Mai Mollare: Tom Boonen si racconta

Tom Boonen è tra i più grandi di sempre, nelle Classiche. Si è ritirato, ma ci parla delle sue nuove passioni, i motori e l’allevamento di alpaca, e racconta di come suo padre fosse il ciclista più pulito del gruppo

Tom Boonen (foto Chris Blott).

"Avremo finito entro le 15? Devo andare a prendere le mie figlie gemelle a scuola. In questo periodo sono più tranquillo, la stagione dei motori deve ancora iniziare”.

Tom Boonen appare molto rilassato, mentre accoglie Cyclist nella sua casa di campagna alle porte di Mol, sua città natale nel Belgio. Il quattro volte vincitore della Roubaix (e tre volte del Fiandre) si è ritirato da quattro anni dallo sport che gli ha permesso questo tenore di vita.

“Ho completamente ristrutturato questo cottage”, ci confida. Uno stile tipicamente belga, che unisce sfumature formali ed elementi eccentrici, tra cui un elefante color arcobaleno che mi arriva ai fianchi.

Mentre accende la macchinetta del caffè, Boonen sembra in forma e non ha i tratti tipici degli ex sportivi: un girovita allargato, un berretto da baseball (magari sponsorizzato QuickStep). Invece, dà l’impressione di un uomo che si gode la sua libertà ed è più attivo che mai.

A 36 anni, Boonen ha partecipato alla sua ultima gara da Pro domenica 9 aprile 2017: la Parigi-Roubaix, la classica sui ciottoli che il belga ha vinto nel 2005, 2008, 2009 e 2012. Sette giorni prima, era stato il miglior gregario per il suo compagno di squadra Philippe Gilbert, aiutandolo a vincere il Fiandre, ma ora la scena della Roubaix era tutta per lui.

Non ha vinto. Il trionfo è stato di Greg Van Avermaet, lui è arrivato 13°. “Si è rivelata una giornata più difficile del previsto”, riflette ora Boonen forzando un sorriso. “Ma non quanto l’edizione del 2011. Quella volta, ruppi tre telai Merckx: il primo nella foresta di Aremberg, il secondo quando una borraccia mi si incastrò tra ruota anteriore e telaio, il terzo a 50 km dal traguardo. Quelle bici erano fragili: con il team, abbiamo vinto solo otto corse in tutto l’anno”.

Boonen avrebbe compensato la scarsa performance del 2011 vincendo Fiandre e Roubaix l’anno seguente. Con quella doppietta, Boonen ha eguagliato il record dei duplici successi di Merckx.

Accanto all’elefante arcobaleno di Boonen, si trova uno scaffale a quattro ripiani: uno per ogni vittoria della Roubaix. Vicino, trovano posto tre sculture in bronzo – una per ogni vittoria al Fiandre – affiancate da una tazza commemorativa della Champions League di calcio. “Questo invece è stato vinto alla 24 ore di Dubai, in gennaio”, dice Boonen. “Ho dovuto pagare per sdoganarlo”. Quella è stata la prima vittoria del team belga di corse automobilistiche di Boonen, l’AC Motorsport, e Tom spera ne seguano molte altre: “Partecipiamo al campionato GT3 per auto da turismo, con un’Audi RS3”.

È facile percepire la sua eccitazione quando parla di bolidi da corsa. Poi, tira fuori il suo smartphone e mi mostra un video che lo ritrae in azione. È come ipnotizzato, mentre uno dei suoi gatti, Pascalle, si strofina il muso sul mio gomito. “È quasi paragonabile alla F1. Seguo i motori fin da bambino: li adoro”.

Tom Boonen (foto Chris Blott).

Puntando a Le Mans

Queste gare fungono da trampolino di lancio per il suo obiettivo finale: correre le 24 Ore di Le Mans.

Intanto Pascalle salta incontro a sua sorella, Odette. “Il mio sogno è correre a Le Mans con squadra e piloti belgi, come Sam Dejonghe”, dice Boonen. “Ha talento e ora compete in Formula E”.

“In una corsa di 24 ore, ogni pilota non può guidare per più di tre ore consecutive (ci sono 3 piloti per squadra). Però, è più veloce cambiare pilota quando si fa rifornimento, cioè circa ogni due ore. E questo lascia poco spazio per riposarsi. Io sopravvivo con caffè, riso e banane: bisogna tenersi leggeri, perché troppo cibo porta stanchezza. Naturalmente, non è necessaria una grossa quantità di calorie come nel ciclismo”.

