Merckx l'Imperatore

Oltre cinquanta anni fa, il più forte ciclista di tutti i tempi ha vinto il Tour de France con un distacco abissale, è arrivato il momento di ricordare la sua impresa leggendaria.

Quell'anno verrà ricordato per il primo volo di un Jumbo Jet e per la prova nei cieli di un nuovo aereo chiamato Concorde, per l'ultima esibizione pubblica dei Beatles e il primo album dei Led Zeppelin.
E l'impresa di Robin Knox-Johnston, che terminò il suo viaggio in solitaria e non-stop in barca a vela in giro per il mondo. Ma anche per le dimissioni di Charles de Gaulle da presidente della Francia e per le prime apparizioni televisive del cane Scooby-Doo. E soprattutto per la camminata dell'uomo sulla luna. La storia racconta che il 16 luglio di quell'anno, l'Apollo 11 decollò e quattro giorni dopo allunò permettendo a Neil Armstrong di uscire dalla navicella spaziale per “fare un piccolo passo per l'uomo, un grande balzo per l'umanità”.

Per quanto riguarda il ciclismo, il 1969 significa solo una cosa: Eddy Merckx. È per lui che il Tour de France nel 2019 è iniziato a Bruxelles, dove è rimasto per due giorni. Il Cannibale in fin dei conti è l'equivalente nel nostro sport dei Beatles – e al di là del più ragionevole dibattito, è il più grande di tutti i tempi.

Dominazione totale

Lo stesso giorno in cui Armstrong camminava sulla luna, Merckx metteva il sigillo sulla sua prima vittoria in carriera al Tour de France, aggiudicandosi la sesta tappa e quella conclusiva di Parigi, a cronometro. Alle sue spalle in classifica generale si posizionò Roger Pingeon, distanziato di 17 minuti e 54 secondi. Il belga vinse anche la maglia a punti, quella di re della montagna, della classifica combinata e della combattività. Una collezione di maglie mai eguagliata nella lunga storia del Tour, e ciò diede un nuovo significato alla parola dominazione facendogli guadagnare il soprannome di Cannibale. Per la cronaca, quell'appellativo gli è stato affibbiato pochi giorni dopo, da una persona assolutamente inaspettata. Il giorno della cronometro finale, il suo ex compagno di squadra Christian Raymond ricevette la visita della figlia Brigitte. "Mia figlia mi chiese perché lui dovesse sempre vincere, e io ho cercato di spiegarle che era normale visto che era il migliore di tutti", disse Raymond. “Lei rimase in silenzio per quasi un minuto, poi mi guardò in modo interrogativo e disse: 'Bene, allora è un vero cannibale'.
Mi è piaciuto subito quel nome, e più tardi l'ho menzionato a un paio di giornalisti. Evidentemente anche a loro piacque”.

Prestazioni al top

Il grande balzo in avanti di Merckx fu compiuto sui Pirenei, cinque giorni prima del piccolo passo di Armstrong sulla superficie lunare. Il corridore 24enne era però alla guida del suo primo Tour in circostanze piuttosto controverse, visto che era stato espulso dal Giro d'Italia per la positività a un test antidoping. Indossava già la maglia gialla quando - nella tappa numero 17 nei Pirenei – compì l'impresa più grande di sempre.

La tappa presentava i classici Peyresourde, Aspin, Tourmalet, Soulor e Aubisque, per oltre 214 km di corsa. Il suo fedele compagno di squadra Martin Van Den Bossche lo scortò fino alle pendici del Tourmalet, e fu lì che Merkcx sferrò l'attacco decisivo. Superò Van Den Bossche in men che non si dica, arrivando per primo in cima e lanciandosi subito a capofitto in discesa.

A che gioco stava giocando? A valle, finita la discesa, l'ammiraglia della Faema gli si avvicinò per chiedere esattamente questo. Dopotutto, c'erano ancora 130 km da percorrere. Avrebbe dovuto aspettare. Non aveva nulla da guadagnare – visto che era già in testa al Tour con otto minuti di vantaggio - ma aveva tutto da perdere.

Merckx annuì quando gli fu consigliato dal suo direttore sportivo, Lomme Driessens, di calmarsi. Poi la macchina di Driessens si ruppe, lasciandolo solo coi suoi pensieri. "A quel punto, ho pensato per la prima volta che valesse la pena tentare l'exploit in uno scenario montano così maestoso.
Ho continuato a spingere e darci dentro come mai avevo fatto prima”, disse Merckx in seguito. Jacques Goddet, che all'epoca era il direttore del Tour, ha un'altra teoria: “Capì che aspettare sarebbe stato ridicolo e poco dignitoso. Cominciò a pestare forte sui pedali in modo che non ci fossero macchie
su quel Tour. Il gruppo lo avrebbe comunque riassorbito, ma almeno così sarebbe sembrata una tappa combattuta”.

