Paolo Della Sala - 03 maggio 2019

La Sanremo anni Venti

La Classicissima di primavera da Milano fino
 alla celebre località ligure, per un tuffo nel passato che ci riporta a quando le bici erano senza cambio
1/10 Alcune immagini della Gran Corsa edizione 2018. Foto POCI's

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Il 2 aprile 1906 si tenne la prima Milano – Sanremo in due tappe, con sosta ad Acqui Terme. Ma era una corsa podistica e non andò benissimo. Dalle ceneri di quell’insuccesso nacque, l’anno successivo, la “Gran Corsa”, percorso ciclistico lungo più di 280 chilometri. Per la cronaca, il primo vincitore fu Lucien Petit Breton in 11 ore, 4’ 15” (62 iscritti, 33 partenti di cui 14 giunti all’arrivo).

La bici si rende mezzo di trasporto universale e col progredire della tecnica migliorano anche le prestazioni: nel 1921 Girardengo vince in 9 ore e 30’ battendo in volata Giovanni Brunero a oltre 30 di media. Pazzesco.
Perché pazzesco? Banalmente perché fino agli anni 30 avanzati le bici da corsa erano macchine a due soli rapporti.
Per capire la durezza del tragitto con quel tipo di bici è necessario descriverne qualche caratteristica partendo dalla trasmissione. La ruota posteriore aveva due soli pignoni, uno per lato, e il cambio di pignone avveniva secondo
il metodo flip-flop. Si svitavano i due galletti fermaruota, la si girava, si tendeva diversamente la catena posizionando la ruota più avanti o più indietro sul forcellino, si riavvitavano i galletti e, a Dio piacendo, si ripartiva.
Ovvio considerare che lo spazio di manovra fosse estremamente limitato: tra un pignone e l’altro la differenza poteva essere, al massimo, di 2-3 denti.
 Si usava, di norma, il rapporto “fisso” in pianura e quello a “ruota libera” in salita e in discesa. Le guarniture dell’epoca, inoltre, avevano tendenzialmente una cinquantina di denti (ve n’erano anche di 42 e 46, ma i professionisti più forti optavano per le più grandi).

Si trattava, quindi, di affrontare il Passo del Turchino (e, più avanti, Capo Mele, Capo Berta, ecc) su sterrato e con rapporti che facevano “fischiare” i menischi pregando di riuscire ad arrivare in cima e, una volta là, si affrontava la ripida discesa su Voltri pregando ancor di più perché i freni, quando c’erano, erano a tampone, con un contatto diretto sullo pneumatico e il rischio perenne di ribaltarsi (passando così rapidamente dal tampone del freno a quello per il naso).
Solo dagli anni Venti i freni assumono una veste tecnica vagamente somigliante a quella attuale e, pertanto, coi pattini che serrano il dorso del cerchio (di legno con tubolare, per aumentare la leggerezza, o di ferro o acciaio per “gomme smontabili”). Per non parlare del peso del mezzo: i 15 chili erano un miraggio.
La Bianchi “tipo M”, modello Giro d’Italia, nel 1930 era così presentata a catalogo: “Mozzo posteriore a doppia filettatura con ruota libera e pignone fisso, cerchi di legno, parafanghi di legno, forcellini posteriori con galletti a farfalla per il rapido cambio del rapporto, pedali Bianchi speciali modello da corsa, oleatore alla catena, due freni, altezza telaio cm. 55 e 57, verniciatura celeste’ (prezzo: 645 lire, o 620 con cerchi in acciaio e gomme smontabili)”.

In questi ultimi anni il ciclismo che rievoca quei tempi è cresciuto a dismisura: sempre più numerose le manifestazioni per bici vintage
 e sempre più numerosi gli appassionati che impazziscono per i marchi storici.
La “Gran Corsa” in veste di rievocazione storica si caratterizza, in questo contesto, per una particolarità: le bici che vi possono partecipare devono, per regolamento, essere anteriori al 1930 e, quindi, antecedenti all’introduzione del cambio e dello “sgancio rapido” inventato da Tullio Campagnolo per liberare i ciclisti dalla “maledizione” del serraggio e dell’allentamento dei galletti per la regolazione della ruota.

L’edizione 2018 è partita il 15 marzo da Milano, sotto l’Arco della Pace, ed è terminata a Sanremo il 17, giusto in tempo per godere della straordinaria vittoria di Vincenzo Nibali.
Dieci del mattino: pioggia battente e senza interruzione, Marino Vigna, mitica medaglia d’oro a Roma nell’Inseguimento a squadre, e Dino Zandegù, che ha vinto il Giro delle Fiandre nel 1967, osservano divertiti la partenza del piccolo corteo di “gentiluomini e gentildonne” in abbigliamento d’epoca (baffi a manubrio facoltativi, sia per gli uomini sia per le donne) che si avvia a pedalare di buon passo verso Pavia dove ci sarà il primo ristoro.
Lasciata Pavia si percorrono, poi, vie laterali passando per Voghera e arrivando a Tortona dopo 120 chilometri di freddo. Necessita potersi riposare prima della seconda tappa, quella del Turchino. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Maggio 2018
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