Ode al Ciclocross

Pioggia, fango, freddo, incidenti, ghiaccio, sudore, sangue, sporcizia... sono gli ingredienti che hanno da sempre reso grande il ciclocross, una disciplina per supereroi.

Foto Danny Bird.

1 di 3

Del gennaio del 1962 gran parte della Gran Bretagna fu sommersa dalla neve, il meteo avverso spazzò via i programmi sportivi del fine settimana. Di fronte a un palinsesto vuoto, la programmazione degli eventi sportivi della BBC richiese quindi azioni drastiche.

Privati dell’abituale partita di calcio e di rugby, come delle tradizionali corse ippiche, gli spettatori si sintonizzarono per ascoltare una primizia assoluta da parte del commentatore Peter West: "Benvenuti alla prima trasmissione dal vivo di una gara di ciclocross". E il noto presentatore aggiunse: "Penso che la troverete tremendamente divertente".

I 40 minuti di azione che seguirono, in un circuito di mezzo miglio nei pressi dell’ex centrale elettrica di Ruegeley, nelle Midlands, furono lodati dalla rivista Cycling & Mopeds come "una grande giornata per il ciclismo".

"Mentre le tanto osannate star del calcio da 100 sterline a settimana e i granitici giganti del rugby professionistico scoprivano che le condizioni meteo erano troppo cattive... i ciclisti impegnati col ciclocross nella neve sembrarono eroici", proseguiva l’articolo. Alcune settimane dopo, i Campionati nazionali di ciclocross si svolsero in un circuito vicino a Leeds.

Mentre il filmato della prima apparizione televisiva del ciclocross è andato perduto, in un archivio dello Yorkshire è conservato un meraviglioso film a colori di mezz'ora che racconta i Campionati nazionali e che vale sicuramente la pena di essere visto on-line. "Questa è la parte in cui si vede la stranezza delle ginocchia che vanno verso l'alto", afferma il commentatore CB Lockwood. Prima di aggiungere appassionatamente: "C'è un tipo che guarda la telecamera e rotola a terra, gli sta bene!".

L'evento fu organizzato dal club della forte Beryl Burton, il Morley CC, che la vide vincere facilmente nella gara riservata alle donne. Fra i 127 corridori che vi parteciparono c’era anche il 18enne ed ex "ragazzo prodigio" Keith Mernickle, che poi divenne professionista ricevendo 100 sterline a settimana dal suo sponsor (il locale jazz di Londra “The 100 Club”) e gareggiando contro fuoriclasse del calibro di Eric de Vlaeminck, sette volte campione del mondo di ciclocross e fratello del più celebre Roger.

Alla gara di Leeds partecipò anche John Atkins, che in quella occasione vinse il secondo dei suoi 13 titoli nazionali e come premio si portò a casa una coperta elettrica matrimoniale della Philips.

“Osservate la velocità di Atkins nel fango. Non c'è modo di fare meglio di questo ragazzo”, chiosò un meravigliato Lockwood. Fango è la parola chiave. "I corridori con più fango che sangue nelle vene non aspettano altro che soleggiate mattinate gelide, partenze ghiacciate, venti pungenti, schizzi d'acqua e persino neve", scrisse Ken Nichols nella sua storia del ciclocross britannico: Mud, sweat and gears (titolo che evoca fango, sudore e rapporti).

Ma all’epoca del Campionato nazionale del 1962, i corridori si cimentavano con circuiti proibitivi. "Gli organizzatori britannici hanno sempre avuto la tendenza a esagerare con le cose difficili e spesso ci sono state poche occasioni per gareggiare in bicicletta", affermò un corridore all’epoca. E il manuale della British Cyclocross Association del 1964 dichiarava: "Si spera che gli organizzatori promuovano eventi su percorsi veloci e non troppo fangosi, nel tentativo forse di attirare corridori su strada dilettanti e amatori".

L'indizio è nel nome. La parola olandese per ciclocross è veldrijden, che letteralmente si traduce in "pedalare sull’erba". Ma fu un ufficiale dell'esercito francese a fare da pioniere di questo sport. Agli inizi del secolo scorso, la maggior parte degli eserciti europei includeva battaglioni di ciclisti e Daniel Gousseau credeva che attraversare campi e altri terreni di campagna durante l'inverno fosse un allenamento perfetto.

L'idea prese piede e nel 1902 ebbe luogo il primo Campionato nazionale francese di ciclocross - un anno in anticipo rispetto al primo Tour de France. Dopo aver vinto il Tour del 1910, Octave Lapize dichiarò di essere stato in grado di sopportare le varie difficoltà incontrate grazie al ciclocross che aveva praticato durante l'inverno. Ed Eugene Christophe, il primo corridore a indossare la maglia gialla dopo che fu introdotta nel 1919 nella Grande Boucle, aveva già vinto il titolo nazionale francese nel ciclocross per sei anni di fila.

La stampa specializzata britannica era sbalordita da tali risultati, e la rivista Cycling scrisse nel 1931: "I ciclisti francesi sono molto resistenti. I professionisti hanno il loro Tour de France, la più terribile prova di resistenza fra tutti gli eventi sportivi al mondo, mentre i dilettanti, non contenti delle normali corse su strada, ricorrono al ciclocross per lasciare spesso la strada e attraversare campi arati o guadare fiumi con le bici in spalla”.

Le versioni britanniche all'epoca consistevano spesso in gare di "ciclisti contro corridori" o di eventi particolari come il Bagshot Scramble, che nel 1950 vide 139 corridori competere su un percorso di 13 miglia davanti a 8.000 spettatori. Descrivendo un tratto con una pendenza di 45 gradi, la rivista Cycling scrisse: "Come pecore che si inerpicano e precipitano fino al disastro. Sorprendentemente, però, solo due corridori hanno abbandonarono la gara: uno con la ruota anteriore distrutta e l'altro incosciente. Nonostante le cadute, i colpi e i tagli, è stato giudicato da tutti come un grande successo, specialmente per i meccanici”.

Ai giorni nostri il ciclocross continua la sua tradizione di sfornare corridori con abilità a tutto tondo, che eccellono sia su strada sia fuori strada. Seguendo le orme di Lapize, Christophe e De Vlaemincks, oggi abbiamo Wout van Aert, Tom Pidcock e Mathieu van der Poel.

Ma il ciclocross è molto più di gare professionistiche e punti Uci. Alla base è una delle discipline più accessibili, inclusive e divertenti del ciclismo. A differenza delle corse su strada, non servono costose attrezzature aerodinamiche e si possono bruciare più calorie facendo un'ora su e giù per rive erbose e scivolose rispetto al dispendio energetico di tre ore ininterrotte su asfalto. Il rovescio della medaglia è che la vostra bici si ricopre di strati di sporcizia.

Ma come disse il commentatore della BBC Peter West al pubblico televisivo di un sabato pomeriggio nevoso di quasi 60 anni fa: "Penso che lo troverete tremendamente divertente”.

Tags

© RIPRODUZIONE RISERVATA