Sull'Aubisque, il vantaggio di Merckx salì a oltre cinque minuti. E il vantaggio aumentò in prossimità del traguardo, che tagliò, a Mourenx, sette minuti e 56 secondi prima dei suoi inseguitori. Un'impresa lunga 145 km e durata quattro ore, per la quale Goddet coniò una nuova parola sulle colonne de L’Equipe il giorno successivo: "Merckxissimo".

È stato "un atto gratuito", scrisse Goddet, e ovviamente lo è stato di più dal momento che "tutto intorno a lui si è sbriciolato in macerie, compresi i piani dei suoi avversari e il concetto stesso di competizione".

A Mourenx, dopo la tappa, Van Den Bossche, il compagno di squadra lasciato sul Tourmalet, appariva infastidito e perplesso. “Oggi un umile ciclista si sarebbe aspettato un grande gesto da te”, disse Van Den Bossche, ma Merckx non si pronunciò in merito. "Non abbiamo mai parlato di queste cose", affermò Van Den Bossche in seguito. “Eddy non era uno che parlava molto”.

Spinto dalla paura

Merckx era pieno di contraddizioni. Era un corridore grande e potente, famoso per la voracità con cui conquistava le vittorie. Era possente, sembrava tutto fuorché debole, eppure sotto quella scorza la sua sicurezza era sorprendentemente fragile.

Non era come i pluri-vincitori del Tour Jacques Anquetil, Bernard Hinault o Lance Armstrong, i cui successi sembrano derivare dall'assoluta fiducia in se stessi o dall'arroganza. Merckx lottava sempre con se stesso, contro le sue nevrosi e le sue insicurezze. Non aveva bisogno di vittorie per nutrire il suo ego, ma piuttosto per placare i dubbi e le insicurezze. Almeno fino alla prossima gara.

Quando l'ho intervistato alcuni anni fa gli ho chiesto quali considera le migliori prestazione tra le sue 525 vittorie in campo professionistico. Quella conquistata da Luchon a Mourenx - 17esima tappa del Tour, è stata la prima risposta. “Penso anche al 1968 e alle Tre Cime di Lavaredo (tappa 12 del Giro d'Italia). E alla Parigi-Roubaix del 1970”.

“Ce ne sono molte”, poi aggiunse con un piccolo cenno di sorriso. A suo dire, tuttavia, quelle due vittorie arrivarono prima del suo incidente al velodromo di Blois, nel 1969, in cui morì il suo pilota (gareggiava nella specialità Derny dietro moto). Le ferite di Merckx furono così gravi che a suo parere non si è mai completamente ripreso.

“Assolutamente. Assolutamente. Dopo il 1969 non ero più lo stesso, di sicuro”. Malgrado ciò, ha vinto altri quattro Tour e quattro Giri d'Italia, una Vuelta a España, quattro Milan-Sanremo, due Paris-Roubaix, quattro Liège-Bastogne-Lièges, un Giro delle Fiandre, due Giri di Lombardia. E molto altro.

Tuttavia, la sua convinzione di non essere più stato lo stesso dopo il 1969 significa che vale davvero la pena rimuginare sulla sua impresa nel Tour di quell'anno. Partiamo dal distacco: al decimo posto in classifica ha chiuso Jan Janssen. Non un semplice corridore, ma il vincitore dell'anno precedente, distanziato di 52 minuti e 56 secondi. Per fare un confronto, nel 2018 Nairo Quintana ha concluso in decima posizione con 14 minuti e 18 secondi in meno

rispetto a Geraint Thomas. Ma c'erano altre possibili ragioni per l'incredibile stato di forma di Merckx al Tour del 1969. Tutto derivò dai fatti accaduti poco prima al Giro, che aveva già vinto nel 1968. Dodici mesi dopo era ben posizionato in generale per poter vincere ancora. Nelle prime due settimane aveva conquistato quattro tappe e precedeva Felice Gimondi per un minuto e 41 secondi. Ma a Savona, la mattina della sedicesima tappa, il direttore del Giro Vincenzo Torriani, accompagnato da una troupe televisiva e due giornalisti, bussò alla porta della sua camera per informarlo che era risultato positivo a uno stimolante, la fecamfamina.

Quella notizia ha inferto a Merckx un colpo durissimo. Ancora oggi la questione appare intricata e ci sono molte teorie cospirative a riguardo di cosa sia veramente successo. Il belga era convinto di essere stato incastrato. Il test era stato condotto da un nuovo laboratorio mobile, introdotto per evitare che succedesse come l'anno precedente, quando si seppe che dieci corridori (incluso Gimondi) erano risultati positivi solo dopo la gara.

Secondo le regole del tempo, Merckx sarebbe dovuto incorrere nella sospensione per un mese, il cche gli avrebbe fatto perdere il Tour. Ma durante una riunione straordinaria dell'organo competente, il FICP, fu autorizzato sulla base di un altrettanto singolare "beneficio del dubbio".

