di Paolo Della Sala - 12 luglio 2019

Rando Imperator: da Monaco a Ferrara in meno di due giorni

Da Monaco a Ferrara, passando per Bolzano. Lungo l’antica via Claudia Augusta, un tempo strada dell’Impero Romano e oggi splendido percorso cicloturistico, in meno di 43 ore

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Immagini Giacomo Brini

Corsa contro il tempo, perché bisogna farcela in meno di due giorni. Da Monaco a Ferrara. E per capire di cosa sto parlando faccio un passo indietro, e di parecchio.
Nel 15 a.C. uno dei più fidati generali di Augusto diede inizio alla costruzione di una strada che collegasse i territori da lui appena conquistati (la Rezia, corrispondente all’odierna Baviera), con il resto dell'impero.

Verso la metà del primo secolo, l'imperatore Claudio ne ultimò la realizzazione secondo uno schema a Y rovesciata che, tenendo Trento come punto di raccordo, portava al porto fluviale di Ostiglia da un lato e a quello adriatico di Altino, dall'altro.

La Rando Imperator segue l’antico tracciato della via Claudia Augusta lungo un percorso
 di circa 660 km e 3.900 metri di dislivello che, partendo appunto da Monaco, raggiunge Ferrara. Tempo limite concesso: 43 ore, con partenza sabato 5 maggio alle 4,30 e arrivo l’indomani entro le 23.30.

L’ho fatta ed è stata bellissima: tracciata con cura maniacale e quasi sempre su ampie ciclabili, la corsa attraversa solo paesaggi stupendi, fra valli alpine e fiumi in un contesto di libertà senza confini passando dalla Germania all'Austria, dalla Svizzera all'Italia.

Siamo partiti circa in 200 dal centro di Monaco e traversando un parco su uno sterrato non insidioso ci siamo ritrovati al termine della notte nel mezzo dei boschi bavaresi senza aver visto una casa, né una luce: solo il ronzio delle ruote e il profumo umido degli alberi.

Il gruppo si spezzetta e si ricompone mentre il cielo rischiara in direzione di Garmisch. Si pedala lungo ciclabili e vie secondarie deserte, e non 
fa freddo quando al km 100 ci si ferma al primo controllo e ci si ristora.

Dopo qualche chilometro inizia la salita del Fernpass, fra boschi di latifoglie, conifere e una nebbia sospesa che nasconde le cime innevate delle Alpi tedesche. Saliamo abbastanza decisi, un gruppetto di svizzeri, tedeschi e italiani, in tutto una decina. Qualche chiacchiera, attenti a non perdere il contatto e poco prima delle 9 siamo in Austria, con una discesa morbida che si affronta filando per poi entrare su una carrareccia in mezzo al bosco.

Come sempre, in questi casi, se chiami la foratura quella arriva. Immagino sia capitato a tutti: appena pensi “speriamo di non forare”, parte il sibilo. Così, a 300 metri dalla fine di questo lungo pezzo chiamo il buco e il buco arriva. Sono con Mario, infermiere a Sacile Udine, che si ferma 
per solidarietà e mi aiuta; e con lui proseguo lungo stradine che fiancheggiano prati gialli per il tarassaco, traversando paesi minuscoli e perfetti.

Di nuovo nel gruppo di dieci pedaliamo lungo le sponde dell'Inn, si entra in Svizzera in un sospiro e poi di nuovo in Austria a salire verso il Passo Resia, dopo circa 200 km.

Salita non durissima, ma un po’ di stanchezza si fa sentire e lo capisco perché saluto con piacere l’abbrivio che i tornanti mi regalano.

Ma il peggio è il vento che mi investe quando la strada spiana negli ultimi chilometri prima dello scollinamento: un vento forte e teso, così serrato da rendere difficile una progressione dignitosa. Sono da solo, e questo non aiuta.

Avrei dovuto fermarmi a mangiare qualcosa di caldo, penso. Ingurgito un panino che mi ero fatto al volo a Monaco (con “prosciutto” vegano, per di più). Riparto: gli svizzeri mi hanno staccato, ma li ritrovo al passo, km 225, controllo e ristoro.

Ci ritroviamo tutti attorno a un tavolo dopo esserci visti e persi, e avere pedalato a lungo insieme. Una bella atmosfera, in bici si scambiano frammenti di vita come schegge.

La sosta mi rigenera e riparto ingallettato. Mi fermo a guardare il campanile sommerso di Curon Venosta e poi mi immergo nella valle da cui nasce l’Adige. Scendo lungo la strada felice di lasciare andare la mia bici fino a Malles. Qui il traffico aumenta, riprendo la ciclabile e mi inorgoglisco: per quanto bello sia stato fino adesso, questo paesaggio italiano è di una bellezza incomparabile: i meleti sono distese in fiore e vi passo in mezzo inseguito dal profumo.

Delle molte volte che ho pedalato in Val Venosta questa è la prima in primavera, e mano a mano che si perde quota gli alberi mostrano una fase di più avanzata maturazione: i fiori a 1.400 metri di altitudine diventano piccoli frutti a 800. Faccio una deviazione obbligata a Glorenza, un gioiello: il comune più piccolo dell’Alto Adige a fregiarsi del titolo di città. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Giugno 2018

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