Le infaticabili: quattro biciclette da endurance a confronto

Potrebbero sembrare bici da strada, ma grazie a qualche piccola modifica e pneumatici più larghi, le bici da endurance ti porteranno ovunque. Questa è la nostra scelta tra i maggiori modelli di categoria: Cannondale Synapse, BMC Roadmachine, Open Min.D e Giant Defy.

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Cannondale Synapse, BMC Roadmachine, Open Min.D e Giant Defy a confronto.

Seicento chilometri in un colpo solo. Pensa a come potresti sentirti. Meglio indossare la salopette più comoda che hai... Ora immagina che la salopette siano in realtà dei pantaloni alla zuava in lana, che la tua bici sia fatta in ghisa, che i cerchi delle ruote siano di legno e che tu abbia una sola marcia. Questo perché il tuo nome è George Pilkington Mills, nato nel 1867 nel Middlesex, e hai appena vinto la Bordeaux-Parigi del 1891 con il tempo di 26 ore, 36 minuti e 25 secondi. Per quanto sia impressionante, nel 1886, all’età di soli 19 anni, hai stabilito un record che ha resistito per 133 anni: 1.450 km in cinque giorni, 1 ora e 45 minuti, da Land’s End, in Cornovaglia, a John O’Groats, nell’estremo nord-est della Scozia, su un biciclo.

Pilkington Mills portava con sé anche un revolver per allontanare i cani randagi, quindi è una forzatura paragonare le sue imprese a quelle del vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi di quest’anno, Primož Roglič, che nella maglia non teneva niente di più pericoloso di una banana. Eppure, per noi c’è qualcosa di rilevante nella storia di Mills, che fa nascere spontanea una domanda: “Cos’è una bici da endurance?”. Per definizione, qualsiasi bici da strada non è forse una bici da endurance se utilizzata nella corsa giusta? Per certi versi questo è vero, ma nel 2004 la definizione del termine è cambiata irrevocabilmente quando Specialized ha lanciato la Roubaix.

La Roubaix assomigliava a molte bici da strada di quegli anni, ma un esame più attento rivelava un tubo di sterzo molto più alto, foderi posteriori più lunghi e spazio per pneumatici fino a 30 mm. Aveva anche le sospensioni sotto forma di “inserti Zertz” in materiale viscoelastico, posizionati nei foderi posteriori e nella forcella - anche se si dice che questi abbiano solo tappato i buchi, ed erano le forme dei tubi ad assorbire gli urti. In ogni caso, Trek fece altrettanto un anno dopo con la sua Pilot, e Giant nel 2008 con la Defy.

L’endurance era diventato una categoria, non solo un nome, e la sua ragion d’essere era quella di fornire comfort su lunghe distanze e terreni irregolari. Alle geometrie più comode che rimangono il punto di partenza principale, oggi si aggiungono freni a disco, sistemi di ammortizzazione e spazi per i copertoni che farebbero arrossire gli amanti del ciclocross. Senza contare la sempre maggior attenzione all’aerodinamica, alla rigidità e al peso, che iniziano a far sembrare le bici da endurance di nuovo delle bici da corsa.

Ma rimane una differenza fondamentale, ed è il modo in cui gli ingegneri meccanici cercano di fondere la velocità con la versatilità e il comfort. Una bici leggera non è progettata pensando alla foresta di Arenberg più di quanto una bici aero è finalizzata a scalare lo Stelvio, ma una bici da endurance è costruita per fare un buon lavoro in entrambi i casi, nello stesso giorno, sia che l’uscita sia lunga 30 o 300 km. Le bici da endurance di oggi avrebbero reso George Pilkington Mills un corridore più veloce. Ecco le quattro che gli avremmo consigliato.

La scelta di Stu Bowers: Cannondale Synapse.

Modello nelle foto Cannondale Synapse Hi-Mod Force eTap AXS

Prima uscita 2005

Generazione attuale Quarta

Team World Tour attuale EF Education First

Peso (bici nella foto) 8,05kg

Prezzo € 7.000 (ca)

Info cannondale.com

Prima di andare al sodo, un po’ di curiosità sul ciclismo con cui stupire (o annoiare) i tuoi amici. Come si chiamava la prima bici da strada “full carbon” di Cannondale? Esatto, era la Synapse, lanciata nel 2005 e prodotta interamente negli Stati Uniti. Comunque, andiamo avanti velocemente... Grazie a Google che traccia continuamente tutto quello che facciamo, ora sappiamo che la Synapse è una delle bici più ricercate del pianeta. C’è, naturalmente, una spiegazione perfettamente logica per questo, e non ha nulla a che fare con il “guerrilla marketing”.

