Dolomiti, il giardino in montagna

Nelle Dolomiti, il nostro percorso attraverso il Passo delle Erbe e il Passo Gardena è di una bellezza travolgente come nessun altro al mondo.

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Dolomiti, il giardino in montagna (foto Mike Massaro).

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Un po’ come la versione italiana di Saint-Jean-de-Maurienne - una base perfetta nelle Alpi francesi da cui partire per affrontare la Croix de Fer, Madeleine e Galibier - Arabba si trova in un angolo delle Dolomiti che offre l’imbarazzo della scelta quando si tratta di percorsi. Da Arabba passano le strade dirette al Passo Campolongo e al Passo Pordoi. Nei dintorni ci sono poi anche i passi Giau, Fedaia e Sella.

C’è anche una cabinovia che serve il sistema sciistico più dotato delle Dolomiti, presieduto dalla sua cima più alta e omonima, la Marmolada, di 3.343 metri. Mentre faccio colazione, mi rattrista vedere che tutto è avvolto dall’alone di distanziamento imposto dalla pandemia. All’interno, il cibo viene servito con le pinze, portato da un cameriere col farfallino. Un modo che trasmette cerimoniosità ma anche un che di giudizio, dato che la mia ciotola di cereali viene consegnata con aplomb, ma un sopracciglio si inarca quando tento un secondo giro di torta. Non c’è più la classica colazione a buffet. Non c’è più l’anonimato goloso. Non posso più mangiare diverse portate a colazione e mettere da parte qualche dolcetto per il dopo. Purtroppo, questa è sicuramente la fine dell’appropriazione indebita dei prodotti del buffet per i pranzi al sacco.

Incontro Matthias nel bar dell’hotel, mentre sorseggia una tazzina e vestito - sono contento di vedere - nel mio stesso modo, cioè con un kit normale più scaldamuscoli. Non so se sono io che sto invecchiando o l’effetto del riscaldamento globale, ma trovo sempre più difficile decidere cosa sia meglio indossare nei giorni meno caldi. Soprattutto quando un giro inizia a 1.600 metri di quota, si arrampica a spirale fino a 2.200 metri e la mia app meteo dice che in giornata splenderà il sole, nonostante la guglia della chiesa locale al momento sia avvolta in un banco di nebbia.

I rami degli alberi pendono come vestiti umidi stesi, mentre giriamo intorno all’unica rotonda di Arabba dirigendoci a sinistra e salendo dietro un gruppo di bar e negozi. In pochi istanti, un familiare bruciore mi attraversa i quadricipiti. Stiamo lasciando il paese sulla strada del Passo Campolongo, e si saliamo.

Ho cercato di pedalare il più possibile durante l’estate, ma i percorsi delle mie parti hanno a malapena 350 metri di dislivello in salita su 70 km, mentre oggi la distanza è quasi doppia e la salita dieci volte di più. Sono mal preparato, ma non importa: l’Italia si sta giocando l’asso per distrarmi.

Case di legno annerite dal sole e ricche di petunie punteggiano un pendìo la cui erba sarebbe adatta a un torneo internazionale di bocce. Gru rosse e gialle penzolano sopra gli alberghi che vengono ristrutturati per l’assalto invernale agli sci. La strada è grigia, macchiata di nero dalla condensa. Il fruscio ritmico degli alberi accompagna il ticchettio ondulato delle nostre trasmissioni. Mi è mancato così tanto. Il punto più alto del Campolongo arriva rapidamente, la nostra salita da Arabba è l’ascesa “facile” di 4 km.

L’angolo della strada cambia leggermente e la gravità ci dà una mano, così presto le nostre gambe girano unicamente per tenersi sciolte. È una strada abbastanza trafficata, e mentre pedaliamo a un buon ritmo ci troviamo ad essere superati da alcune processioni di motociclisti, con i motori che rimbombano sulle rocce frastagliate molto prima che arrivino e per una durata simile dopo che se ne sono andati. Matthias ci spiega che questa zona delle Dolomiti sta diventando sempre più popolare tra i tedeschi, che si riversano qui in massa per tracannare weiss di notte e percorrere le montagne di giorno, convinti che il sistema di polizia italiano non sia abbastanza coordinato per riuscire a raggiungerli a casa. Ad ogni modo, è ancora abbastanza presto e la nostra languida discesa attraverso Corvara e su verso Piccolino procede con noi e solo con noi.

