L'arte della fuga

Spericolata, punitiva e di solito destinata a fallire, la fuga rappresenta uno degli enigmi più affascinanti e gloriosi del ciclismo.

Il gruppo è un organismo vivente estremamente dinamico, con le proprie regole, etichette e gerarchie. Non solo si adatta a forze esterne quali il fondo stradale e le condizioni climatiche, ma anche ai capricci di coloro che ne fanno parte. Offre copertura e senso di cameratismo, supporto e sostenimento. Nonostante ciò c’è una categoria di atleti che non vedono l’ora di scappare via il più velocemente possibile.

Fino a poco tempo fa, “la fuga del giorno” era condizionata dall’inizio della copertura televisiva. Gli spostamenti ad alta velocità dalle retrovie alla testa del gruppo, nonché i “cani sciolti”, sono rimasti un mistero fino a quando le reti televisive hanno iniziato a offrire una copertura totale delle tappe dei Grandi Giri. È grazie a ciò se oggi possiamo percepire l’agitazione e il caos che regna all’interno del gruppo. La fuga rappresenta una delle sfide più difficili nel ciclismo professionistico, che richiede forza fisica, grande capacità decisionale e una solida tenuta nervosa.

Il ciclista solitario, ed è quasi sempre uno solo che dà il fuoco alle polveri, è colui che rompe gli indugi e sa di dover affrontare le forze degli elementi, sperando che qualche altra anima forte lo segua così da poterlo supportare.
E quando ciò avviene, nuove dinamiche entrano in gioco, come ha spiegato Thomas Voeckler in un’intervista: “Una volta in fuga, pensi al livello dei presenti, al tracciato, a chi è veloce in volata, a chi ha interesse a tirare, chi ha compagni di team all’interno del gruppetto, possibili alleanze. Tutto ciò mi frulla per la mente”.

Un singolo o un gruppo di corridori vanno in fuga solo se il resto del gruppo lo permette, e questa decisione rappresenta un sapiente mix di politica e pragmatismo.

In una gara a tappe, a un corridore di spicco non viene dato il privilegio di andare in fuga, né tantomeno a corridori che possono stravolgere la classifica, ma a qualcuno di bassa classifica può essere data un po’ di corda.

Chi sta in testa al gruppo ha il delicato compito di tenere il conto di cosa accade davanti, un compito difficile in epoca pre-televisiva o quando non c’erano ancora le radioline in corsa.

La giusta combinazione di corridori significa poter togliere il piede dall’acceleratore, imporre il proprio passo o attendere che una squadra rivale che non ha corridori in fuga faccia il resto.

In un contesto estremamente stressante come quello di una corsa di tre settimane qual è un Grande Giro, è nell’interesse del gruppo avere una fuga di pochi minuti avanti per la maggior parte della frazione. Ciò sortisce un effetto “calmante” sul gruppo, dissipando il nervosismo diffuso tra i corridori. Nessuno è sotto pressione fino a che non ci si avvicina alla linea del traguardo.

Esiste persino una formula, ideata da un docente di matematica all’Università di Ghent, che calcola a che punto il gruppo deve iniziare l’inseguimento perché vada a buon fine. Prende in considerazione la velocità di chi è in fuga e del gruppo inseguitore, il gap tra questi e il numero di corridori davanti. La cattura, tuttavia, è in genere una conclusione scontata.

Questo senso esistenziale di inevitabilità è un altro peso di cui il corridore in fuga deve farsi carico. Il fatto è “la fuga del giorno – al contrario di un attacco ritardato e opportunista da parte di un corridore come Steve Cummings - raramente porta al palco o alla vittoria. Questa realizzazione può pesare tanto sul cuore del corridore quanto sulle sue gambe per via dell’acido lattico.

Naturalmente vi sono eccezioni, la più memorabile è quella di José Luis Viejo nel 1976 quando siglò la vittoria con il più ampio margine ottenuto da un singolo corridore durante una tappa del Tour. Vinse l’undicesima tappa con 22 minuti e 50 secondi di vantaggio coprendo più di 160 km in solitaria. Un’altra fuga vincente degna di essere definita “eroica” è quella che compì Bernard Hinault andando in fuga per 80 km pedalando su strade innevate alla Liegi-Bastogne-Liegi nel 1980. Ma la mia preferita è la fuga epica di Eros Poli.

Scalò da solo il Ventoux davanti a un gruppo che includeva Marco Pantani e Miguel Indurain, per vincere la quindicesima tappa del Tour del 1994 con arrivo a Carpentras. Ciò che ha reso la sua impresa così spettacolare – davanti per 160 km - era la sua stazza. Con i suoi 195 cm di statura e 83 kg di peso appariva più un gigante che uno scalatore.

Ho condiviso con lui un bicchiere di vino in cima al Passo Gardena durante una recente Sella Ronda Bike Day (quando chiudono un anello di 55 km al traffico motorizzato) ed era desideroso di mostrarmi sul cellulare il video della sua vittoria su YouTube.

Mi raccontò i calcoli matematici che aveva fatto nella sua mente - “Ho avuto tanto tempo a disposizione, e in più non avevamo ancora le radioline” - e calcolato che avrebbe dovuto aumentare il suo vantaggio da 10 a 25 minuti dall’inizio della salita. “Sono sempre saltato sulle montagne”, mi disse. “Anche i tifosi a bordo strada non potevano aiutarmi spingendomi. Dicevano: ‘Spiacenti Eros, sei troppo pesante’. Quindi per me essere lì davanti in cima era come un sogno. E questo è il bello del ciclismo. La montagna è più grande di ogni corridore, tuttavia puoi sconfiggerla”.

Al traguardo di Carpentras, Pantani aveva recuperato 22 minuti, ma è stata la fuga di Poli che ha attirato su di sé i riflettori con il suo mix di audacia, sofferenza e puro coraggio. Molte fughe solitamente svaniscono come sussurri in mezzo alla folla, solo occasionalmente hanno successo. Le più lunghe e solitarie, come quelle di Viejo e Poli, testimoniano come in un’epoca moderna fatta di guadagni marginali e innovazioni tecnologiche, azioni audaci e ostinate possono essere ancora sufficienti per vincere una corsa di ciclismo.

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