di Clyde Brolin - 05 maggio 2019

The zone, quell'inspiegabile stato di grazia

Le stelle dello sport vi parleranno di una condizione mentale chiamata “Zona” o “trance agonistica” in cui si realizza la perfetta fusione tra mente e corpo. Alcuni campioni ci hanno raccontato i segreti di una performance vincente

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Illustrazioni Rob Milton

E’ facile capire quando una star dello sport è nella cosiddetta “Zona”: trasforma in oro tutto quel che tocca e polverizza gli sfortunati avversari con un incantesimo fatto di pura alchimia sportiva. Il risultato è sfolgorante, che si tratti di un centinaio di run nel cricket o di una serie perfetta da 147 punti a snooker.
E non è terreno esclusivo dei grandi. La “trance agonistica” può scattare a tutti i livelli, durante una sgambata nel parco - in una di quelle giornate in cui tutto funziona alla perfezione - alla finale dei Mondiali. Ma l’euforia è direttamente proporzionale alle ore di allenamento e all’importanza dell’occasione. Mettete insieme un’incursione nella Zona con un’abilità suprema e un pubblico numeroso e trepidante, e vedrete i fuochi d’artificio.

La spettacolarità però è niente se paragonata a come ci si sente dentro, quando tutti gli anni di allenamento e di sacrifici vengono ripagati, le sfide più dure sembrano di colpo facili e l’atleta trova improvvisamente la pace interiore nel mezzo della baraonda. È la beatitudine.
Quando sei in trance agonistica dimentichi tutto ciò che ti circonda”, dice Chris Hoy, mitico pistard olimpico.“Ci sono migliaia di persone che urlano, c’è un chiasso infernale, ma tu ti concentri unicamente su quello che stai facendo. Non importa nient’altro. È lì che dai il meglio di te. Pur esercitando il massimo sforzo fisico ti senti rilassato e lucidissimo. In quello stato mentale ti viene tutto facile. Puoi tagliare il traguardo e non ricordartelo perché ti trovi in una sorta di trance. Non sai cos’è successo, ma sai che ha funzionato”.
Le tattiche che giocano sulle frazioni di secondo sono così essenziali nel ciclismo su pista che un velodromo sembra l’ultimo posto in cui un atleta possa permettersi di staccare il contatto, tanto più nel momento più importante della sua vita. Eppure diamo il meglio di noi stessi proprio quando lasciamo al nostro subconscio la libertà di fare ciò che gli viene naturale.
Tutto il lavoro fatto finisce in una borsa immaginaria”, dice Nadia Comăneci, la prima ginnasta olimpica a realizzare un 10 perfetto nel 1976. “Poi quando sei là fuori devi concentrarti ed estrarre da quella borsa la preparazione svolta negli ultimi anni. Quando tutto va alla perfezione si realizza una sorta di magia”.

È qui che sta il “genio”, non solo nello sport: è il momento in cui gli artisti sono all’apice della creatività, in cui i musicisti offrono
le loro esecuzioni più sublimi, in cui gli scienziati fanno le loro scoperte.
Che siate insegnanti, chef, infermieri, astronauti o studenti alle prese con un esame, essere “in the Zone” significa trovarsi in una specie di stato di grazia. Magari non ricordate neanche come o perché tutto sia andato per il verso giusto. In poche parole, è una specie di sogno. Se solo arrivarci fosse così semplice!
Queste “magie” non si insegnano a scuola. L’istruzione spiega cosa e come pensare, ma non dice come “non pensare” quando questo si rende necessario.
Nelle qualifiche del Gran Premio di Monaco del 1988, il campione brasiliano di Formula 1 Ayrton Senna conquistò la pole position con un vantaggio di un secondo e mezzo sul compagno di scuderia più volte campione del mondo, Alain Prost, al volante di una McLaren identica alla sua. Una tale supremazia
è cosa rara nello sport, paragonabile all’exploit olimpico del 2008 di Usain Bolt a Pechino.

In seguito, Senna ammise: “A un tratto mi sono accorto che non stavo più guidando in maniera cosciente, avevo superato ogni limite ma ero capace di dare ancora di più. Ero molto al di là della percezione cosciente”.
Parlando con alcuni dei più grandi atleti del mondo, scopriamo che questa ineffabile fusione di intensa concentrazione e libero sfogo è un elemento ricorrente, e in alcuni casi produce effetti surreali che sembrano piegare le leggi della fisica.
Il campione di sci austriaco Franz Klammer era capace di entrare in “moto rallentato”, una condizione in cui “hai a disposizione tutto il tempo del mondo”, mentre Bolt a sua volta assicura “posso dirvi tutto quello che mi passa per la testa dall’inizio alla fine, tanto sono concentrato”.
Almeno Bolt doveva mantenere quella condizione per meno di venti secondi. All’opposto, nel 2016 il tedesco Jan Frodeno ha completato un intero Ironman (3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e 42,195 km di corsa) in 7 ore, 35 minuti e 39 secondi stabilendo un nuovo record mondiale.
E perfino in questa disciplina estrema Frodeno dice che il segreto non sta nel corpo ma nella testa.

Per la mente è molto più difficile che per il corpo”, insiste. “Naturalmente bisogna essere in perfetta forma fisica, ma tutti i partecipanti lo sono. Perciò è nella mente che si decide la vittoria o la sconfitta. Non è tanto questione di forza quanto di concentrazione. Quando sono in trance agonistica ho la sensazione di ‘galleggiare’, ma nessuno può conservare la concentrazione per otto ore, a meno di essere il Dalai Lama. La stanchezza provoca alti e bassi, e ritrovare quella concentrazione è un’arte. Si compensano i pensieri negativi con quelli positivi, si avvia un discorso interiore per controllare le emozioni e far sì che a loro volta controllino i muscoli. Dopo un Ironman mi sembra di sentire le voci per settimane, perché mentalmente sono esausto”. Continua...
L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Aprile 2018
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