Dolomiti, il giardino in montagna (foto Mike Massaro).

A Piccolino ci troviamo di fronte a una scelta. È l’inizio di una salita importante, il Passo delle Erbe, e ci sono due modi per fare la prima parte. Come succede spesso in Alto Adige, ci sono la strada vecchia e la strada nuova. Noi scegliamo di prendere quella vecchia, che è abbastanza piccola da non avere molte indicazioni ed è circondata da alberi, ma il vantaggio è che è molto più tranquilla. Infatti, è meravigliosamente deserta.

È un tracciato test che Matthias dice di percorrere periodicamente per valutare la sua forma, e scopro subito il perché. La strada si alza immediatamente, i tornanti offrono poco respiro e la vicinanza degli alberi è soffocante. Ho voglia di sbarazzarmi dei miei scaldamuscoli, che ora mi sembrano terribilmente costrittivi. Evidentemente Matthias è in buona forma e fa quello che tutti i ciclisti in buona forma sono soliti fare sulle salite, parlare. Così vengo a sapere che è stato un campione locale di sci, fino ad arrivare ad essere il 17° miglior sciatore di slalom in Europa. Ora capisco perché il suo busto è scolpito quanto le sue gambe. Non il tipico scalatore, ma un uomo con un VO2 max di 70. Scopro che faceva anche salto con gli sci, sport che richiede di assorbire all’atterraggio un impatto equivalente a un carico di 900 kg della pressa per le gambe.

Se fosse un altro giorno, mi fermerei ad annusare le erbe selvatiche che danno il nome a questo passo, ma oggi non è la giornata ideale per farlo. La vecchia strada si unisce a quella più nuova e con un flusso costante di traffico a due ruote. Sono particolarmente colpito dalla vista di una donna anziana che avanza in salita su una mountain bike, estremamente allegra, nonostante la sua evidente fatica. Segue una breve discesa, giusto il tempo di raccogliere i miei pensieri e apprezzare i dintorni.

Ogni catena montuosa ha la sua personalità. Mi immagino le Alpi come se fossero brillanti e vivaci, mentre i Pirenei più irrequieti e imprevedibili. Le Dolomiti, invece, mi sembrano totalmente differenti, riflessive, anarchiche, misteriose. Oggi quella sensazione si manifesta nel modo in cui le cime scivolano dentro e fuori le nuvole, come se fossero loro a muoversi e non il cielo. Sono colorate quando il sole le colpisce in modo diretto, un fenomeno rosa-viola conosciuto localmente come enrosadira. Ma oggi le Dolomiti sembrano più serie, se non ostili.

Il cartello informativo sulla cima del passo non solo ci dice che ce l’abbiamo fatta, ma anche che ora siamo a 1.987 m, più l’altezza del tubo. I motociclisti si radunano davanti al cartello per le foto, come eroi conquistatori. Ma sono le parole del cartello ad essere rivelatrici: Ju de Börz, Würzjoch, Passo delle Erbe. Tre nomi per lo stesso luogo, uno in tedesco, uno in italiano e uno in ladino, spiega Matthias. L’Alto Adige è una regione che un tempo è stata sotto il dominio austro-ungarico e bavarese. Per questo, ogni luogo qui ha il suo nome tedesco e italiano, ma anche il suo nome in ladino (Ju de Börz), una lingua locale nata dall’occupazione romana. Il ladino esiste come un pezzo di identità culturale.

Facciamo rapidamente le nostre foto sotto il cartello, poi è il momento della discesa. Una strada diritta come una freccia scompare tra i pini, gira un tornante stretto a sinistra e poi ritorna a scendere filante fino alla curva successiva. Un cartello con l’indicazione per Chiusa/Klausen ci sfreccia accanto e le montagne grigie diventano più alte man mano che si scende di quota. Posso sentire che l’aria, prima vaporosa e fredda, comincia a scaldarsi.

Le tonalità sbiadite del paesaggio in quota si sono accese e l’erba dei prati è ritornata, portando con sé un numero crescente di case dai tetti in tegola. Su un tornante, un cartello con un tetto in miniatura dichiara “Willkommen”, e poche curve dopo giungiamo in una piazza che sembra più mediterranea che di una montagna dolomitica. È dominata da una chiesa dedicata a San Pietro, che spiega il nome del paese, San Pietro appunto. Ci sediamo fuori da un caffè al sole e guardiamo il flusso costante di auto lussuose che fanno rimbombare i loro motori dietro l’angolo della piazza. Qualche altro cliente, per lo più ciclisti, guarda con disinteresse questa parata da un milione di euro. È solo quando il rumore inizia a diventare più forte che tutti mettono giù le loro tazzine di espresso. Un maggiolino decappottabile di colore giallo brillante gira l’angolo e si ferma. Ci sono mormorii di apprezzamento. L’unica cosa che completerebbe la scena sarebbe che l’autista salutasse agitando il suo cappello di paglia.

