Le regine della strada: quattro biciclette all-round a confronto

Si definiscono “universali”, ma ognuna di queste biciclette può essere considerata una maestra nel suo campo. Entrate nel mondo delle bici da corsa all-round scelte da Cyclist...

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Scott Addict, Pinarello Dogma F12, Colnago C64 e BMC Teammachine Disc.

Qual è stata la prima bici da strada che avete avuto? Chiudendo gli occhi e ricordando la nostra prima bici da strada, si mette un po’ in discussione l’idea di “universale”, perché a un certo punto tutti noi abbiamo avuto la nostra prima bici da strada che, all’epoca, per definizione significava che era la nostra unica bici e quindi, de facto, era una universale perché faceva tutto. Giusto?

I tempi sono cambiati e, oggi, la migliore bici da strada all-round non è tanto una bici che può percorrere qualsiasi terreno (questo è appannaggio delle endurance, come discusso in questo articolo), ma piuttosto una bici che sistematicamente racchiude in sé tutte le caratteristiche che un modello da strada deve avere: leggerezza, rigidità, comodità. Si arrampica come una bici da scalatore, accelera come una macchina da sprint, scende veloce come se avesse pneumatici da 32 mm, sfreccia nelle curve come una criterium.

È difficile da definire in poche parole, ma la universale può contare su un perfetto equilibrio in termini di maneggevolezza e sensazioni, andando a toccare le note più dolci tra agilità e stabilità, grinta e fluidità, volubilità e solidità. È la bici che si sceglie quando un amico dice: “Vieni a fare un giro con me?”, e quando gli chiedete come sarà il giro la risposta è più o meno: “Qualche salita, qualche discesa, un lungo tratto che porta a questa salita super ripida che sfocia in una discesa decisamente tecnica...”.

È la bicicletta che è pronta per tutte le occasioni. O forse, per dirla in un altro modo, è la Tadej Pogačar, Wout van Aert o Mathieu van der Poel delle bici. Non solo versatile, ma capace di arrivare nei primi tre posti - se non proprio di vincere - in qualsiasi situazione, da una gara di un giorno nelle Ardenne a una corsa nazionale a cronometro fino alla vittoria in un Grande Tour.

Così come non scommettereste mai contro questi corridori, non escludereste neanche che la miglior bici da strada all-round possa battere uno specialista nel suo stesso gioco.

Un’ultima cosa. C’è qualcosa in questa bici che vi attira emotivamente, perché questa è l’altra parte dell’equazione: la migliore bici universale è l’unica bici da strada che possedereste se doveste sceglierne una sola. Il suo comportamento si adatta al vostro modo di pedalare, vi completa come ciclisti nel miglior modo possibile. La migliore universale è la vostra compagna più fidata. Ed ecco le nostre...

La scelta di Stu Bowers: Pinarello Dogma F12.

Modello Pinarello Dogma F12

Prima uscita 2002

Generazione attuale Decima

Team World Tour attuale Ineos Grenadiers

Peso 7,62 kg

Prezzo da € 10.000

Info pinarello.com

Lo dirò apertamente: esteticamente non sono mai stato un fan della Pinarello Dogma. Semplicemente non mi piace. Non trovo attraenti tutte quelle forme tubolari ondulate, e tutto lo sfarzo che circonda il Team Sky/Ineos Grenadiers serve solo ad allontanarmi ancora di più. Perché, allora, la propongo come una delle candidate delle ‘nostre all-round preferite’?

La risposta è duplice. In primo luogo, e cosa più importante, non posso negare che ogni volta che sono salito su una Dogma (diverse versioni nel corso degli anni, dalla F8 alla F10 a quest’ultima F12 Disc) e l’ho cavalcata con rabbia, mi ha ricordato quanto si guidi in modo brillante. L’altra ragione è semplicemente che sarebbe sciocco ignorare il successo sulla scena mondiale di questa bici.

