di Richard Moore - 26 giugno 2019

Il gap con i pro

Nel mondo del professionismo, il ciclismo femminile non è riuscito a tenere il passo con il suo equivalente maschile in termini di salari, visibilità e copertura televisiva. Cos’è cambiato negli ultimi anni, e come colmare il divario?

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Illustrazione Eliot Wyatt

Nel 2007, appena diciottenne, Lizzie Deignan (all’epoca Armitstead) sta inseguendo il suo sogno, nella speranza di partecipare alle corse europee più blasonate e di approdare al professionismo. Nel suo primo anno nella categoria Elite partecipa al primo grande evento, il Tour de Bretagne. Più che una corsa ciclistica internazionale sembra una gita scolastica, anche perché la notte le atlete vengono ospitate in un edificio scolastico, dove dormono su letti da campo. Tra i giacigli sono stati sistemati dei banchi di scuola per rispettare la privacy delle cicliste.

L’ultima sera, la grande sorpresa: una notte in un albergo. In realtà si tratta di un Hotel
F1, catena non propriamente celebre per il lusso, in periferia. La stanzetta, con un letto matrimoniale sovrastato da un letto singolo, deve accogliere tre cicliste. Per cena le ragazze sono costrette a trascinarsi lungo una strada trafficata fino al ristorante di una catena.

Da quel giorno ormai lontano, Deignan ha vinto il Giro delle Fiandre, la Strade Bianche, il Women’s Tour e nel 2015 è diventata campionessa del mondo. In generale, il suo sport è progredito quanto lei, e non ci sono state molte altre esperienze come il Tour de Bretagne. Ma l’evoluzione non è stata lineare.

A livello professionistico le cose sono migliorate negli ultimi cinque anni, ma non su tutta la linea”, dice. Lizzie nomina una corsa che in teoria dovrebbe rappresentare un banco di prova: La Course by Le Tour de France, che nel 2017, con una scelta molto pubblicizzata, ha lasciato gli Champs-Élysées per diventare una gara di due giorni nel Sud della Francia.

La prima frazione era una tappa di montagna, benché di lunghezza ridotta (pari a 67 km), con arrivo sul Col d’Izoard poche ore dopo l’arrivo degli uomini. La seconda tappa, 48 ore più tardi, era una novità: un inseguimento di 22,5 km nelle strade di Marsiglia con partenza in base ai distacchi maturati sull’Izoard il giorno prima.

Quando l’ho saputo mi è sembrata una cosa ridicola, ma poi ho pensato che magari mi sbagliavo. Forse è proprio quello che vogliono gli sponsor”, dice Deignan. “Era 
una novità. E solo perché lo sport non è mai cambiato non significa che non dobbiamo essere flessibili e aperte al cambiamento. La prima tappa è stata fantastica, ma la seconda a Marsiglia era un disastro. A parte la gara in sé, non c’erano strutture igieniche. Niente bagni, niente di niente. Uno degli organizzatori mi ha dato un orinatoio a imbuto per donne”.

Se sei alla ricerca di un contratto, afferma, devi puntare all’Ovo Energy Women’s Tour, oggi alla sua quinta edizione. “Il Women’s Tour è il migliore, senza dubbio”, dice Deignan. “È tutta la parte organizzativa che è eccellente,
il genere di cose che il pubblico non vede.
Gli alberghi, la logistica, le informazioni per le squadre... cose semplici ma importanti. Esistono anche altre buone gare: l’Amstel Gold Race, per esempio, fatta bene, a partire dalla presentazione delle squadre”.

Deignan pensa che l’inizio del WorldTour femminile nel 2016, pur non essendo un cambiamento radicale, abbia contribuito ad alzare l’asticella e a migliorare la visibilità. E pensare che fino a non molto tempo fa sembrava che indipendentemente dal tracciato e dalle condizioni vincesse tutto Marianne Vos. Verrebbe quasi da mettersi comodi e ammirare i progressi, dando per scontato che il ciclismo femminile continuerà a procedere nella giusta direzione. E ce ne sono di cose da recuperare.

Quando le gare di biciclette divennero popolari, alla fine dell’Ottocento, le donne furono inizialmente scoraggiate dal parteciparvi. Nel 1912 vennero addirittura messe al bando per essere riammesse solo negli anni Cinquanta, quando la federazione francese e l’UCI crearono un campionato femminile di ciclismo su strada. Nel 1960 a possedere la licenza erano in 34. Nel 1975 la cifra era aumentata a 400, nel 1982 a 1.500. Due anni dopo nacque un Tour de France femminile: cambiò nome e data varie volte, e non durò.

È solo negli ultimi cinque anni che il ciclismo femminile ha preso slancio. Fondamentale sembra essere stata la reintroduzione di una corsa femminile in coincidenza con il Tour de France, La Course, lanciata nel 2014, lo stesso anno della nascita del Women’s Tour. Ma mentre quest’ultimo non ha fatto che progredire, il caso de La Course conferma come il progresso non sia lineare. È significativo il fatto che nel 2018 La Course è tornata a essere una gara di un giorno con una tappa di montagna. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Giugno 2018

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