a cura della Redazione - 04 febbraio 2017

Massimo Poggio: "La mia passione è costruire bici"

Folgorato dal fascino delle strade bianche, da allora Massimo Poggio non manca un'edizione de L'Eroica, a cui partecipa con bici d'epoca assemblate con le sue mani 

Sono di Alessandria, quindi il regalo della prima comunione è stato la bici. Mio nonno, mio zio, mio padre... tutti hanno avuto una piccola officina in casa, sono nato vedendo fare le operazioni di manutenzione da persone a me vicine. Per me è quindi una storia antica, ma solo una decina di anni fa ho iniziato a pensarla come sport da praticare, e ho iniziato con una mountain bike.
Nel 2006 ho letto un articolo su L’Eroica, era interessante e divertente, con foto splendide. Mi è piaciuto così tanto che mi sono iscritto. Allora non avevo la bici d’epoca, non ci capivo nulla, e l’ho fatta per pura curiosità, con la mountain bike che avevo allora.
È stata una giornata movimentata. Ero a lavorare all’Aquila, e per partecipare a questa mia prima edizione sono partito sabato pomeriggio portandomi dietro una tenda che avevo appena comprato. L’ho piazzata nel campo da calcio, domenica ho fatto la gara e nel pomeriggio sono tornato all’Aquila. Una faticaccia, ma mi sono divertito così tanto che per me, da quella volta, la prima domenica di ottobre è sempre impegnata.
Negli anni ho conosciuto i fondatori della corsa, Giancarlo Brocci e il suo fantastico gruppo. Siamo diventati amici e da qui è nata una serie di rappresentazioni teatrali, che abbiamo tenuto fino all’anno scorso, all’auditorium di Gaiole, raccontando le storie dei vecchi ciclisti.
Col tempo ho iniziato a conoscere e apprezzare il mondo delle bici d’epoca. E ho cominciato anche a preparare e collezionare quelle con cui, ogni anno, partecipo a L’Eroica. Oggi per me la bici è questa. Ho imparato a montarla, a raggiare le ruote... ho anche frequentato un seminario per costruire i telai. La mia passione è totale, non mi basta pedalare, voglio una bici che se ha un problema posso provare io per primo a risolverlo. Un piacere che quelle moderne, in carbonio, mi negano, sono troppo sofisticate.

Ogni bici costruita pezzo per pezzo

Non ho biciclette vecchissime, le mie vanno dagli anni ‘70 agli ‘80, Bianchi, Colnago, ognuna è un modello a parte e sono tutte straordinarie. Quella che al momento mi appassiona di più è costruita su uno straordinario telaio Scapin in tubi ovali d’acciaio, con gruppo GPM.
 


Massimo Poggio (Alessandria, 9 aprile 1970), è un attore impegnato nel teatro, nel cinema e nella televisione
 
La mia passione è costruire delle bici che sono un agglomerato di pezzi di varia provenienza, anche se è un metodo difficile perché può succedere che non sai quando trovi tutto ciò che ti serve. Parto da un telaio, poi lo completo con tutti i pezzi che vadano bene e siano coerenti. Li trovo nelle cantine, sui banchetti dei mercatini, e grazie a internet riesco a recuperarli da tutto il mondo, in Italia, in Francia, in Inghilterra... Sono sempre all’erta, ogni volta è una scoperta. Il prossimo anno non so ancora con che bici andrò al L’Eroica. Ho un bellissimo telaio francese degli anni 20-30, e se riuscissi a completarlo mi piacerebbe partecipare con quello. Ovviamente la ricerca prosegue con l’abbigliamento, che è in sintonia con le bici.
Il percorso lungo de L’Eroica, quello che supera i 200 chilometri, per quanto mi riguarda è troppo, è disumano, perderei il divertimento. Quello che mi piace di più è il medio di 130-140 chilometri. È una distanza giusta, è dura, devi essere allenato, ma lo fai e ti diverti. Se durante l’anno ho avuto tempo e mi sento pronto farei quello, e poi molto dipende anche dagli impegni, se posso riposare e andarmene con calma lunedì mattina, oppure se devo partire subito, la sera stessa. In tal caso andrei sul corto, quello di 75 chilometri, o sulla passeggiata.
Questi sono anche i percorsi più divertenti, perché c’è più gente, negli altri ci si allontana un po’ troppo e spesso resti da solo. Ma è anche questo, proprio questo, che fa parte del ciclismo eroico.
 
L'articolo è stato pubblicato sul numero 9 di Cyclist

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