Come professionista, il fondatore dell’azienda Giovanni Pinarello potrebbe essere ricordato per essere arrivato ultimo al Giro d’Italia del 1951, ma le bici che portano il suo nome sono famose nel mondo esattamente per il motivo opposto. Almeno una Pinarello ha tagliato per prima il traguardo in più della metà dei Tour de France a partire dal 1992. L’era della Dogma è iniziata nel 2012 con il Team Sky e Bradley Wiggins. Da allora questa bici ha vinto sette degli ultimi nove Tour. Non è un’impresa da poco ed è il motivo per cui questa bici è diventata un’icona, come il marchio stesso.

Una storia in divenire

Mentre la Dogma può trovare le sue radici già nel 2002, è stata la Dogma 60.1 del 2009 che ha lanciato le nuove bici da corsa Pinarello nella stratosfera. Caratteristiche salienti erano la sua asimmetria - progettata per compensare le forze della trasmissione su un lato - e le forme funky e ondulate dei tubi che miravano ad assorbire le vibrazioni della strada.

Poi è arrivata la Dogma 65.1 Think 2, guidata alla vittoria del Tour da Wiggo nel 2012, seguita dalla F8 nel 2014, che ha introdotto l’aerodinamica e che aveva un peso dichiarato del telaio di 860g. Nel 2017 è arrivata la F10, che vantava meno peso e più rigidità, solo per essere sostituita due anni dopo dalla F12, che ha sorprendentemente visto tornare la curvatura nella conformazione dei tubi.

L’attuale F12 in realtà assomiglia molto alla Dogma di una volta, e Pinarello dichiara che i guadagni in termini di velocità derivano in gran parte dalla nuova combinazione del cockpit e dal cablaggio completamente interno, oltre al telaio da 840g leggermente più snello.

Nella nostra caccia alla miglior all-round, Pinarello ha un argomento molto convincente con la Dogma. A differenza di altri marchi, i ciclisti sponsorizzati da Pinarello raramente cambiano bici anche per diverse tipologie di gare. Cannondale e Trek, per esempio, hanno entrambe diverse biciclette che i professionisti possono scegliere ogni giorno: una bici da scalatore per le tappe di montagna; una bici aero per le gare più piatte; una bici da pavé per le classiche di primavera. Ma guardando indietro al Team Sky/Ineos, in qualsiasi giorno o in qualsiasi gara nell’ultimo decennio, si vedrà quasi sempre l’ammiraglia Dogma scelta come arma dai corridori. Questo, per me, è il marchio di fabbrica di una vera all-round

Sentirsi come un professionista

Anche le mie uscite con la Dogma non mi hanno lasciato dubbi sulle sue capacità. Ho un ricordo in particolare: la mia prima volta sulla F10. L’ho guidata all’evento di lancio di un produttore di gruppi, e ricordo di essere stato leggermente infastidito dal fatto che mi fosse stata consegnata la F10 rispetto a una serie di altre bici da corsa di alto livello allineate nel portabici. Ma quella delusione è stata di breve durata. La F10 è stata, infatti, superba. Lungi dall’avere una cattiva mano, mi sono trovato a bordo di un razzo che mi ha impressionato in modo esagerato.

La F12 ha evocato una reazione simile anni dopo. Pinarello ha creato qualcosa di leggermente più raffinato e, con i guadagni aerodinamici dichiarati, scommetto che non verrà scalzata dal suo dominio indiscusso al World Tour - e non solo perché la usano alcuni dei ciclisti più veloci del circuito.

La Dogma, comunque, non è venduta proprio a buon mercato, quindi se siete interessati vi conviene telefonare al vostro creditore di fiducia prima di mettere piede nel negozio di biciclette.

La scelta di Sam Challis: BMC Teammachine Disc.

Modello nelle foto Teammachine SLR01 Disc

Prima uscita 2011

Generazione attuale Quarta

Team World Tour attuale AG2R-Citröen, Qhubeka-Assos

Peso (bici nelle foto) 6,79kg

Prezzo da € 6.799

Info bmc-switzerland.com

La BMC Teammachine ottiene il mio voto perché, in una categoria particolarmente raffinata e competitiva, ha dimostrato che può essere non solo il pioniere di una moderna bici da corsa all-round, ma di poter anche costantemente migliorare.