Dolomiti, il giardino in montagna (foto Mike Massaro).

Salite che appaiono dal nulla

Rendiamo omaggio alla chiesa, i nostri tacchetti risuonano sul pavimento piastrellato, prima di ricongiungerci alla strada e alla sua lunga discesa. Siamo vicini alla civiltà ora, ed essendo più tardi il traffico, di tutti i tipi, è intenso. Sono contento quando Matthias mi fischia di rallentare per girare a sinistra ad un cartello per Gudon. Passiamo una segheria in piena attività, ancora alle prese con la conseguenza delle tempeste che hanno trasformato gran parte delle folte chiome degli abeti delle Dolomiti in poco più di pettini. La strada è cosparsa di fango e segatura, per poi scivolare tra verdi conifere e alberi dalle foglie cadute. Questo è la tipica salita che si incontra in questa zona. Appaiono dal nulla e sono strette, mal asfaltate, brevi e incredibilmente ripide. Una gioia terribile, il tipo di cosa che cerchi ma da cui vuoi allontanarti appena hai trovata. Con soli 5 chilometri di lunghezza, la superiamo abbastanza in fretta, ma la nostra ricompensa è una foratura per Matthias, che si trasforma in una seccatura (per lui) e un picnic al sacco (per me).

Quando ci rimettiamo in movimento, Matthias è ansioso di recuperare il tempo perduto, quindi quella che sarebbe dovuta essere una strada dolcemente ondulata con viste che si aprono lentamente, diventa un’udienza personale con il mio attacco del manubrio e il sedere di un ex sciatore. Eppure, sono contento di tirare al massimo mentre attraversiamo la cittadina di Ortisei, il più grande agglomerato urbano di queste parti e, nel modo più bello possibile, il tipico posto che sarebbe molto divertente di notte, ma che è meglio descritto come “porta d’accesso” ai suoi bellissimi dintorni. In particolare, il Passo Gardena.

È sempre difficile dire dove inizia una salita. È il momento in cui la strada passa dalla piano al pendio? Parte da una città specifica? Oppure da un incrocio o da un cartello stradale?

Stiamo scalando il Passo Gardena da un po’ di tempo, lungo la strada che batte un sentiero che risale le montagne da Ortisei. I puristi diranno che il Passo Gardena inizia da Selva di Gardena. No, aspetta, è da Selva-Wolkenstein. No, aspetta, è dalla periferia di Plan De Gralba, dove la SS242 diventa la SS243. Francamente, non ha importanza. Tutto quello che ho bisogno di sapere sul Passo Gardena si palesa davanti ai miei occhi.

Il primo terzo di salita è composto da tornanti piacevolmente arrotolati che si attorcigliano a basse pendenze, apparentemente senza una meta dove arrivare. Poi la strada si livella un po’, prima di girare per cingere la base della montagna, e per la prima volta ci ritroviamo nell’ombra, con cime così alte e inquietanti, che è impossibile riuscire a vedere il cielo oltre la mia spalla destra.

Ed ecco il giardino!

Come la salita al Gardena ha cullato le mie gambe con ritmo costante, la strada si fa più ripida per spaziare a destra, poi a sinistra e di nuovo a destra, e infine si apre su quello che presumo sia il “giardino” stesso - un altopiano piatto e verde che sembra sia stato rubato alle valli sottostanti.

Ci fermiamo in cima per assaporare tutto, una mezza dozzina di paesaggi cuciti insieme per formare un incredibile patchwork. Poi ci rimettiamo sui pedali e partiamo. C’è ancora una salita da fare, il Passo Campolongo, che abbiamo percorso al mattino al contrario. Ma prima c’è ancora la piccola questione della discesa del Passo Gardena. Una dozzina di tornanti sono disposti sotto di noi lungo 8 chilometri di strada. La visuale è eccellente, l’unico traffico è quello degli altri ciclisti. La strada è nostra.

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