Il Col d’Izoard

Parlando di folklore, al Tour de France poche salite hanno la stessa considerazione dell’Izoard, che va assaporato a ogni metro.

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Il Col d’Izoard.

Di tutte le salite in questa serie, l’Izoard ha la partenza più rilassante. Fate un salto alla cittadina di Guillestre, e l’Izoard vi accoglierà in maniera amichevole. Certo, c’è un po’ di traffico sulla D947, ma la strada è ampia, l’aria è spesso fresca, e il sole fatica ad aprirsi un varco in questa gola dalle ripide pareti. La pendenza aiuta, essendo un falso-piano potete mulinare le gambe con il rapporto sulla corona più grande.

E mentre pedalate, piacevolmente soddisfatti per quanto velocemente state spuntando uno dopo l’altro i 31,5 km, vale la pena ricordare Fausto Coppi. Nel 1949, cominciò la giornata con l’odore del mare nelle narici. Sembrerà pazzesco, ma la tappa era iniziata sulla costa, a Cannes, come era solito accadere da quando l’Izoard era stato inserito nel Tour nel 1922.

Sono passati più di 70 anni da quando gli organizzatori avevano pensato che fosse una buona idea, e quando il Tour è salito sull’Izoard negli ultimi anni, il plotone ha sempre iniziato il viaggio a Embrun, 180 km nell’entroterra dalla Costa Azzurra. Dopo 16 km di pedalate relativamente tranquille, un paio di tornanti catturano la vostra attenzione e segnano la fine del falso-piano. Presto dovete girare a sinistra sulla D902, altrimenti vi indirizzereste verso il Colle dell’Agnello e il confine italiano. Questo bivio è davvero l’inizio della vera e propria scalata; e come per passare meglio il messaggio, c’è un cartello abbastanza brutto, in giallo e nero, marcato Le Tour de France, con raffigurate le cifre della salita.

Il Col d’Izoard.

Una salita in due metà

I numeri rivelano che da questo punto l’ascesa è lunga 14,1 km, con una pendenza media del 7,3%, con un massimo di pendenza al 10%, e una linea d’arrivo a un’altitudine di 2.360 metri. Ma in realtà, la vera fatica comincia nella seconda metà di questa sezione della scalata. Per i 7 chilometri dall’ultimo villaggio alla cima, la pendenza media è più vicina al 9%, e ci sono un paio di km con una media superiore al 10%.

La D902 è stretta, e sale a meandri prima di raddrizzarsi mentre la valle si apre. Di solito è caldo anche in questo passaggio, con il sole sulla schiena, e nessun albero a farvi ombra, sebbene si staglino un sacco di pini sui lati della valle. Tre piccoli insediamenti vi offrono qualcosa da puntare mentre pedalate fra grandi e verdi prati; ma a volte la strada pare essere ancor di più un falso-piano rispetto agli iniziali 17 km.
L’ampiezza della strada e l’assenza di angoli mascherano in modo orribile la pendenza del 7-8%, sfiancandovi fino a quando culmina in una rampa finale a Brunissard che non sembra difficile ma si fa sentire: interminabile, con punti che s’impennano al 14%. Il primo tornante arriva e ci strisciate dentro fra tronchi e agognate ombre gettate dagli alberi sempreverdi. Il profumo di pino galleggia nell’aria ed è difficile dire se l’odore sia rinfrescante o leggermente stomachevole. Qui è dove la pendenza aumenta in modo consistente di un paio di gradi, e per quanto il tracciato a tornanti fornisca qualche apprezzabile bersaglio a cui puntare, la tregua che offre è fuggevole.

Diversamente da me, Coppi non era da solo quando scalò qui nel 1949. Accanto a lui c’era il suo fiero rivale Gino Bartali. Anche Ferdi Kübler era con loro dopo un attacco dalla lunga distanza nelle prime ore della giornata, ma una serie di forature lo aveva bloccato. E sarebbe stata un’altra foratura a far sì che la tappa entrasse nella storia.
Coppi arrivò in vetta all’Izoard per primo, ma Bartali era con lui (il gruppo a circa 15 minuti). Affrontarono insieme la discesa prima che, con suo grande sconforto, Bartali forasse a 10 km dall’arrivo a Briançon. Successe l’incredibile, Coppi attese il suo rivale e venne puntualmente sconfitto allo sprint per la vittoria di tappa.
Perché? Forse perché era il 18 luglio, il giorno del 35mo compleanno di Bartali. Forse era perché Coppi e Bartali sapevano che il più giovane dei due sarebbe arrivato vittorioso al termine del Tour, quell’anno. In ogni caso, fu un gesto che sembra sconcertante in quest’epoca così competitiva.

Questa è una salita che ha ispirato coraggiosi attacchi dalla lunga distanza anche nell’era moderna. Andy Schleck sfrecciò via dal plotone sui crinali più bassi della salita, a 62 km dal traguardo, sulla vetta del Galibier. Schleck avrebbe vinto la tappa, ma fu l’impavido inseguimento solitario di Cadel Evans ad aiutare l‘australiano a reclamare la maglia gialla a Parigi. E poi c’è stato l’assalto solitario di Annemiek Van Vleuten ne La Course del 2017, che si lasciò tutte dietro a 4 chilometri dall’arrivo e vinse senza rivali. Perciò questa è una scalata dove potete farvi distrarre da sogni di gloria. Vicino alla cima, ci penserà il paesaggio a distrarvi.

Il Col d’Izoard.

Il deserto sopra una montagna

Trovo spesso discese nel bel mezzo di salite. Per quanto siano piacevoli, abbattono qualsiasi ritmo vi siate dati. In più, sapete che sballano la cifra di pendenza media, facendo apparire la scalata più semplice di quanto non lo sia veramente al mondo esterno.

Il bonus in questo caso è che potete dire di avere messo in saccoccia due colli al prezzo di uno, visto che tecnicamente i primi 30 km o giù di lì della salita arrivano in cima al Col de la Plâtrière, con il Colle dell’Izoard che si prende la gloria per gli ultimi due chilometri alla vetta. Tuttavia è il fondo della breve discesa e l’inizio di quei 2 chilometri alla vetta che, scenicamente, pongono l’Izoard su un piedistallo. Gli enormi e pallidi pendii di ghiaia e cuspidi di pietra sparsi sono conosciuti come la Casse Déserte, ed è un paesaggio brullo e, a suo modo, bello.

Qui è dove la moglie di Louison Bobet aspettava il marito per sostenerlo, mentre il padre attendeva sui tornanti più alti con una spugna per ristorarlo. Bobet arrivò per primo sull’Izoard in non meno di tre occasioni durante il Tour negli anni ’50, ed è sua la faccia che vedrete, accanto a quella di Coppi, in una parete rocciosa alla sinistra della strada, proprio al termine della Casse Déserte.
In realtà eviterei qualsiasi giudizio sul segmento di Strava e farei una pausa qui, piuttosto che in vetta. Gli ultimi 2 chilometri sono belli, con un’incredibile vista panoramica verso la valle, ma il parcheggio in cima ha una sottile torre di pietra che assomiglia all’entrata di una vecchia piscina coperta. Non ha niente che possa competere coi “monumenti” della Casse Déserte in onore del Campionissimo e del corridore francese che fu il primo a vincere il Tour per tre volte consecutivamente. Prima di affrontare l’ultima manciata di tornanti che portano alla cima, fate una pausa qui, ammirate la vista che vi toglierà il fiato. Non dovete fermarvi a lungo: il tempo che ci avrebbe messo Bartali a rattoppare quella foratura dovrebbe bastare.

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