La Teammachine è alla sua quarta generazione e ogni volta BMC è stata in grado di aggiungere qualcosa in più senza dover togliere nulla. Per definizione le all-round sono un esercizio di compromesso, quindi per BMC continuare a mescolare gli ingredienti senza rovinare il risultato finale diventa sempre più complicato ad ogni nuovo aggiornamento.

Rilasciata 10 anni fa, la Teammachine si è rapidamente costruita una reputazione per la sua leggerezza, maneggevolezza e rigidità. Ha anche introdotto un’innovazione divertente sui foderi - li ha fatti scendere sotto l’intersezione del tubo sella e del tubo orizzontale. Come dichiarato da BMC, una migliorìa del posteriore e dell’aerodinamica in fase di partenza.

La novità è stata accolta con un po’ di scetticismo, ma il marchio svizzero ha avuto ragione, visto che ad oggi sarebbe difficile trovare una bici di qualsiasi genere senza foderi abbassati. Il fatto che il profilo generale della Teammachine sia rimasto sostanzialmente simile nel corso degli anni, mentre alcuni concorrenti lo hanno cambiato drasticamente, è molto significativo.

BMC attribuisce la capacità di innovazione alla modellazione generata dal suo supercomputer (il cui algoritmo ha un nome decisamente dinamico: Accelerated Composites Evolution, o ACE) utilizzato nel laboratorio di R&S di Grenchen. Forse non è proprio una sorpresa, visto che l’ex proprietario della BMC, il defunto Andy Rihs, si dice abbia investito più di chiunque altro nel ciclismo professionistico. È logico che una buona fetta di questo sia andata nella realizzazione del laboratorio Impec a Grenchen, quindi sarei incline a prendere per buone le affermazioni della BMC.

La Teammachine ha anche beneficiato di alcuni test di livello mondiale direttamente sul campo. Cadel Evans è stato a lungo insieme a BMC, vincendo anche il Tour proprio a bordo di una Teammachine nel 2011. Secondo il capo della R&S di BMC, Stephan Christ, Evans aveva l’esperienza e la conoscenza necessaria per contribuire allo sviluppo del telaio. Christ ricorda quanto fosse pignolo sui dettagli e le scelte dei materiali, motivo per il quale la Teammachine, oggi, è una bici così completa. Si dice che la seconda generazione avesse introdotto maggiore comfort perché era stato proprio Evans a insistere, anche a scapito di altre caratteristiche, per aumentarne le prestazioni. Ancora una volta, BMC era più avanti.

Il fascino della terza

La generazione numero tre del telaio ha introdotto i freni a disco. L’aggiornamento poteva sembrare insignificante – anche altre marche lo stavano già facendo - fino a quando BMC ha annunciato di aver introdotto il concetto di asimmetria del telaio per equilibrare l’aumento di peso associato al passaggio ai dischi.

L’asimmetria per bilanciare le forze di una trasmissione non era certo una novità (basta chiedere a Pinarello), ma usarla anche per i freni a disco, allora, sembrava inaudito - la maggior parte dei concorrenti, quando il mercato ha iniziato a tendere verso i freni a disco, aveva solo rinforzato i telai utilizzando freni a pattino. Così la Teammachine Mk3 è stata una delle prime bici da corsa a disco in grado di raggiungere il limite di peso UCI di 6,8 kg pur conservando la geometria aerodinamica della generazione precedente.

Cosa che ci porta direttamente ai giorni nostri e alla Teammachine numero quattro. Il software di BMC è stato aggiornato, diventando ACE+, e ora tiene conto anche dell’aerodinamica. Motivo per il quale i suoi tubi sono stati allungati e i suoi profili frontali assottigliati. Le caratteristiche aerodinamiche possono essere particolarmente importanti e dirette per la sensazione di una bicicletta, ma BMC ha incorporato tutte le nuove prestazioni senza penalizzare nulla. La bici mantiene tutte le sue caratteristiche nonostante prometta un po’ di aiuto in più nella velocità.

