di Trevor Ward - 09 ottobre 2019

La toppa antiforatura, gesto antico contro un mondo usa e getta

In un mondo usa e getta, le toppe e il riutilizzo della camera d’aria rimangono l’ultima piccola connessione a un’epoca di auto-sufficienza e capacità di arrangiarsi.

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Foto Tapestry

Mio padre fece lo scaricatore per quasi 40 anni. Ogni giorno camminava per 5 miglia fino al deposito container di Seaforth a Liverpool, lavorando per 8 ore a caricare e scaricare, e una volta terminato altrettanti 5 miglia per tornare a casa dove lo aspettava una tazza di tè, finendo con l’addormentarsi sul divano col giornale fra le mani.

La maggior parte dei padri dei miei amici aveva anche lavori manuali non qualificati. Alcuni lavoravano alla fabbrica Ford di Speke, altri alla Champion Spark Plugs a ridosso del Mersey. Tutte persone con lavori onesti e faticosi. Quello era il mondo in cui vivevamo. Era una società di colletti blu, di operai. Computer portatili, telefoni cellulari e internet dovevano ancora essere inventati. Mio padre non capì mai come potessi vivere senza sudare o farmi venire le vesciche sulle mani. E neppure avere uno stipendio semplicemente stando a casa di fronte a un computer.

Il mondo è molto diverso. I call center hanno sostituito le fabbriche. Google ha rimpiazzato le librerie. I computer adesso pilotano gru nello stesso deposito di container dove lavorava mio padre. E questi sono alcuni dei motivi per cui riparare un buco in un pezzo di gomma è più importante che mai. È un urlo primordiale contro un mondo usa e getta. Tutti i prodotti sono progettati per diventare obsoleti, dal vostro iPhone alla cassetta pignoni che avete sulla bici.

All’epoca di mio padre, tutto era fatto per resistere. Immaginatevi se ciò accadesse ai giorni nostri, milioni di persone del marketing resterebbero disoccupate. Ecco perché conta all’occorrenza saper riutilizzare la vecchia camera d’aria bucata, aprendo quella scatolina dalla chiusura a scatto contenente la colla, il pezzetto di carta vetrata, il pennarello colorato e le toppe. E, soprattutto, sporcandosi le mani. È una dichiarazione di intenti: “non voglio piegarmi alle mode passeggere di una società consumistica!”, quasi un gesto di solidarietà agli eroi di un tempo.

Sì, Eugene Christophe aveva subito una pesante penalizzazione per aver saldato la sua forcella rotta durante una tappa sui Pirenei al Tour del 1913 (l’accusa era di essersi avvalso di terze persone che avrebbero agito esclusivamente sul mantice. La sua difesa non irragionevole che aveva solo due mani cadde nel vuoto con Monsieur Desgrange), ma era un gesto simbolico che risuona ancora oggi.

Il portarsi il tubolare attorcigliato sulle spalle era un chiaro simbolo di auto-sufficienza. Niente frivolezze quali ammiraglie, massaggiatori o gel energetici. Alcuni di loro, i corridori indipendenti, si dovevano persino pagare il posto letto e quello a tavola per correre il Tour. Uno su tutti, Jules Deloffre,celebre per le acrobazie che compieva alla fine di ogni tappa per potersi permettere una stanza per la notte (e comunque riuscì a portare a termine ben sette Tour).

Tutto ciò può suonare pittoresco, creature estinte che sembrano provenire da racconti di mitologia, ma sono filamenti più solidi e resistenti nel tessuto del nostro sport di quanto non accadrà mai a un portaborraccia in carbonio o un mozzo con cuscinetti ceramici, e perciò non dovremmo mai dimenticare di rendere onore alle loro imprese. Immergere una camera d’aria in butile bucata in una bacinella piena d’acqua e scovare il punto da cui fuoriescono le bolle d’aria è il minimo che possiamo fare. È quello che avrebbero voluto Christophe e Deloffre.

Ma c’è un’ulteriore ragione per riparare una camera d’aria bucata piuttosto che comprarne una nuova. Quella di dare l’occasione a chi, come me, ha mani sempre pulite e pelle morbida per non avere mai fatto alcun lavoro manuale in tutta la propria vita (a eccezione del lavoro da postino che ho fatto per circa 9 mesi usando una bicicletta con soli 3 rapporti e carica di 16 chili di pacchi Amazon su e giù per le strade cittadine). Per noi, rattoppare una foratura, uno dei rituali più vecchi per sopravvivere in un mondo dove ogni cosa a partire dalle biciclette fino ai componenti possono essere prodotti tramite stampa 3D, è un rito di passaggio tanto importante quanto passare l’esame per la patente o mandare la nostra prima email. È un’opportunità per usare le mani e aggiustare qualcosa.

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Ottobre 2018

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