Il rientro dall'esilio

Merckx non prese bene quello che gli era capitato, dall'espulsione dal Giro al linguaggio ambiguo usato dal FICP nel suo verdetto. Malgrado fosse chiaro che poteva tornare a correre, lui non sapeva se era quello che voleva davvero e minacciò di volersi allontanare completamente dallo sport. Per quindici giorni quasi non uscì di casa. Poi si gettò di nuovo negli allenamenti, facendo doppie sessioni e uscite di 200 chilometri dietro a una motocicletta. Dopo una pausa di 16 giorni tornò a gareggiare in un criterium a Caen.

La spiegazione della sua straordinaria forma fisica a luglio può essere trovata in questa pausa dopo il Giro, sostiene uno dei suoi biografi, William Fotheringham: "Ha corso solo cinque volte nei 26 giorni che hanno preceduto l'inizio del Tour".
Questo fattore ha reso la sua forma fisica molto simile a quella di un ciclista moderno che si risparmia prima di un grande appuntamento. "Per una volta nella sua carriera, Merckx si è effettivamente presentato riposato all'inizio di un grande giro", afferma Fotheringham. "Il risultato fu una dimostrazione di forza pura, secondo canoni atletici che il ciclismo non aveva mai visto prima e che non vede da allora".
Le ansie e le insicurezze di Merckx si acuirono dopo quella esperienza al Giro. Al Tour del 1969 la sua camera d'albergo era presidiata. Fu deciso che un solo corridore potesse procurargli le borracce dall'ammiraglia. E beveva solo da bottiglie con le sue iniziali incise sopra.
È difficile riconciliare il nervoso e preoccupato Merckx con il corridore che, secondo Gimondi: "Non ha mai seguito una tattica perché era tutto forza e istinto". Può essere altrettanto difficile conciliare entrambe le versioni di Merckx, il ciclista - paralizzato dall'ansia o capace di annientare gli avversari - con l'uomo rilassato, in tutte le sue sfaccettature, come appariva in quei giorni al Tour. La sua immagine era contraddittoria, da un lato emanava regalità e da un altro appariva alla mano.
"Quando arrivava a una gara diventava taciturno", afferma Philippe Maertens, che ha lavorato per la televisione belga per molti anni. “Riempiva lo schermo. Lo guardavano tutti. Parlava con chiunque, e il suo principale punto debole era che non poteva mai dire di no a nessuno”.
“Era un corridore molto apprensivo e meticoloso con l'equipaggiamento e ogni altra cosa. Era folle perché non si trattava di un millimetro, ma di un decimo di millimetro. Ma penso che faccia parte del lavoro. I campioni del giorno d'oggi hanno la stessa mentalità, devi per forza essere così".
Maertens sostiene che Merckx si è sbloccato quando si è ritirato. Come un serpente che perde la pelle, ha semplicemente abbandonato l'aspetto della sua personalità che era stato una parte così essenziale del suo successo: "Da quando ha terminato la carriera, ama godersi la vita. Tutto sembra non essere più così importante". Il giornalista televisivo Renaat Schotte afferma che, in Belgio, Merckx non è solo una personalità sportiva, ma un'icona culturale. Ed è sempre rimasto colpito dalle sue contraddizioni. 'È un gigante amichevole, riservato e molto cauto, ma anche aperto. C'era una grande differenza tra il campione e l'essere umano. Sulla bici era una persona gentile trasformata in uno spietato campione. Non riesco a spiegarlo, e non credo che si possa fare".
Merckx ha trascorso più di 50 anni a cercare di spiegarlo. Se a volte sembra annoiato quando gli viene chiesto di ricordare, forse è perché lo è davvero (ed è successo anche quando un giornalista gli ha sorriso un paio d'anni fa mentre gli poneva la domanda: "chi è il secondo più grande ciclista di tutti i tempi?”).
“Gli piace parlare di altre cose”, continua Schotte. “Non potevi fargli un favore più grande che parlare di suo figlio (Axel) quando correva negli anni Novanta. È lo stesso adesso con sua nipote, Axana, che è una campionessa del nuoto. Quando lo fai, vedi lo scintillio nei suoi occhi che si riempono d'orgoglio. Tutto ciò non succede quando gli si chiede della sua carriera”.
“Ho fatto un giro in bici con lui circa dieci anni fa", racconta Maertens. “E la cosa divertente è stato vedere che esce ancora coi suoi ex compagni di squadra - ancora intenti ad aiutarlo. È stato davvero interessante assistere a quello spettacolo. Erano ancora i suoi gregari, autentici schiavi. Quelli che gli portavano le borracce, lo tenevano al riparo e lo portavano fuori negli sprint. Ed Eddy ne era consapevole”.

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