Personalmente mi trovo nella posizione privilegiata di poter provare molte biciclette. La maggior parte migliorano la mia esperienza di guida in una o due caratteristiche, magari pedalando su terreni accidentati o salendo su pendenze impegnative. Ma la Teammachine mi fa sentire un ciclista migliore ovunque. Per me, questo è ciò che fa apparire diversa questa bici e la rende veramente speciale.

La scelta di Pete Muir: Scott Addict.

Modello nelle foto Scott Addict

Prima uscita 2005

Generazione attuale Quinta

Team World Tour attuale Team-Bike Exchange

Peso (bici nelle foto) 7,02 kg

Prezzo da € 3.299

Info scott-sports.com

Se mi chiedete di pensare a qualcuno o qualcosa di “universale”, la prima figura che mi viene in mente è quella dell’atleta di decathlon. Sa correre veloce, sa saltare in lungo e in alto, sa lanciare, sa affrontate le distanze del mezzofondo... è bravo in un sacco di discipline. Molte. Ma non è il migliore in nessuna.

Questo è il problema di fondo del termine “all-round”, viene percepito sempre con una sorta di compromesso in negativo. Bravo ma non bravissimo. E quando si tratta di parlare di una bici da strada, l’idea di fondo è che sia necessario barattare ogni caratteristica per poter godere anche delle altre.

Ma di tanto in tanto arriva una bici che, invece, sembra davvero in grado di fare tutto: una bici senza debolezze, la campionessa di ogni disciplina, un Leonardo di Vinci tra i corridori. E, nel mio caso, quella bici ha assunto la forma della Scott Addict.

Una nuova amica

La prima volta che ho provato una Scott Addict era una bici decisamente più snella rispetto alla macchina da corsa dall’aspetto aggressivo che è oggi. In verità, all’inizio, pensavo non mi sarebbe piaciuta. Scott non è mai stato un marchio che mi ha attirato particolarmente dal punto di vista delle bici da strada aero e avrei preferito di gran lunga un leggendario marchio italiano (e ammetto qui che la Colnago C64 che segue è probabilmente la bici più bella di questo confronto – ma non siamo a un concorso di bellezza).

Non c’era nulla di veramente distintivo nel modo in cui l’Addict si presentava, anche se i suoi tubi sottili e arrotondati, oltre alla forma classica del telaio la rendevano molto elegante. Non ero neanche un grande fan del nome, che mi sembrava stranamente poco attraente. È stato solo quando sono salito in sella e l’ho guidata che tutte le enormi qualità della Addict sono diventate istantaneamente evidenti. Si arrampicava come se venisse trascinata verso l’alto da una corda invisibile. La sua leggerezza - al limite di peso minimo consentito dall’UCI - abbinata alla sua rigidità, dava come risultato un movimento in avanti del tutto sproporzionato rispetto allo sforzo compiuto. Ad ogni pedalata.

Improvvisamente mi sono sentito come uno stambecco che risale i pendii con l’eleganza di un vero scalatore (nella mia mente, almeno). E nelle discese mi sono trasformato in Ingemar Stenmark, slalomeggiando tra le curve con velocità e precisione, grazie a una padronanza della bici che esaltava le mie mediocri capacità. E mi sono sentito comodo. Non come su una poltrona, ma in modo che, dopo una lunga giornata in sella, non avrei poi avuto bisogno di una visita urgente dal chiropratico. Mi stavo godendo talmente tanto la guida che non sarei voluto più scendere. E non si può chiedere niente di più a una bici che questo.