Storicamente la Synapse ha alzato l’asticella nel settore dell’endurance. Gli ingegneri di Cannondale hanno fatto un ottimo lavoro per dotarla di quelle caratteristiche che i corridori che si trovano nella parte centrale della curva a campana (in altre parole, la maggior parte di noi) trovano desiderabili. Posizione in sella più rilassata? Controllata. Comodità? Fatto. Leggerezza? C’è. Spazio per pneumatici larghi e parafanghi? Perché no? E da quest’ultima generazione, uscita nel 2017, anche i freni a disco. Guardate le recensioni della Synapse, mie o scritte da qualsiasi giornalista di ciclismo degno di questo nome, e troverete un sacco di lodi e poche critiche.

Direi che Cannondale, come da tradizione, era in anticipo sui tempi. L’integrazione dei componenti e il cablaggio interno erano presenti sulla Synapse già alla sua seconda generazione nel 2013, una bici su cui Peter Sagan ha corso una delle sue stagioni di Classiche primaverili di maggior successo. Alcuni marchi stanno solo ora adottando certe soluzioni, e scommetto che se mettessimo quel modello, vecchio di quasi otto anni, a confronto un buon numero di biciclette lanciate negli ultimi tempi, sarebbe ancora favorito.

Eppure, mentre scrivo tutto questo, non posso fare a meno di pensare a cosa si stia lavorando alla Cannondale. La Synapse di quarta generazione si sta avvicinando al suo quarto compleanno, e se sappiamo una cosa del nostro settore, è che le bici raramente arrivano al quinto anno. Un aggiornamento è quasi certamente all’orizzonte, anche se probabilmente non arriverà mai abbastanza presto. I rivali della Synapse si sono fatti quanto mai minacciosi. Ma non sono qui per speculare su ciò che ancora non c’è, quanto per dirvi perché sto votando a favore di quello che la Synapse è oggi.

Mi piace il modo in cui Cannondale interpreta le esigenze del settore endurance in modo diverso dai suoi concorrenti. Mentre per molti il prefisso “endurance” significa tubi di sterzo sensibilmente più alti, interassi allungati, parti flessibili e/o pezzi davvero elastici, il punto di vista di Cannondale è che i ciclisti hanno tutti una cosa in comune: vogliono andare veloci.

Non ci si può liberare dalla velocità

La velocità è il metro con cui tutti i ciclisti si confrontano. Quindi, che si tratti di battere i nostri compagni in salita, di ottenere un crono di prestigio in una gran fondo o semplicemente di andare al lavoro più rapidamente, vogliono una bici da strada versatile, agile e veloce. Che è esattamente ciò che è la Synapse. A parte un tubo di sterzo più alto di 10 mm, è vicinissima alla sua sorella più veloce, la SuperSix Evo. In effetti è difficile decidere se la Synapse sia una comoda bici da corsa o una bici da endurance. Non a caso ho scelto una Synapse quando ho avuto bisogno di una vera e propria macinatrice di chilometri per tutto l’anno. Mi piace il suo approccio senza fronzoli. L’assenza di parti mobili nelle sospensioni rende la manutenzione facile e meno frequente, e in più dà alla bici una linea davvero pulita. Il reggisella super sottile Cannondale Save da 25,4 mm assorbe bene la maggior parte delle vibrazioni e degli urti, anche se la maggior parte del lavoro è già stato fatto dagli pneumatici, essendo stata la Synapse una delle prime bici da strada a spingere davvero al limite lo spazio per i copertoni. Poter montare in sella con pneumatici tubeless larghi (la Synapse ha spazio per pneumatici fino a 32 mm) e pressioni molto più basse (come 55-60 psi) significa che gli ingegneri dei telai, che si sono grattati la testa per anni per riuscire a fornire più comfort, possono ora respirare. Un applauso per i freni a disco! Dunque, il telaio non ha bisogno di modi fantasiosi per attutire gli urti quando queste moderne combinazioni ruota/pneumatico tubeless possono farlo molto più efficacemente e senza compromettere le prestazioni e il peso. Cannondale è stata tra le più veloci a capirlo e mi emoziona pensare cosa avranno previsto i suoi ingegneri per la prossima Synapse.