È però indispensabile essere in buona forma: pur non svolgendo più allenamenti di 30 ore la settimana, Tom si è mantenuto snello. “Lavoro con un personal trainer e faccio molto più esercizio per la parte superiore del corpo. Corro e giro principalmente in mountain bike, ora. In effetti, dietro al mio giardino (indica fuori dalla sua finestra) c’è un grande parco naturale con 80 km di sentieri. Da qui puoi arrivare a Lovanio dove, presso la Bakala Academy, avevo fatto il provino per la QuickStep”.

La mia preparazione globale probabilmente è migliore di quando correvo in bici. Nel ciclismo, sei super magro e tutto fa male perché hai poca muscolatura a sostegno dello scheletro. Il mondo dei motori è molto più fisico di quanto si possa pensare. La forza a cui si è sottoposti è tale che una volta mi sono strappato un muscolo del braccio. Le vibrazioni sono spesso paragonabili a Roubaix e Fiandre”.

La sua passione per entrambi questi sport è evidente nel suo garage. Appese a una parete, pendono le tute da corsa del due volte campione del mondo Superbike Colin Edwards, accanto alla maglia iridata che Boonen ha vinto nel 2005. Una Porsche 964 Turbo restaurata negli anni e dietro una S-Works con grafiche dorate. Per sicurezza, non manca un frigo pieno di birra che reca sul frontale, scarabocchiata e racchiusa in un cuore, la scritta “niente maionese, poco sale“.

Boonen ha altre Porsche in deposito, oltre a una vecchia Norma da lui guidava in passato. E giusto per non sbagliare, ha anche iniziato a vendere auto.

“Lo showroom si chiama Iconic Cars”, ci dice. “Ci sono sia auto normali sia fuoriserie. Come la Ferrari? Certo, è normale”. “Abbiamo venduto due McLaren P1, una Aston Martin One-77 e una Bugatti Veyron”. Boonen dice che questo non gli ruba molto tempo, ma si tratta semplicemente di un progetto per reinvestire i proventi del ciclismo.“Mi aiuta riprendere contatto con la realtà”, afferma. “Per vent’anni tutto è stato chiaro: avevi i tuoi obiettivi, la tua famiglia e i tuoi amici che ti lasciavano il giusto spazio. Poi tutto finisce. È stato facile essere un ciclista professionista: arrivavi a casa dopo un giro invernale, facevi un buon pasto, la doccia e poi ti concedevi il divano perché il riposo era parte del tuo lavoro. Certo, c’era pressione, ma la sopportavi volentieri”.

Tom Boonen (foto Chris Blott).

La figura paterna

A quel punto, la moglie di Tom (Lore) entra nella stanza portando un assortimento di prelibatezze belghe: brioche, prosciutto, pomodorini, salamini, cubetti di formaggio e grissini. Tom va in cucina e torna con acqua gassata direttamente dal suo dispenser casalingo. Il tavolino con le sedie da bambino sarà più tardi riempito dalle figlie di cinque anni, Valentine e Jacqueline. Pascalle si unisce a noi. È bella la vita fiamminga. Il Boonen pensionato sembra contento e felice di parlare dei suoi successi nelle Classiche.

“Non voglio confrontarmi con Mathieu van der Poel, ma mi rivedo nel suo modo di correre. Gioca tutte le sue carte e non ha paura di arrivare secondo, azzarda il tutto per tutto e questo gli fa onore. Prendi il mio ultimo Giro delle Fiandre: invece di cercare la fuga sul Kwaremont, abbiamo spinto forte sul Muur con ancora circa 100 km da percorrere. Questa azione ha spezzato il gruppo e siamo rimasti in una quindicina. La gente pensava che non ce l’avremmo fatta, invece ha funzionato e Gilbert ha vinto”.

Nel 2019, Boonen è stato uno spettatore sul Kwaremont. Per questo, fa il tifo per Van der Poel al Fiandre come alla Roubaix. “Si sta mettendo in luce come diverso dalla massa”, aggiunge. “Il ciclismo è una vecchia scuola, anche ora. Mathieu pedala ad alti ritmi ed è anche un po’ matto”.