Nuova e migliore

L’incarnazione moderna della Addict prende tutto quello che amavo della vecchia versione e aggiunge nuove qualità. La leggerezza e la rigidità ci sono ancora, ma ora c’è una maggiore efficienza aerodinamica. È importante che quei tubi più profondi e scolpiti non abbiano compromesso la sensazione di guida, che è sempre una preoccupazione quando i marchi iniziano a giocare con i loro software CFD e a cambiare i profili dei tubi a caccia di qualche watt in meno.

È anche importante l’aggiunta del passaggio interno dei cavi e che l’ultraleggero (solo 12 g) morsetto della sella non abbia peggiorato la praticità. Scott ha reso facile rimuovere le coperture aerodinamiche per eseguire le operazioni di manutenzione di base, salvando così dall’imbarazzo chi, come me, può rendere una bici inguidabile con una chiave a brugola. Aggiungete pneumatici da 28mm come standard per una maggiore aderenza e comfort e sarà davvero difficile criticare questa bici.

È vero, il modello top di gamma ha un prezzo folle di quasi 11.999 euro (non pagherei così tanto nemmeno per un’auto), ma non stiamo valutando queste bici in base al prezzo.

La Scott Addict è proprio come l’amico che è bravo in tutto, ma riesce ancora ad essere affascinante, senza pretese ed è sempre un piacere stare con lui.

La scelta di James Spender: Colnago C64.

Modello nelle foto Colnago C64

Prima uscita 1989 (C35)

Generazione attuale Sesta

Team World Tour attuale UAE Team Emirates

Peso (bici nelle foto) 7,12kg

Prezzo da € 7.899

Info colnago.com

C’è una parte di me che pensa che faccia queste cose per tutti. Ma, in realtà, questo è un uomo che ha lavorato con e per Eddy Merckx, ha collaborato con la Ferrari, ha presentato biciclette placcate d’oro ai Papi e ha vinto diversi record dell’ora.

Ernesto Colnago è tutt’altro che uno showman. All’improvviso prende un sottobicchiere e fa uno schizzo che poi spinge nelle mie mani come se fosse l’Eucaristia.

Lo schizzo spiega il funzionamento del tubo ripiegato di Colnago, il segno distintivo di forma poligonale che ha debuttato nel 1982 sulla Colnago Nuovo Mexico e che è ancora presente oggi sulla C64, anche se in carbonio e non più in acciaio Columbus.

Accetto lo schizzo come se fosse un Picasso, infilandolo all’interno di una biografia rossa brillante e pesante che Ernesto firma con altrettanta disinvoltura. Poi mi porge con un gesto talmente cerimonioso una penna Colnago in fibra di carbonio che mi ritrovo a dovermi inchinare leggermente per accettarla.

Membro del club

Tutto questo è successo alcuni anni fa durante una visita al quartier generale di Colnago a Cambiago, circa 20 km fuori Milano, non lontano da dove Ernesto ha aperto il suo negozio nel 1954. L’azienda si muove tra i ciclisti più come leggenda che come business, e la mia presenza è sembrata più un pellegrinaggio che un vero viaggio di lavoro.

Ho sempre amato Colnago, e ho sempre voluto una Colnago molto prima di averne mai guidata una.

In un certo senso, sono prevenuto verso la scelta di fare della Colnago C64 la mia all-round preferita, ma il mio ragionamento è che una bici “universale” è la bici che vorrei avere più di ogni altra, e la ragione per cui mi piacerebbe possedere questa e nessun’altra è in parte emotiva. Questo è il modo in cui mi appaiono le bici, come oggetti emotivi, e la C64 è la bicicletta che vorrei tirare fuori dal box in qualsiasi giorno della settimana.

Ha un carattere brillante, ma è anche una bici che mi tocca il cuore. Con la C60, che ho testato, era la stessa cosa. E mi sarei sentito nello stesso modo anche se avessi guidato l’originale C35, il primo telaio Colnago full-carbon del 1989 (il numero è l’anniversario dell’azienda). Quando le vedo, voglio guidarle. Ma deve entrare in gioco anche l’obiettività ed è proprio questo che eleva la C64 su un livello a parte.