La scelta di James Spender: BMC Roadmachine.

Modello nelle foto BMC Roadmachine O1 One

Prima uscita 2016

Generazione attuale Seconda

Team World Tour attuale NTT Pro Cycling

Peso (bici nella foto) 7,6kg

Prezzo da € 4.999 a € 10.499

Info bmc-switzerland.com

Ho percorso 250 km per diletto su bici aero, 160 km di gran fondo su bici personalizzate con assemblaggio tube-to-tube, faccio il pendolare per migliaia di chilometri l’anno su un modello di alluminio dei primi anni 2000, e alla fine ho trovati queste due ruote tutte accettabili. Ma non sono bici da endurance, dicono le aziende. E immagino che abbiano ragione, dato che la bici aero aveva bisogno di pneumatici più larghi, la bici personalizzata richiedeva di essere trattata coi guanti e quella per il mio pendolarismo necessitava di ali, preghiere e di un nuovo movimento centrale. Le bici da endurance esistono perché sono predisposte per lunghi chilometri e superfici inguardabili. Non c’è bisogno di portarle con te quando entri in un negozio per comprare il loro primo pacco pignoni 11-32t. Così, dopo molte riflessioni, ho optato per la BMC Roadmachine.

Per me, le BMC hanno sempre avuto un grande fascino. Nonostante il fatto che le iniziali stiano per Bicycle Manufacturing Company - si potrebbe essere più banali o meno svizzeri? - BMC è sinonimo di geometria precisa, leggerezza e rigidità da paura. La Granfondo GF01 (il nome svela già la predisposizione) ha rappresentato il primo banco di prova nel 2012, e con un certo successo. Aveva l’aspetto di una BMC, ha corso nelle gare giuste - in particolare nella Roubaix di quell’anno - ed è stata una delle pioniere nell’uso dei dei foderi ribassati oggi onnipresenti dalle aero alle gravel. La GF01 andava bene, ma non è riuscita ad avere lo stesso appeal dalla lodata Teammachine, e anche quando c’è stato l’aggiornamento con i freni a disco nel 2015, le cose non sono migliorate. Quella bici era pesante, la sua geometria imponente e la rigidità era inferiore a quella annunciata. Così, proprio come il tuo primo animale domestico è lentamente invecchiato e poi si è spento mentre eri impegnato a giocare con il nuovo gattino, la GF01 è silenziosamente scivolata via quando è apparsa la tonante Roadmachine.

Le Roadmachine originali top di gamma erano disponibili solo nei colori primari giallo o verde, costavano una fortuna – qualcosa come quasi novemila dollari nel 2016 - e ti prendevi certi contraccolpi... santo cielo, erano rigide. Ricordo di aver preso la bici di prova di Stu in un fine settimana e di aver ringraziato il cielo per aver avuto da testare quel mese la Wilier Cento10 Air - una bici aero effettivamente più confortevole. Ma la Roadmachine era anche molto divertente e aveva tutte le caratteristiche delle bici da endurance: ti faceva provare la sensazione di poter andare ovunque e ti permetteva di tenere una posizione più eretta. Mancava ancora qualcosa rispetto ad altri modelli della categoria, ma mi aveva affascinato.

Raggiunta la maggiore età

Siamo a luglio 2019, la BMC ha presentato la sua Roadmachine aggiornata e gli dei dell’endurance sono contenti di quanto è stato fatto. I modelli top di gamma 01 sono più leggeri ma altrettanto rigidi nelle parti giuste, possono ospitare pneumatici fino a 33 mm, hanno un cockpit completamente integrato, cavi nascosti e infine una quantità decorosa di flessibilità grazie ad una ricalibratura della parte posteriore e a un reggisella con profilo a D. Sul tubo orizzontale è stato anche creato un attacco predisposto per il montaggio di una borsa.

