di Trevor Ward - 07 febbraio 2020

Le uscite di gruppo: il racconto di un rito sociale

Possono sembrare un mucchio di persone che vanno in bici ma le uscite collettive sono un complesso rituale sociale

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Immagine Tapestry

L’uscita di gruppo costituisce la base su cui si fondano le radici della società ciclistica, rappresentando al meglio l’incontro tra ossessionati, lupi solitari, sociopatici, psicopatici, eccentrici, maniaci della forma fisica e tuttologi.
 È, a tutti gli effetti, un microcosmo della società in cui viviamo.
Potreste pensare di fare una tranquilla uscita domenicale in bici. Vi state addentrando in un campo minato di etichetta, dove la tradizione secolare si scontra con la moderna tecnologia, dove prevale un senso di gerarchia e viene mantenuto un glossario di gesti quasi segreti ed espressioni criptiche.
Sebbene non sia più intimidatoria come lo era ai tempi dei manettini sul tubo obliquo o dei cinghietti in pelle ai pedali, quando nel gruppo lo scopo era quello di “tagliare le gambe” a ogni nuovo arrivato che aveva interesse a prendervi parte, rimane ancora un rituale che può lasciare indietro qualcuno persino
nella classica pausa caffè.
Auto parcheggiate, cani randagi, buche nel terreno, semafori e rotaie
dei tram, nessun dettaglio viene preso sottogamba e merita un urlo per attirare l’attenzione o una miriade di gesti con
le braccia (sebbene la cosa più terribile che possa capitare di ascoltare sia “il mio Garmin si è congelato!”).
Per tanti, l’uscita di gruppo rimane un rituale di passaggio. Non dimenticherete mai la vostra prima volta. È come mandare la prima email o scoprire la serie The Wire in televisione.
Dopo aver pedalato quasi sempre per conto vostro o forse con pochi amici, vi troverete catapultati in un mare di ruote ed è previsto che anticipiate
le idiosincrasie e i comportamenti imprevedibili di un gruppo di sconosciuti vestiti con colori sgargianti.
Ma adesso siete uno di loro. Fate parte di una banda di fratelli e sorelle
che provano gioia ad andare in bici, una compagnia in cui tutti la pensano allo stesso modo. Anche se non potrete mai aspirare a essere alla loro altezza, state seguendo le orme di Sir Bradley Wiggins, Mark Cavendish, Steve Cummings e Alex Dowsett, per citare solo quattro del firmamento professionistico britannico che hanno iniziato coi loro club locali.
L’attuale campione inglese su strada e a cronometro Cummings (il cui club
era il Birkenhead North End CC) ha recentemente preso parte all’uscita di metà settimana della sua ex squadra, una cronometro di 10 miglia, mentre Dowsett (del Glendene CC) partecipa ancora all’uscita domenicale del club, anche solo per tenere d’occhio suo padre in mezzo
a quelle ruote: “Conosco il ritmo che lui può tenere, se qualcuno ne impone uno più sostenuto preferisco sostituirlo con quello che penso metta a proprio agio il gruppo. Alla fine finiscono davanti per conto loro e rimangono un po’scioccati”.
Questo è uno dei rischi dell’uscita
 di gruppo, alcuni la considereranno come una pedalata di allenamento mentre altri la interpretano come una sfida personale per siglare nuovi record nei vari segmenti su Strava.
Ma l’essenza sta proprio nelle parole “pedalata di gruppo”. È a tutti gli effetti un’uscita sociale per chiunque senza scopo di competizione.
Con tutti i sopracitati sociopatici
ed eccentrici presenti nel gruppo, raggiungere un accordo potrebbe essere impossibile. Ed è qui che il capitano entra in gioco. Il suo compito è stabilire il percorso, il ritmo e decidere se includere una pausa caffè o meno.
I migliori capitani tengono anche in considerazione il numero di partecipanti nonché il loro livello di abilità. Inoltre possono programmare piani alternativi, come scorciatoie per esempio, per fare fronte a eventi inaspettati.
Questo ruolo richiede non solo
un buon livello atletico e nozioni di geografia, ma anche una spiccata abilità di diplomazia degna di un rappresentante delle Nazioni Unite.
Ho avuto il piacere di pedalare in diversi club in lungo e in largo per tutta
la Gran Bretagna negli ultimi due anni, la calma glaciale e lo humor instancabile dei capitani mi ha sempre impressionato. Mi ricordano i piloti di aerei che con nonchalance annunciano la sospensione del servizio di bordo quando si è in presenza di una turbolenza.
Agli albori delle pedalate di gruppo, il capitano era fornito di un corno che suonava per mettere in guardia i ciclisti dai pericoli. “Pedalare in gruppo iniziò per motivi di autodifesa”, ci racconta lo storico del ciclismo Scotford Lawrence. “Intorno al 1870, i ciclisti non venivano tollerati dagli altri utenti della strada. Come i conduttori di carri merci e di carrozze che tentavano di gettarli fuori strada oppure assalirli con una frusta”.
Malgrado i pericoli, un rinomato club organizzò una pedalata di gruppo nel 1890 su un percorso di 50 chilometri che partiva dal centro di Londra fino all’Anchor Inn a Ripley, dove il libro dei visitatori includeva i nomi di alcuni ciclisti illustri come Rudyard Kipling, H.G. Wells (che inserì il pub nel suo libro The Wheels Of Chance) e George Bernard Shaw.
Fervente sostenitrice del suffragio femminile e assidua frequentatrice delle uscite di gruppo (con il Manchester Clarion CC) Sylvia Pankhurst, arrivò ad affermare: “Di settimana in settimana, il Clarion ha portato centinaia di persone di tutte le età fuori dai bassifondi e dai distretti operai verso gli incantevoli paradisi verdi delle campagne circostanti, dando loro aria fresca, esercizio fisico e occasionedi socializzazione a un costo minimo. Quasi tutti i componenti del club mi aiutavano nel riparare le forature in cui incappavo, ero terribilmente sfortunata a tal riguardo, e mi davano una spinta per arrivare in cima nei tratti più ripidi”.
Quindi dimenticate le andature a tutta, i tentativi di abbattere record o i programmi di allenamento a intervalli ad alta intensità, godetevi l’uscita. Questo è ciò su cui si dovrebbe fondare ogni uscita di gruppo.
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