parte della strada è a una sola corsia, ma la sensazione è che sia raramente percorsa dalle auto. Penso anche che Maurizio non possa essere lontano.

Stupidamente avevo dato per scontato che, passato Paularo, il tragitto di ritorno ad Arta Terme sarebbe stato in discesa, ma non sono così fortunato. Ci fermiamo per toglierci le giacche, e per la prima volta da quando siamo partiti noto che Marco è contento di stare alla mia ruota mentre avanziamo su un terreno spietatamente ondulato. Questa zona è tutto tranne che piatta, quindi è con sollievo quando vedo una Fiat Mutipla sbuffante con Maurizio al volante, pronto ad accompagnarci in albergo e che ci offre una birra appiccicosa dal finestrino. Al nostro arrivo ad Arta Terme, il servizio del pranzo è cessato. Ma grazie alle conoscenze giuste, Maurizio scompare in un bar e ritorna con birre e panini. “Salute”, dice burbero prima di accendersi un'altra sigaretta.

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