Boonen è anche un fan di Remco Evenepoel, a cui offre consigli specialmente su come gestire la vita al di fuori delle corse, perché era uno che assaporava la battaglia: “Nel 2012, quando ho vinto il Fiandre per la seconda volta, ai nastri di partenza ho pensato: Oggi mi divertirò”. Ma era meno a suo agio nei rapporti coi mass media: “Due terzi degli 11 milioni di abitanti del Belgio provengono dalle Fiandre, pazze per il ciclismo. Ho raggiunto l’apice dopo la vittoria ai Campionati mondiali del 2005: avevo 24-25 anni e né io né il team abbiamo gestito troppo bene la cosa. Ne siamo stati sopraffatti”.

Tre test positivi per cocaina tra il 2007 e il 2009 parlavano di un giovane corridore alle prese con le tentazioni derivanti da fama e celebrità. Fu escluso dal Tour de France 2008. Frattanto, nel 2005 si era trasferito in Francia, a Monaco, in cerca di un migliore clima per allenarsi – e lì rimarrà fino al 2012. Le autorità belghe erano di diverso parere e lo accusarono di evasione fiscale, multandolo di due milioni di euro. Un fatto in contrasto con un ciclista considerato come uno dei più generosi e solari del gruppo.

“I riflettori sono stati ben puntati su di me. Forse sarebbe andata meglio se fossi stato americano o francese – nazioni più grandi”, aggiunge. “Ma io adoro il Belgio e non lo cambierei con nessun altro posto”. E il Belgio adora Boonen, perdonandogli bravate e festini. Una relazione amorosa nata nei primi anni 2000 e scoppiata nel 2005. “Fu quando andai al Fiandre come uomo di punta della QuickStep. Fino ad allora avevo supportato Johan (Museeuw, tre volte vincitore). Nel 2004 avevo vinto le corse del mercoledì, Harelbeke e Gand-Wevelgem, con Johan che si era ritirato proprio quell’anno. Nel 2005 quindi ho vinto io, bissando il successo alla Roubaix”.

Tom Boonen (foto Chris Blott).

Il Fiandre è più duro

Se vincere aiuta a vincere, Boonen è l’uomo giusto: nel 2005, ha vinto i Campionati del mondo e due tappe al Tour de France, oltre a guadagnare una serie di premi tra cui quello dedicato al miglior sportivo belga dell’anno. È però sul pavé che si è dimostrato il più forte dei corridori. “In realtà, ho sofferto meno alla Roubaix che al Fiandre, dove i favoriti sono di più. Alla Roubaix, se hai la giusta strategia e sei bravo a seguirla, finisci nel gruppetto dei primi otto. E tra loro, la metà è già cotta anche se ancora non lo percepisce. Nel Fiandre, invece, si arriva al Muur in 45-50. È più difficile vincere”.

“Comunque, sono entrambe grandi corse. Le ho vinte in vari modi: con uno sprint, in solitaria oppure grazie a una piccola fuga. Invecchiando, si acquisisce maggiore sicurezza. Ricordo il Fiandre del 2012: eravamo io, Pozzato e Ballan. Ho fatto finta di essere stremato lasciando qualche metro affinché loro attaccassero, ma in realtà non li avrei mai lasciati andare. Il ciclismo è un gioco di strategia. Devi creare le condizioni giuste per te”.

Cosa che ha fatto trascorrendo 15 dei suoi 16 anni da Pro nel team più forte di sempre, parlando di Classiche: la QuickStep. “Ho aiutato a formare la squadra e loro mi hanno aiutato a realizzarmi come ciclista. Per nostra scelta, qui i ragazzi corrono il 10% di più che negli altri team. Altri hanno cercato di copiarci. È importante analizzare i dati, ma personaggi del calibro del ds Tom Steels sanno come approcciarsi coi corridori: per esempio, uno potrebbe non riuscire a sfoderare tutti i suoi Watt e sentirsi giù perché gli è morto il cane”.

Boonen ha corso per la QuickStep dal 2003 al 2017, mentre nel 2002 ha iniziato altrove, con la US Postal. Un debutto inusuale per un belga, che però ha una spiegazione. “Anche mio padre era un Pro, ma si è ritirato per una fistola anale che non riusciva a guarire. Non ricordo granché delle sue gare, tranne il fatto che la squadra per cui correva è fallita. Erano sponsorizzati da una ditta di sapone e quindi è stato pagato in sapone. Il nostro garage ne era zeppo e lo abbiamo venduto un po’ a tutti. La sua esperienza nel ciclismo non è stata grandiosa”.

