Greg LeMond: una vita per la bici

Il tre volte campione del Tour de France Greg LeMond racconta a Cyclist del suo nuovo marchio di biciclette "innovativo", delle discussioni con Hinault e Fignon, e dei suoi sospetti sul doping tecnologico tra i professionisti.

1/2

Greg LeMond.

Greg LeMond ha forse il curriculum più completo nel ciclismo. Tre volte campione del Tour de France, due volte campione del mondo su strada. L’unico americano ad aver vinto la maglia gialla (ufficialmente), il primo vincitore non europeo del Tour e l’unico uomo ad aver vinto il Tour dopo che gli hanno sparato (fu ferito da un colpo di fucile sparato accidentalmente dal cognato durante una battuta di caccia). Vincitore del Tour più emozionante di tutti i tempi.

È stato il primo ciclista a correre il Tour su una bici completamente in fibra di carbonio, l’uomo che ha introdotto tra i corridori gli occhiali da sole Oakley e l’atleta che ha portato alla ribalta i caschi Giro. È stato il primo ciclista a firmare un contratto da un milione di dollari. È un produttore di biciclette e il proprietario di un marchio che, in ambito indoor, realizza rulli a trazione diretta e cicloergometri. È un oppositore dichiarato delle sostanze che migliorano le prestazioni nel ciclismo ed è stato uno dei primi a dire la verità su Lance Armstrong. Un ristoratore, un magnate immobiliare, un fondatore di charity, una medaglia d’oro del Congresso degli Stati Uniti e un detentore di record mondiali di pesca a mosca.
Sarebbe difficile trovare qualcuno con un’esperienza di vita così completa in qualsiasi campo, e ancor più nel solo ambito del ciclismo. E con i suoi 60 anni festeggiati lo scorso giugno, chi potrebbe biasimare l’americano di Lakewood, in California, se decidesse di rilassarsi, mettersi comodo e vivere il resto dei suoi giorni pescando e dedicandosi ai nipotini? Ma con il lancio nel 2020 di un nuovo marchio di biciclette che promette di rendere disponibile sul mercato un prodotto “innovativo” già entro la fine dell’anno, sembra che il lavoro di LeMond sia tutt’altro che finito.

Il grande innovatore ritorna

“La gente mi definisce il ciclista più innovatore di sempre. La verità è che non lo sono, riuscivo semplicemente a riconoscere le cose innovative ed ero capace di vedere il valore che potevano avere sulle mie prestazioni”, racconta LeMond a Cyclist durante una chiacchierata via zoom dal suo ufficio di Knoxville, con vista sulle Great Smoky Mountains del Tennessee. “Le squadre professionistiche sono sempre contattate da individui innovatori, ma tendono a ignorarli. Quasi ogni grande prodotto che ho utilizzato nel corso della mia carriera non è stato realizzato da una grande azienda, ma da persone che nutrivano passione per ciò che stava facendo e che vedevano il bisogno di ciò che stavano creando”.

Prendete gli Oakley Eyeshade, i leggendari occhiali da sole che LeMond introdusse nel mondo del ciclismo nel 1985 e che aiutarono Oakley a dominare il mercato. La storia ci dice che sono stati sviluppati da Jim Jannard e dal team Oakley per LeMond. Infatti, come ci racconta LeMond, fu un pilota di motocross che prese un paio di occhiali Oakley, strappò la lente, aggiunse della gomma sul naso e un paio di stanghette, e quindi li presentò a Oakley e LeMond.
Oppure ci sono le barre da triathlon che LeMond usò sulla sua bici da cronometro per vincere il Tour de France del 1989. Gli si attribuisce il merito di averle introdotte nel ciclismo su strada, ma anche lui vi dirà che le ha rubate al collega americano Davis Phinney, un uomo che da tempo sperimentava il kit del triathlon per migliorare le sue prestazioni nelle gare a cronometro.
“E naturalmente nel 1991 sono stato avvicinato da Craig Calfee, un ragazzo della California con nessuna grande azienda alle spalle, che è venuto da me con il suo lavoro ed è diventato il primo produttore di biciclette a far correre una bici in fibra di carbonio al Tour de France”, aggiunge LeMond.

Greg LeMond.

