Il nostro giro all'ombra del Gigante

Mentre le orde di ciclisti affollano il Mont Ventoux, noi andiamo a scoprire gli splendori delle Gorges de la Méouge

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Immagini Geoff Waugh

Questa mattina le Gorges de la Méouge fervono di attività. Alla nostra destra ci sono quelli che scendono lungo un sentiero roccioso per andare a nuotare in una delle tante piscine naturali formate dal fiume mentre altri attraversano le arcate di un ponte vecchio di cinquecento anni per iniziare una giornata di trekking tra gli aspri recessi di un burrone buio e dalle forme contorte.

Centinaia di metri sopra le nostre teste, vari tipi di parapendio punteggiano il crinale come gigantesche variopinte falene in attesa che si accenda una lampadina, mentre i loro piloti aspettano pazientemente le correnti termiche che li porteranno in volo. Percorrere in bicicletta questo corridoio di pietra calcarea color avorio sembra banale, al confronto.

Uscendo dalla gola l’attività è di stampo più bucolico, con i contadini impegnati a prendersi cura dei filari di meli, che insieme alle piante di lavanda sono più comuni dei vigneti in questo lontano angolo delle Alte Alpi, nella Francia meridionale. Qui anche nei momenti di maggior quiete si ha sempre una sensazione di operosità.

Il mio compagno di pedalata Paul West-Watson mi indica luoghi noti per gli eventi annuali che li contraddistinguono, come Lagrand con la sua fiera dei tacchini o Ribiers con la sua Fête du pain – la festa del pane – durante la quale l’intero paese cuoce la sua dose di carboidrati in un gigantesco forno comune. A Ribiers vivono ben sei centenari, dice Paul. “Uno di loro è una nostra amica”, aggiunge. “Ha 104 anni, e lo scorso inverno abbiamo dovuto liberare la sua casa dalla neve”.

Serre des Ormes, lì comincia il nostro giro

Con il turbinio di attività e di bonne santé che ci circonda, mi dico che probabilmente quella mattina la signora doveva aver dormito fino a tardi, magari dopo aver passato la sera precedente a imbiancare la cucina o a far pratica di jujitsu.

Neanche Paul è un pigrone. Con i suoi tonici 58 kg, fa sembrare sovrappeso la maggioranza dei ciclisti professionisti. Oltre a praticare ciclismo su strada, andare in mountain bike, dedicarsi all’arrampicata e al trail running, con sua moglie gestisce un bed and breakfast per appassionati delle due ruote, Serre des Ormes. È lì che è iniziato il nostro giro odierno.

Continuiamo a imbatterci in segnali che pubblicizzano il fromage de chèvre, e Paul mi spiega che i boschi qui sono pieni di bacche selvatiche e di spugnole (funghi): queste ultime sono considerate così pregiate che la loro esatta posizione è top secret.

Perfino quando sembra addormentato il paesaggio si trova in un costante stato di produttività. Poi arriviamo a Orpierre, la mecca degli appassionati di arrampicata sportiva. Le pareti calcaree che incombono sul paesino come un muscoloso buttafuori vantano una grande varietà di vie per coloro che non possono fare a meno di restare appesi con le sole dita delle mani a qualche centinaio di metri d’altezza. Davanti a un buon caffè scruto la parete rocciosa.

Ed eccolo lì, un gruppo di scalatori, fermo su una sporgenza a metà altezza e in procinto di seguire un tiro di corda su una parete ripidissima. Provo un misto di vergogna e di senso d’inferiorità nei confronti di tutti questi abitanti che scalano, volano, nuotano, camminano, panificano, producono formaggi o festeggiano il centenario: nelle ultime due ore sono riuscito solo a pedalare pigramente per una trentina di chilometri.

Dieci minuti dopo le mie energie sono ancora sopite. Il sole che mi scalda le braccia e le gambe ha l’unico esito di farmi venir voglia di un altro café au lait. Paul mi scuote dal mio stato di accidiosa beatitudine ricordandomi che abbiamo davanti a noi tutte le salite della giornata, ed è quasi mezzogiorno.

La prima sgobbata

Inforchiamo le biciclette e percorriamo le viuzze e gli slarghi di Orpierre – perfino lì c’è un gruppetto di abitanti che punzecchia la mia pigrizia impegnandosi in una sessione di ginnastica all’aperto – prima di immetterci nuovamente sulla strada principale diretti verso la nostra prima salita, il Col de Perty.

Con una pendenza costante che sfiora il 6% per più di 8 km, è giunto finalmente per me il momento di unirmi all’industrioso fervore della zona e farmi la prima sgobbata della giornata.

Il Col de Perty è stato inserito come salita di seconda categoria nel Tour del 2006. Figura anche con regolarità nelle gare motoristiche, compreso il Rally di Montecarlo.

“Credo che gli organizzatori paghino le amministrazioni locali perché si occupino delle buche, e questa è una gran cosa”, dice Paul. “Il rovescio della medaglia è che se capiti in zona nelle giornate di gara ti ritrovi i fan che vengono fin qui in auto come scemi”.

Oggi, per tutta la durata della salita, la strada è completamente priva di auto. Alla nostra sinistra i campi di lavanda digradano verso il fondovalle. Quando ci fermiamo per scattare una foto ci accorgiamo che l’aria è pervasa dal ronzio delle api. A quanto pare amano moltissimo la lavanda.

La salita culmina in un’infilata di tornanti prima di un’esaltante e impegnativa discesa che scende verso la valle dell’Ouvèze: esaltante perché regala generosi scorci di un vicino illustre reso riconoscibile dalla caratteristica torre in cima, il Mont Ventoux; impegnativa perché una successione di stretti tornanti richiede una concentrazione assoluta mentre ci lanciamo verso un fondovalle che si fa più vicino ogni secondo che passa. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Dicembre 2018/Gennaio 2019

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