“Quando ero giovane vivevo a Mol e Balan (appena fuori Mol). Fino ai 12 o 13 anni il ciclismo non mi interessava. Ho poi corso per il Balan Bicycle Club, uno dei migliori club per giovani (è il luogo in cui Remco si è formato). Sulla mia licenza belga, in effetti la QuickStep non è mai risultata come mio club, ma è sempre stato scritto Balan BC”.

“Ho vinto alcune gare per il Balan e poi ho corso per la nazionale. È durato solo 12 mesi, perché poi i club lamentavano il fatto che la federazione si accaparrava i migliori giovani. Marc Sergeant, ora alla Lotto-Soudal, era il nostro ds. Mi sono quindi trasferito in un club a Kortrijk per quattro anni”.

“È stato lì che ho incontrato Dirk Demol e Johan Bryneel. Dirk è stato il mio ds da dilettante. Entrambi si trasferirono alla US Postal, e Dirk disse a Johan di tenermi d’occhio”.

“Ho fatto un anno da stagista con loro nel 2000 e ricordo la mia prima gara, il Giro di Polonia. Ogni giorno c’erano tappe da 250 km e ho sofferto parecchio. Per fortuna, dopo sono arrivato terzo al Circuito Franco-Belga. US Postal, Mapei e DFG mi hanno quindi proposto di firmare per il 2001, ma avevo solo 20 anni e mi sembrava troppo presto. Allora ho trovato un accordo con la US Postal, che mi avrebbe lasciato un altro anno tra i Dilettanti ma mi avrebbe fatto allenare con loro. È andata bene così, perché in quell’anno ho vinto molto e la cosa mi ha dato grande fiducia in vista del mio debutto tra i Pro”.

Era un’occasione unica: un anno con la squadra più grande, a fianco dell’allora tre volte vincitore del Tour (poi sette, e alla fine nessuno) Lance Armstrong. “In effetti ho corso il Fiandre con Lance e c’è un immagine ben nota di lui che pedala sul pavé mentre io sono a lato, sul ciglio della strada. Penso sia stata l’ultima volta che ha corso il Fiandre. Era forte come una roccia, ma ha sbagliato trattando male le persone. Non ho avuto brutte esperienza con lui, fino a quando non ho inviato un’email di ringraziamento ai miei compagni di squadra, prima di passare alla QuickStep. Lance mi ha risposto con una mail che finiva con 'buona fortuna, ne avrai bisogno'. E lì sono partiti i miei scongiuri”.

Tom l’allevatore

I trofei della Parigi-Roubaix.

Boonen si alza dal divano per preparare un altro espresso. Guardo fuori dalla grande finestra della stanza davanti e, dopo una miriade di mulini, scorgo una piccola stalla. Ritorna, seguito come un'ombra da Pascalle. “Cosa c’è lì dentro?”, chiedo. “Asini”, mi risponde. “Ne ho tre”. Perché gli asini? “Mi piacciono solo loro”, dice. Sono cocciuti ma anche molto dolci. Il più grande ha 16 anni, l’ho preso nel 2004. Giocavamo a calcio assieme: gli passavo la palla e lui a volte la calciava per poi correre a inseguirla”.

E aggiunge: “Ho anche una qualifica come allevatore di alpaca. Sono animali curiosi: i cervi scappano dall’uomo, mentre gli alpaca ti vengono sempre incontro. La cosa mi piace. Inoltre, hanno un qualcosa di regale. Il problema è che pensavo sarei rimasto a casa più di quanto non lo sia ancora stato, quindi non ne ho ancora presi”.

Boonen sottolinea ulteriormente la sua assenza spiegando che è appena tornato da un programma televisivo riguardante progetti di beneficenza legati al ciclismo. “Eravamo in una prigione in Brasile, dove i detenuti pedalavano su biciclette fornite di dinamo per dare energia elettrica alle aree più povere. Abbiamo portato luce dove c’era oscurità. Abbiamo anche visitato la Danimarca, dove un ragazzo ha creato un’attività per portare in bici gli anziani delle case di riposo. Ah, e anche a Berlino, dove una donna insegna ad andare in bici alle profughe rifugiate. È stato affascinante”.

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