Personal Best o personal Record? Si può arrivare primi anche senza vincere

In un mondo di comparazione fra dati e classifiche, a volte l'unico (e più importante) record a cui aspirare è il proprio...

La sofferenza in bicicletta è soggettiva. Malgrado si possa misurare tutto, dalla frequenza cardiaca alla potenza, ci sono troppe variabili per poter ritenere assoluti i dati che stabiliscono in base a delle comparazioni se una corsa è più dura di un'altra.

Prendete la “gara più dura” mai disputata. Si è svolta nel 1919, ed era il Circuit des Champs de Bataille al Tour of the Battlefields, come afferma lo scrittore Tom Isitt nel libro Riding In The Zone Rouge? Oppure era il terribile Giro d'Italia del 1914, secondo l’interpretazione di Tim Moore nel suo volume Gironimo!?

Entrambi gli autori percorrono vie originali per avvalorare le loro tesi. Moore si spinge fino in sella a una bici d’epoca, con tanto di cerchi in legno e freni in sughero - di solito ricavati dal tappo della bottiglia di vino con cui aveva cenato la sera prima - mentre Isitt opta per un telaio in titanio moderno e leggero con 22 cambi di velocità. Ed entrambi soffrono per le loro imprese. Moore cammina parecchio e spinge lungo ripide colline, mentre Isitt soffre per le costole rotte mentre tenta di saltellare sui ciottoli. Quando interrompono gli sforzi in sella durante i giorni di riposo e le visite dei loro cari, entrambi esaltano il vero orrore dei giri che stanno rievocando.
Su un percorso di 2.000 chilometri suddivisi in sette tappe lungo le strade devastate dalla guerra, circondati da campi di battaglia del fronte occidentale, sotto un meteo orribile e solo un paio di mesi dopo la cessazione delle ostilità, il Circuit des Champs de Bataille portò la sofferenza in bici a un livello nuovo e superiore", scrive Isitt.
Su 87 partenti, solo 21 terminarono la gara, con l'ultimo di loro, il francese Louis Ellner, attardato di 78 ore rispetto al vincitore, il belga Charles Deruyter.
A confronto, ci sono gli 81 corridori che partirono al Giro d’Italia del 1914, di cui solo 37 in grado di completare la prima tappa devastata dalla tempesta. Solo otto tagliarono poi il traguardo che proclamò Alfonso Calzolari vincitore assoluto.
"Col percorso del 1914 si decise deliberatamente di esplorare i limiti della disperazione umana", scrive Moore. "Il numero di tappe fu ridotto ma la lunghezza complessiva fu aumentata, il che significa che i corridori dovettero affrontare la brutalità senza eguali di affrontare 3.162 km in otto tappe non-stop, con una media di quasi 400 km ciascuna". Il francese Paul Duboc, secondo classificato al Tour de France del 1911, prese parte a entrambe le competizioni. La sua esperienza potrebbe stabilire quale sia stata la più difficile? Era fra i corridori che abbandonò durante la prima tappa del Giro d’Italia 1914. Cinque anni e una guerra mondiale dopo, arrivò fino alla quarta tappa del Tour of the Battlefields, ma poi lasciò anche quello.

Avendo letto entrambi i libri – tutti e due eccellenti - non posso dire con convinzione quale sia stata la competizione più dura e neppure individuare i corridori più forti. Nemmeno i dati delle attrezzature moderne probabilmente avrebbero aiutato, poiché non avrebbero tenuto conto del tumulto emotivo di gareggiare fra i campi devastati dalla Grande Guerra o di affrontare un percorso così brutale da essere successivamente condannato dalla stampa italiana come "uno spettacolo disumano ... che cerca di distruggere i suoi concorrenti".

Il che mi porta all'argomento PB (personal best) e PR (personal record): i migliori tempi personali e i record personali. Se la sofferenza è davvero soggettiva, allora sicuramente il vostro PB è l'unica unità di misura che conta in una cacofonia di valori della potenza alla soglia funzionale, battiti cardiaci, chilometri orari e massimo volume d’ossigeno consumato al minuto?
Potrei scalare una salita più lentamente di uno dei miei amici e finire alla pagina 76 della classifica di Strava, ma se segno un record personale allora è un trionfo, anche se sono stato assistito dal vento a favore.


È facile interessarsi al rendimento di tutti gli altri, ma è più produttivo concentrarsi sul miglioramento delle proprie prestazioni. E il modo più semplice per monitorare tutto ciò è il PB. Il titolo di KoM (re della montagna) è una cosa meravigliosa, ma con alcuni dei più forti e avidi cacciatori di KoM che vivono dalle mie parti può essere frustrante ed effimero. Un PR è molto più significativo. Vuol dire che si è diventati più veloci e più forti. E l'unica cosa che può sostituirlo è un altro PR… Si può perdere il titolo di KoM per capriccio di un ex Pro, ma nessuno può toglierci il fatto che quel giorno siamo stati più veloci e potenti che mai.

Un faro di speranza

Naturalmente, man mano che si invecchia i PB diventano tesori sempre più rari. Sono rassegnato al fatto che il mio 19:39 sulla formidabile pendenza del Cairn O 'Mount, realizzato nel 2014, è improbabile che possa essere migliorato. Rimarrà registrato come il mio PB, un faro a cui aspirare, una luce che brucerà intensamente nelle nebbie invadenti della mezza età fino a quando, inevitabilmente, diventerà un lontano ricordo (almeno fino a quando non avrò una e-bike). Per citare il Grande Gatsby, il mio "conteggio di oggetti incantati sarà diminuito di uno", anche se è vero che Francis Scott Fitzgerald si riferiva alla luce distante dell'amore non corrisposto al suo eroe, piuttosto che a 3 km di arrampicata con una pendenza media del 10%. È così speciale un PB, non dovremmo mai minimizzare la sua importanza. Si potrebbe non essere arrivati primi, ma avere fatto del proprio meglio. Ed è qualcosa a cui tutti dovremmo aspirare.

Vincere non significa per forza arrivare primi se, come trionfo, ci si prefigge di migliorare il proprio record. Benché nessuna delle due cose sia facile quando in ballo c’è la gloria personale

© RIPRODUZIONE RISERVATA