Pedala su una superficie dissestata e avrai la sensazione di una bici robusta e stabile, ma viva come dovrebbe essere una bici da strada. Sì, l’interasse più lungo e il movimento centrale basso lo confermano, ma la geometria è sorprendentemente simile a quella della Teammachine. È un po’ più lunga, un po’ più alta e ha un centro di gravità leggermente più basso, ma la sicurezza in discesa della Teammachine è presente, e ha anche quasi lo stesso livello di reattività nelle curve veloci. Il rovescio della medaglia è che la Roadmachine si è evoluta in un modo impossibile per la Teammachine, con un layup (è lo stampaggio del telaio) raffinato e forcelle ridisegnate con braccia sottili che accarezzano la strada offrendo reattività e numerosi feedback.

Ha anche molto grip. In questo la Roadmachine risponde alle caratteristiche e si offre come una bici diversa e più prestante per determinati usi rispetto alle sue sorelle. Ma poi - e questa è la cosa che amo di tutte le BMC - tutto appare semplicemente eccellente e ben assemblato. Hai la sensazione di una bici leggera ma forte, creata per macinare chilometri senza mai rompersi. E soprattutto, hai la sensazione di una bici finalmente confortevole.

La scelta di Sam Challis: Open Min.D,

Modello nelle foto Open Min.D

Prima uscita 2020

Generazione attuale Prima

Team World Tour attuale N/A

Peso (bici nelle foto) 7,11kg (56cm)

Prezzo € 3.600 solo telaio

Info opencycle.com

La mia scelta come miglior bici da endurance è la Open Min.D, una bici che ha rinvigorito una categoria che negli ultimi anni ha ceduto sempre più terreno alle vicine. Le bici da corsa leggere premono da un lato, con i freni a disco e il maggior spazio per i pneumatici che ora forniscono molto del controllo e del comfort che una volta solo le bici da endurance potevano vantare. Le bici gravel premono dall’altro, con i loro telai ormai leggeri ed efficienti come quelli di molte bici da endurance e, in più, la possibilità di avventurarsi su terreni preclusi a queste ultime. Con queste due categorie di bici che mettono in discussione la necessità di avere delle bici da strada endurance, molti marchi fanno ora affidamento su dispositivi complicati per aumentare o differenziare le caratteristiche di guida dei loro progetti. Chiamatemi purista, ma penso che il “doppio” manubrio e gli inserti ammortizzanti nei tubi di sterzo siano un passo falso sia in termini di prestazioni - tendono a penalizzare il peso - che di manutenzione. Al contrario, la Min.D si basa su caratteristiche semplici e logiche (in effetti il suo nome è uno pseudoacronimo del termine “Minimal Design”) che le conferiscono le qualità necessarie all’uso per cui è destinata. Se questa logica suona familiare è perché la persona dietro la Open Min.D è responsabile di 3T Strada, che è stata la mia scelta per le “migliori bici aero”. Quella persona è Gerard Vroomen. “Se mi viene un’idea ed è aero, vado dal CEO della 3T, Rene Wiertz. Se non lo è, vado dal mio cofondatore di Open, Andy Kessler”, dice Vroomen. L’idea è stata quella di prendere tutto ciò che Open aveva imparato dal suo lavoro innovativo nella disciplina gravel e applicarlo alla strada. Come risultato, Open ha fatto scelte ben ponderate nella geometria per garantire le caratteristiche richieste a una bici da endurance: una posizione comoda e una guida stabile. Risultato reso possibile principalmente da uno stack e un reach regolari, ma con un angolo di sterzo leggermente lento. Cosa che allunga l’avancorsa e il bilanciamento anteriore della bici per ottenere sensibilità, ma che accoppiato con foderi super-corti da 405 mm, permette di avere una sterzata abbastanza stretta.

Per il comfort, la Min.D massimizza semplicemente l’area con il maggior potenziale di assorbimento delle vibrazioni - le gomme - progettando pneumatici da 32 mm. Ulteriore ammortizzazione è offerta dal tubo verticale continuo, che ha un diametro di soli 25 mm. Un normale reggisella ha un diametro di 27,2 mm, il che significa che il tubo verticale che lo ospita tende ad essere di almeno 28,6 mm. Costruendoli in un unico pezzo, Open aggira abilmente questa limitazione per ottenere una maggiore flessibilità. Felice conseguenza della semplicità del telaio, è un peso complessivo insolitamente basso. Questo non è una priorità assoluta nelle bici da endurance, ma penso che giochi un ruolo importante nel piacere della guida tanto quanto il comfort, dato che influenza in modo tangibile la sensazione di guida. Open sostiene che un telaio medio arriva a circa 1,2 kg, rendendo facile ottenere biciclette del peso complessivo vicino al limite di 6,8 kg fissato dell’UCI (non che questa bici sia destinata alle corse).

