di Luca Nagini - 04 luglio 2019

Il Giro a tre ruote

Cyclist ha vissuto la Corsa Rosa fra i motociclisti dell’organizzazione. E vi racconta quel che la Tv non ha mostrato nelle combattute giornate di gara.

1/6 Il design originale e futuristico della moto ufficiale del Giro d’Italia, la Yamaha Niken a 3 ruote, con 2 ruote anteriori basculanti e la tecnologia unica Leaning Multi Wheel (LMW).Immagini LAPRESSE-D’ALBERTO/FERRARI/PAOLONE/ALPOZZI

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Per un appassionato di ciclismo, a qualunque livello, le corse World Tour rappresentano l’emblema del mondo a pedali. Anche se non hai mai fatto gare in vita tua, se pedali principalmente fuori dall’asfalto e sei un cicloturista (come chi scrive), le grandi corse a tappe vengono vissute come la massima espressione di questa disciplina. Quest’anno sono riuscito a coronare un piccolo sogno, essere uno dei 23 motociclisti in corsa al Giro d’Italia. Ed è stata un’esperienza incredibile. Intensa, faticosa, a tratti estenuante, ma piena di soddisfazioni.

Il lavoro del motociclista in corsa comincia ben prima della tappa, di norma siamo alla zona di partenza tra le 7,30 e le 8, con il serbatoio pieno. Abbiamo il compito di sistemare tutti i mezzi che arrivano in partenza: i veicoli in corsa hanno un ordine ben preciso, tra Inizio Gara, auto mediche e ambulanze, Direzione Corsa, assistenza neutra in corsa, 4 auto giuria, radio-informazioni auto e 2 moto, 8 auto Giro Club (gli ospiti in corsa), 6 moto RAI, oltre alle 40 moto della Polizia stradale (più 2 auto).

E, all’ultimo momento, arrivano tutte le prime e seconde ammiraglie delle squadre, che sono altre 44 vetture. Ma prima ancora, arrivano i 22 bus delle squadre, con furgoni e ammiraglie al seguito, che poi si sposteranno alla partenza.

La tappa parte con calma, ci sono diversi chilometri di trasferimento che sono una passerella e una sfilata nel centro città. Il KM 0, il via ufficiale, si trova più avanti, in periferia, dove la strada è libera. La prima cosa che mi ha colpito, è vedere quanti corridori richiedono assistenza già in questi primi chilometri. Ok una foratura, può sempre capitare, ma possibile che ci siano problemi tecnici alla bici, dopo che è stata appena controllata minuziosamente dai meccanici? Qualcuno si ferma subito per un “bisogno fisiologico”, e tutti questi corridori in ritardo, se non rientrano nel gruppo entro il KM 0, ritardano la partenza ufficiale della tappa.

Io porto un giudice di gara, siamo in 4, e ogni giorno ci scambiamo le posizioni: un giudice in testa, che seguirà la fuga, un giudice dietro il gruppo, uno in mezzo alle ammiraglie e l’ultimo in fondo, per seguire i corridori che si staccano o si fermano per qualche motivo.

Muoversi in corsa non è una cosa banale. Ci vogliono mille occhi, specie se porti un giudice e sei sempre in mezzo alla mischia. Nel bene e nel male, hai sempre questa tensione positiva che (deve) farti stare sempre attento.

In Tv rende fino a un certo punto, perché non si vedono i corridori fare delle grandi “pieghe” in curva. Ma quanto vanno forte? In picchiata sul ciglio dei burroni, senza nessuna protezione oltre al casco. Coraggio e un briciolo di incoscienza, sapendo che un errore si paga carissimo.

Più la strada diventa stretta e tortuosa, più fanno la differenza. Io recuperavo nelle brusche frenate e nelle successive accelerazioni, perché nel guidato può essere dura tenergli la ruota. Una novità interessante erano proprio le moto che abbiamo a disposizione, le Yamaha Niken a tre ruote. Attiravano tantissimi curiosi, è infatti un mezzo innovativo che cattura l’attenzione anche di chi non è motociclista. “Ma quindi, con tre ruote, sta in piedi da sola?”. Era la domanda più frequente. No, è una moto in tutto, senza cavalletto non sta in piedi. Si guida esattamente come una moto normale, in curva piega (e tanto, fino a 45 gradi), ma con il vantaggio di avere il doppio della superficie d’appoggio sull’anteriore, avendo due ruote. Questo si traduce in ottima sicurezza e possibilità di entrare davvero forte in curva, senza troppi pensieri, anche con il passeggero a bordo. E in discesa, era fondamentale guidare così.

Ma in discesa sotto la pioggia, come vanno i ciclisti? Fanno ancora più impressione. È vero che le ruote strette delle bici da corsa tagliano il velo d’acqua sull’asfalto, ma quello che ho visto scendendo dal Mortirolo, non credevo fosse umanamente possibile. Mi sono trovato in mezzo tra le ammiraglie e il gruppetto Nibali-Carapaz-Landa, in fase di attacco, per cercare di tenere a distanza Roglic e recuperare su Lopez. Se il Mortirolo è brutale in salita (dove questo gruppetto pedalava oltre i 20 km/h!), in discesa, sul bagnato, col freddo e la nebbia, è qualcosa di clamoroso. Nella parte alta, ci siamo trovati in vere e proprie picchiate al 17%, con un fiume d’acqua e fango che rendeva l’asfalto viscidissimo. E loro giù, senza indugi, a una velocità inconcepibile.

L’arrivo al lago Serrù nella tappa 13, da Pinerolo a Ceresole Reale, era una novità per il Giro, e forse è stata la tappa di salita più spettacolare. Scenario artico, con tanta neve, ma temperature alte, che hanno creato dei veri e propri fiumi in piena sull’asfalto. I ciclisti sembravano salmoni che risalgono la corrente. In quella tappa ero in testa, ho potuto assistere di persona a cosa voglia dire finire le energie di colpo. La fuga, partita da lontano, si stava sbriciolando negli ultimi chilometri, perdeva pezzi, e chi si staccava, aveva il volto distrutto dalla sofferenza. Poi, all’improvviso, arrivavano i migliori in rimonta da dietro, a una velocità doppia, freschi in volto e agili sui pedali.

Uno su tutti, Mikel Landa, sempre in piedi e con la presa bassa sul manubrio. Che stile, che eleganza. In altre tappe di montagna, mi sono ritrovato con il gruppo dei velocisti in fondo, e veniva naturale fare il tifo per quelli più in difficoltà. Pascal Ackermann, per esempio, dopo essere caduto in volata nell’arrivo a Modena, aveva tutto il lato destro del corpo completamente grattugiato. Faceva impressione, e le ferite non riuscivano a guarire nei giorni successivi, anche a causa della pioggia costante. Ma lui ha sempre tenuto duro, per tutte le 11 tappe rimanenti, e sul finale del Giro si è pure ripreso la maglia ciclamino, meritatissima.

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