Che si tratti di bici in carbonio o di occhiali da sole Oakley, individuare soluzioni innovative ha fatto parte della lunga carriera di LeMond nel ciclismo e continua ad essere una sua caratteristica anche oggi. È questo occhio per “il nuovo” che lo ha portato a trasferirsi a Knoxville, nel Tennessee, dove si trova la sede dell’Oak Ridge National Laboratory, leader mondiale nelle tecnologie della fibra di carbonio e collaboratore del nuovo marchio di bici di LeMond.
Le bici adottano una nuova tecnica di produzione che LeMond sostiene possa abbassare il costo di produzione della fibra di carbonio del 50% e che utilizza un nuovo materiale di base che può rendere le biciclette “leggere come qualsiasi prodotto sul mercato e quasi a prova di guasto”. Al momento il nuovo marchio dispone solo di una piccola selezione di e-bike rivolte al mercato dei pendolari, ma c’è una gamma di bici da strada in arrivo, che LeMond crede cambierà radicalmente direzione al settore.

“Sono eccitato perché penso che nei prossimi 12-24 mesi alcuni di questi prodotti che stiamo lanciando saranno dei punti di svolta in termini di leggerezza grazie all’utilizzo di una nuova struttura super-core caratterizzata da tubi dal profilo molto stretto, pur mantenendo la rigidità laterale e garantendo che il cedimento del materiale sia praticamente impossibile”.

Per ora, Cyclist non ha altri dettagli su queste nuove bici, quindi dovremo aspettare ancora un po’ per verificare tutte queste affermazioni che “cambiano le carte in tavola”.

Ma per quanto riguarda LeMond, le sue nuove bici useranno “il più grande sviluppo nella tecnologia della fibra di carbonio di sempre”.

Sostanze vietate e altri imbrogli

L’obiettivo finale per qualsiasi marchio di bici da strada di fascia alta è quello di far correre il proprio prodotto al Tour de France e questo vale anche per LeMond. Prima o poi vuole che le sue bici siano usate dai professionisti, perché sa che questo è il modo migliore per commercializzare il suo marchio. Se le biciclette di LeMond raggiungeranno il Tour, è fiducioso che saranno utilizzate da un gruppo biologicamente pulito - o almeno più pulito di quanto sia stato in passato.

Non so se lo sport potrà mai essere pulito al 100%, ma quello che so – anche se può sembrare ingenuo - è che i francesi hanno un livello di test più alto rispetto alla maggior parte dei Paesi, con standard diversi, e che Thibaut Pinot, un ragazzo che ha pubblicato tutti i suoi dati da quando è diventato professionista, tutti i suoi file, è pulito”, dice LeMond.
“Pinot pubblica tutto e ha quasi vinto il Tour nel 2019. Questo mi dice che le cose stanno andando per il verso giusto. E stiamo vedendo anche i corridori più giovani emergere; il vero talento si sta mostrando. Un tempo bisognava avere più di 30 anni per correre tutte le tappe e poter vincere il Tour. Le squadre non avrebbero permesso a un giovane di 19 o 20 anni di correre tutte le tappe”.
Questo non significa che LeMond pensi che il ciclismo sia assolto dai suoi peccati. Si descrive come un realista, dopo tutto. Per lui lo sport avrà sempre le sue mele marce, ma ritiene che gli imbroglioni potrebbero rivolgere il loro interesse altrove. “Penso che nelle corse ci sia ancora un rischio enorme che qualcuno utilizzi bici con motorini elettrici. Fidati, è vero. Quel trucco è stato usato per vincere alcune gare molto importanti”.