Innamorarsi

Lo ammetto, prima di passare del tempo in sella alla Min.D, la mia passione per la guida su strada si era affievolita. Pedalare con una bici da corsa su una strada trafficata, fissando numeri di potenza inevitabilmente deludenti, mi aveva un po’ stancato. Al contrario, la tranquillità e la sicurezza della guida di una gravel sui fondi sterrati avevano cominciato ad attirarmi sempre più, ma poi è arrivata la Min.D e ho trovato un piacevole compromesso. La sua combinazione di caratteristiche ha reso la bici una delizia da guidare nelle stradine strette e tecniche che abbondano dove ho la fortuna di vivere. La Min.D era abbastanza leggera da rendere le pendenze del 20% gestibili e abbastanza stabile da affrontare con fiducia le discese strette e tortuose. Inoltre, il fondo stradale spesso rovinato non creava problemi ai grandi pneumatici della bici. In breve, la Min.D ha aperto nuove strade e così facendo ha reso nuovamente piacevole guidare una bici da strada. A mio parere, Open ha dimostrato che, se fatti bene, i prodotti endurance hanno ancora molto da offrire. E considerando i livelli di raffinatezza e versatilità che caratterizzano il design delle biciclette al giorno d’oggi, non è cosa da poco.

La scelta di Pete Muir: Giant Defy.

Modello nelle foto Giant Defy Advanced Pro 1

Prima uscita 2008

Generazione attuale Terza

Team World Tour attuale N/A

Peso (bici nelle foto) 8,24kg

Prezzo da € 2.999 a € 5.499

Info giant-bicycles.com

Ogni volta che si deve decidere l’acquisto di una bici, è una battaglia tra cuore e testa. Il cuore dice che dovresti scegliere un marchio italiano dalla lunga tradizione. Il cuore dice che hai bisogno della stessa bici guidata da quel tizio che ha vinto il Tour de France. Il cuore dice che dovresti scegliere una bici futuristica con tubi sottili e aggeggi hi-tech integrati, come quella che guiderebbe Batman. Quel mantello, tuttavia, non è certo aerodinamico. Ma la testa? La Giant Defy è la bici che sceglierebbe il tuo cervello.

Come la maggior parte dei ciclisti, sono molto suscettibile al fascino romantico del Grand Tour e alla ricca storia di questo sport, e un seducente fodero ricurvo o un logo prestigioso sul tubo di sterzo può facilmente catturare la mia attenzione. Ma, come la maggior parte dei ciclisti, ho anche bisogno di guardarmi bene allo specchio e ricordare a me stesso, il ciclista, chi sono in realtà, e non quello che vorrei essere. Devo accettare che non vincerò il Tour de France, o qualsiasi altra gara, e che quindi non ho bisogno di una bici che mi faccia guadagnare una frazione di secondo sui 10 km. Inoltre, è improbabile che io possa dare fastidio agli atleti nelle posizioni alte della classifica Strava per le salite classiche, quindi non importa se la mia bici non è leggera come una piuma. Naturalmente, non voglio una bici lenta o una bici pesante, è solo che queste cose non sono più la mia priorità assoluta. Quando chiedo al mio freddo e analitico cervello cosa dovrei cercare in una bici, ecco cosa mi dice. Per prima cosa, la bici deve essere comoda. Chi vuole tornare da un giro con lividi da battaglia e con la schiena dolorante per aver cercato di mantenere una posizione progettata per ventiduenni aerodinamicamente efficienti? Io no. La Defy qui fa centro. La sua geometria più verticale rispetto alla Giant pura da strada, la TCR, la rende più indulgente. Aggiungi gli pneumatici tubeless da 32 mm di serie, il manubrio e il reggisella D-Fuse che assorbono gli urti, e non potresti chiedere una guida più raffinata. E senza alcun aggeggio per l’ammortizzazione rimbalzante in vista. In secondo luogo, la bici deve avere una bella maneggevolezza. Dopo tutto, anche se non è una gara, voglio comunque sentire di avere il controllo e voglio divertirmi in sella. Ciò significa potersi lanciare tranquillamente con la bici in curva e sfrecciare nelle discese con un sorriso piuttosto che una smorfia. Anche in questo caso, la Defy offre molti vantaggi. Il massiccio tubo di sterzo e la forma stretta del telaio aiutano a mantenere la bici rigida nelle giuste direzioni, rendendola maneggevole e reattiva, mentre l’interasse relativamente lungo e l’avancorsa garantiscono stabilità quando si va veloci.