Per iniziare, la geometria è fatta a regola d’arte, scolpita nel corso di una vita da Ernesto Colnago che crea biciclette personalizzate per corridori professionisti, che devono essere poi solo rivestite con i loghi degli sponsor delle loro squadre. In questo, la C64 è la perfezione - non troppo bassa, non troppo alta, reattiva nelle curve, stabile nelle discese. Ed è anche disponibile con un tubo superiore quasi orizzontale, cosa piuttosto strana ma fantastica di questi tempi (anche se Ernesto non sbaglia un colpo - c’è anche una versione inclinata/più compatta).

Poi c’è la qualità di guida. I tubi ripiegati in quel modo nel disegno hanno senso anche per me? Onestamente, no. Non riesco a capire quanto possano essere meccanicamente meglio di tubi rotondi, ma in effetti la C64 ricorda molto i primi telai in acciaio. E il fatto che sia un telaio a traino, con tubi scanalati e incollati nel movimento centrale, nel tubo di sterzo e nelle alette del gruppo del tubo sella, conferisce alla C64 una sensazione più simile all’acciaio. I tubi variano la loro dimensione - sottili e leggeri nel mezzo ma più spessi alle giunzioni per una maggiore resistenza - creando come risultato una bici che è semplicemente fantastica da guidare.

Guardo la C64 e vedo un uomo, una passione e una storia che mi suscitano emozioni che nessun altro è in grado di creare. È l’incarnazione di 64 anni di ciclismo su strada e corre con raffinatezza in ogni area del suo essere. È la migliore in assoluto nel fare quello per cui è nata: il vero apice della bici da strada.

And the winner is... BMC Teammachine Disc.

Prima di continuare, prendiamoci un momento per parlare ancora della Pinarello Dogma. La sua prima vittoria al Tour de France non era stata proprio di buon auspicio - Óscar Pereiro si era aggiudicato il titolo nel 2006 dopo che Floyd Landis era stato squalificato -, ma da allora ha collezionato 11 Grandi Giri. A parte il 2014, almeno uno ogni anno dal 2011. Ma non è stato sufficiente per aggiudicarsi un’altra vittoria.

Solo per una cosa, le altre bici che abbiamo presentato hanno un palmares importante. Cadel Evans ha portato la sua squadra alla gloria sugli Champs-Élysées nel 2011; Mark Cavendish ha ottenuto diversi primi posti e una maglia verde con la Columbia/HTC tra il 2008 e il 2012, mentre Simon Yates ha dato alla Scott Addict una maglia rossa alla Vuelta nel 2018. Colnago ha vinto quello che stranamente è stato il suo primo Grand Tour “ufficiale” l’anno scorso con Tadej Pogačar, anche se le bici della serie C hanno dominato le classiche negli anni ‘90 con Mapei.

Ma, il fattore decisivo non sono state le vittorie in gara, perché noi siamo ciclisti e amanti della bici, non avversari nella classifica generale. Così, quando abbiamo dovuto prendere una decisione univoca e finale, era chiaro che solo una bici avrebbe vinto: la BMC Teammachine.

Il fatto è che la Teammachine ha dato il là alla moderna bici da corsa, ma 10 anni fa. Aveva già foderi posteriori a goccia con Cadel Evans, e non ha nemmeno partecipato alle gare per sei anni. Ogni modello ha spinto sempre più i limiti in termini di rigidità e peso e nel 2017 è stata la prima bici World Tour ad avere freni a disco, una geometria vivace e, nonostante tutto, pesa ancora 6,8 kg. È impressionante: basta guardare i pesi delle altre bici.

BMC è stata anche veloce ad incorporare design aerodinamici, e il la Teammachineha dato il la alla moderna bici da corsa, ma 10 anni fa. Il risultato è una bici incredibile sotto ogni punto di vista. Fantastica da guidare. Basta guardarla. Pulita, addirittura con i dadi dell’asse levigati. Chi non la vorrebbe? È il simbolo dello splendore “all-round”.

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