LeMond indica il motore Vivax dell’ingegnere ungherese Stefano Varjas come il primo sistema che potrebbe essere stato utilizzato dai ciclisti.
“Quanti cambi di bici hai visto durante le gare degli ultimi due anni? Non molti. Ma c’è stato un periodo in cui si pensava che le bici in fibra di carbonio fossero scese di qualità perché i corridori le cambiavano continuamente. Ai miei tempi, non ricordo di aver mai cambiato la mia bici se non in caso di caduta, ma c’è stato un periodo in cui vedevi cambiare bici dopo bici dopo bici. Questo è incredibilmente sospetto e penso di sapere perché. Non ha niente a che fare con la bici, ma con il resto che stanno usando”.
La mancanza di nomi e date intorno alle affermazioni di LeMond le riduce a congetture, e vale la pena notare che sino ad ora un solo ciclista è stato sorpreso ad utilizzare questo genere di doping tecnologico: la ciclocrossista belga junior Femke Van den Driessche, nel 2016. Ma il fatto che qualcuno della statura di LeMond sia così convinto della sua presenza e che l’unica persona scoperta con un motorino nella bici sia una ciclista junior, certamente fa pensare.
LeMond non è l’unico preoccupato. Il presidente dell’UCI David Lappartient si è schierato a favore di una lotta dura contro il doping tecnologico e ha preso provvedimenti per sradicarlo aumentando i controlli in loco delle biciclette alle gare e con l’introduzione, ancora poco frequente e parzialmente efficace, di controlli con macchine a raggi X nelle corse più grandi. È certamente un inizio, ma chiedete a LeMond e vi dirà che non è abbastanza.
“È così semplice da risolvere. Bisogna controllare ogni bici con macchine a raggi X come quelle che si trovano ad ogni frontiera americana, che possono testare 250 camion all’ora e trovare la clip metallica che qualcuno tiene in tasca. Questo problema si risolve con una macchina da 1,5 milioni di dollari; qualcuno deve solo comprarla”.

Hinault e Fignon

Durante la sua carriera da professionista, i più grandi rivali di LeMond furono due francesi: Bernard Hinault e Laurent Fignon. La storia ci dice che Hinault era il grande personaggio del ciclismo francese degli anni ‘80 - sfacciato, volubile, provocatorio -, mentre Fignon era quello senza pretese, schivo, modesto. Ma LeMond, un uomo che conosceva bene entrambi, ha in merito un’opinione diversa.

“È divertente, perché in realtà era Fignon che aveva un ego più grande. Hinault era solo un vecchio brontolone che non pensava troppo. Se dicevi a Hinault di attaccare controvento a 100 km dalla fine perché pensavi che potesse vincere, lui lo faceva”, dice LeMond ridendo.
“Hinault era molto rispettoso degli altri corridori, ha sempre condiviso il suo premio in denaro e avrebbe corso per chiunque nella squadra fosse il più forte quel giorno. Ma se dicevi a Hinault che era il più forte al mondo, ci avrebbe creduto. Così, quando abbiamo avuto i nostri scontri nel 1986, è stato veramente Bernard Tapie (team manager della squadra La Vie Claire) a manipolare Hinault e a dirgli “frega l’americano”.
“È stato Fignon, dopo aver vinto il Tour nel 1984, a diventare quello arrogante. Ho conosciuto meglio Fignon più avanti nella sua carriera. Era incredibilmente timido e a volte le persone timide appaiono arroganti perché non amano le luci della ribalta. Dopo aver vinto i Tour del 1983 e del 1984, è stato duramente attaccato per non aver vinto una terza volta; il che lo ha fatto arrabbiare, soprattutto dopo che l’ho battuto nel 1989. Era un bravo ragazzo, ma il suo ego e le sue azioni dipendevano completamente dalle sue prestazioni in bici”.

Greg LeMond.

Qualsiasi arroganza o timidezza di Fignon si sarebbe trasformata in devastazione totale dopo il 1989. Perdere il Tour all’ultimo giorno per otto secondi da LeMond generò una nuvola nera che avrebbe indugiato su Fignon fino alla sua morte nel 2010. Si dice che non potesse sopportare di tornare agli Champs Élysées, e che per anni abbia camminato in silenzio, contando i passi per otto secondi, piangendo la sua sconfitta.
“La cosa pazzesca è che lo sconcerto di Fignon era tutto dovuto al fatto che aveva dato per scontato di aver già vinto il Tour prima della cronometro finale. Se fosse stato realistico, eravamo troppo vicini. Non lo capisco, è stato arrogante da parte sua credere di aver già vinto”.
LeMond dice che prima della tappa finale a cronometro aveva fatto dei calcoli basati sui precedenti testa a testa con Fignon e il risultato l’aveva convinto di poter agguantare il successo nell’ultimo giorno.
“Non avrebbe dovuto essere così devastante arrivare secondo, perché una gara non è finita finché non è finita. Se fossi arrivato io secondo, non ne sarei uscito così distrutto. È una cosa molto triste. Non sono mai riuscito a capire perché una carriera possa costruirsi o essere distrutta sulla base di un solo risultato. È tragico”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA