di Trevor Ward - 04 maggio 2019

L'arte della fuga

Spericolata, punitiva e di solito destinata a fallire, la fuga rappresenta uno degli enigmi più affascinanti e gloriosi del ciclismo

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Il gruppo è un organismo vivente estremamente dinamico, con le proprie regole, etichette e gerarchie. Non solo si adatta a forze esterne quali il fondo stradale e le condizioni climatiche, ma anche ai capricci di coloro che ne fanno parte. Offre copertura e senso di cameratismo, supporto e sostenimento. Nonostante ciò c’è una categoria di atleti che non vedono l’ora di scappare via il più velocemente possibile.

Fino a poco tempo fa, “la fuga del giorno” era condizionata dall’inizio della copertura televisiva. Gli spostamenti ad alta velocità dalle retrovie alla testa del gruppo, nonché i “cani sciolti”, sono rimasti un mistero fino a quando le reti televisive hanno iniziato a offrire una copertura totale delle tappe dei Grandi Giri. È grazie a ciò se oggi possiamo percepire l’agitazione e il caos che regna all’interno del gruppo. La fuga rappresenta una delle sfide più difficili nel ciclismo professionistico, che richiede forza fisica, grande capacità decisionale e una solida tenuta nervosa.
Il ciclista solitario, ed è quasi sempre uno solo che dà il fuoco alle polveri, è colui che rompe gli indugi e sa di dover affrontare le forze degli elementi, sperando che qualche altra anima forte lo segua così da poterlo supportare.
Il ciclista solitario, ed è quasi sempre uno solo che dà il fuoco alle polveri, è colui che rompe gli indugi e sa di dover affrontare le forze degli elementi, sperando che qualche altra anima forte lo segua così da poterlo supportare.
E quando ciò avviene, nuove dinamiche entrano in gioco, come ha spiegato Thomas Voeckler in un’intervista: “Una volta in fuga, pensi al livello dei presenti, al tracciato, a chi è veloce in volata, a chi ha interesse a tirare, chi ha compagni di team all’interno del gruppetto, possibili alleanze. Tutto ciò mi frulla per la mente”.

Un singolo o un gruppo di corridori vanno in fuga solo se il resto del gruppo lo permette, e questa decisione rappresenta un sapiente mix di politica e pragmatismo. In una gara a tappe, a un corridore di spicco non viene dato il privilegio di andare in fuga, né tantomeno a corridori che possono stravolgere la classifica, ma a qualcuno di bassa classifica può essere data un po’ di corda. Chi sta in testa al gruppo ha il delicato compito di tenere il conto di cosa accade davanti, un compito difficile in epoca pre-televisiva o quando non c’erano ancora le radioline in corsa. Continua...
L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Marzo 2018
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