Efficienza spietata

In cima alla lista, questo mio cervello robotico pone però il costo, vuole la migliore bici possibile per il denaro a mia disposizione. Giant può essere un colosso senza volto - il più grande marchio di biciclette al mondo - ma questo comporta anche alcuni vantaggi. Produce biciclette per altri marchi come Trek, Scott e Colnago, quindi ha tutta la tecnologia e l’esperienza che questi marchi hanno, e anche di più. In un certo senso la sua conoscenza dei materiali e di come trasformarli in biciclette è la tecnologia e l’esperienza di quei marchi. Giant può avvalersi dei migliori esperti di materiali; può testare e perfezionare i prodotti al suo interno più facilmente di altre aziende; produce tutti i gruppi di componenti - per montare pneumatici suoi, ha recentemente resuscitando il suo marchio Cadex per creare ruote di fascia alta - così può progettare e costruire biciclette in un insieme unificato. Poi sfrutta anche l’economia di scala. Non è il marchio più attraente sul mercato, ma sono abbastanza sicuro che sarebbe impossibile trovare un telaio meglio costruito, o una bici più completa, per quei soldi. L’equivalente Sram Force Roubaix di Specialized costa oltre 2.000 euro in più di una Defy, e la mia testa mi dice che quei soldi sarebbero meglio spesi per un lussuoso kit completo da ciclismo e un lungo weekend a Maiorca. Il mio “Io” razionale sa che la Defy è la bici di cui ho bisogno; la bici che mi piacerà di più. È la scelta più sensata. È la scelta della mia testa. E una volta che la tirerò fuori dalla scatola, che la vista scorrerà sulle sue linee eleganti e che mi farò catturare dal suo colore blu scintillante come il Mediterraneo al chiaro di luna, anche il mio cuore sarà piuttosto felice.

And the winner is... Cannondale Synapse.

C’era almeno una cosa su cui eravamo d’accordo, abbastanza per caso, ed è la domanda cruciale sulle bici da endurance. Esistono? In cosa si differenziano dalle incombenti bici leggere e dalle gravel che sembrano andare inesorabilmente alla deriva l’una verso l’altra, nonostante siano partite da estremi opposti?

Ma una differenza c’è, almeno per ora, perché non esiste alcuna bici di qualsiasi altra categoria che possa abbinare ciò che queste bici fanno, e che poi si riassume nel rendere la velocità confortevole, la leggerezza robusta e il corridore veramente resistente. Ed è la Cannondale Synapse che le batte tutte, ricevendo un primo e due secondi posti nel nostro sistema di votazione a rappresentanza proporzionale. Ma prima di approfondire il perché, è interessante notare le seconde classificate a pari merito: la Trek Domane e la Specialized Roubaix.

Dopo la votazione, eravamo tutti stupiti che Specialized e Trek non fossero state la prima scelta per nessuno di noi, considerando la tradizione nelle bici da endurance di questi marchi e la grande qualità delle loro offerte attuali. Ma quando siamo venuti al dunque, ognuno di noi si è reso conto che mentre le ingegnose sospensioni IsoSpeed di Trek e FurtureShock di Specialized sembravano così convincenti qualche anno fa, il tempo e gli pneumatici le hanno rese meno innovative. Sì, forse se vivessi nella foresta vorrei quelle bici, ma nella normalità - e per una bici che ha il suo punto di forza nella versatilità - gli elementi di design di questi modelli sembrano eccessivamente complessi e pesanti. Ognuna delle quattro bici di queste pagine ha tutte le carte in regola per l’endurance con il minimo sforzo consentito. Tuttavia, la Cannondale Synapse non solo possiede ampio spazio per gli pneumatici, una struttura che assorbe gli urti, un reggisella sottile e flessibile e una geometria in stile bicicletta da corsa, ma è anche stata la prima a prendere questi elementi e a fonderli in una bici che è comoda, versatile, facile da guidare e veloce. Lo fa con semplicità ed efficienza.

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